Depressione esistenziale e affettiva

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Quando si parla di depressione si fa riferimento a un generico disturbo caratterizzata da un umore triste, vuoto e/o irritabile, accompagnato da alterazioni somatiche (affaticamento, arti pesanti…) e cognitive (pessimismo, bias e distorsioni), tuttavia si presta poca attenzione al contenuto dell’esperienza depressiva.

Al contrario, quando si parla di ansia lo stesso DSM V fa ampi riferimenti alle diverse dimensioni dei disturbi d’ansia, abbiamo infatti:

  • Ansia sociale
  • Fobie specifiche
  • Agorafobia
  • Attacco di Panico
  • Disturbo da Stress Post Traumatico
  • Ansia generalizzata

La Depressione sembra essere vista dai clinici come un’unica galassia che comprende tutte le forme di sofferenza patologica ma anche alcune forme di infelicità legate alla percezione della distanza tra ciò che si é e ciò che si vorrebbe essere.

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Eppure, la qualità dell’esperienza depressiva può essere molto rilevante non solo ai fini diagnostici ma anche e soprattutto ai fini dell’intervento terapeutico. Insomma, non tutte le depressioni sono uguali e non tutte le depressioni vanno trattate con il medesimo approccio terapeutico.

L’esperienza interiore del depresso

Tutti possono descrivere la depressione come qualcosa che angoscia, attanaglia, svilisce e annichilisce… ma pochi si soffermano davvero sull’esperienza interiore del depresso. Cosa prova esattamente una persona depressa? Cosa causa tutto quel dolore?

E’ a partire da queste domande che possiamo parlare di depressione esistenziale e depressione affettiva. Nota bene: i termini “depressione esistenziale” e “depressione affettiva” non hanno alcun legame con il manuale diagnostico, sono stati impiegati in questo articolo per sottolineare la netta differenza emotiva tra due dimensioni depressive diverse.

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In uno studio del 2007 (M. Keller, M. Neale e K. Kendler*) trovarono l’esistenza di un’associazione tra il tipo di evento avverso che aveva scatenato una reazione depressiva e i sintomi depressivi.

In particolare, dagli studi emerse che gli eventi riguardanti la vita affettiva (lutti, separazioni, perdite, fine dei rapporti…) potevano essere meglio collegati a sintomi depressivi quali tristezza, lamentazione, desiderio di supporto, vuoto, umore depresso… Al contrario, eventi negativi riguardanti la sfera personale (bocciature, fallimenti, licenziamenti…) fossero meglio connessi a sintomi depressivi come demotivazione, anedonia, stanchezza cronica

In effetti i sintomi descritti da Keller e colleghi erano i due criteri cardine che il DSM V tutt’oggi usa per diagnosticare la depressione, tuttavia gli autori trovarono i due sintomi in reazioni depressive collegate ad eventi avversi diversi.

Studi successivi dimostrarono che non erano tanto gli eventi in sé a causare la diversa sintomatologia della reazione depressiva quanto gli scopi compromessi**. Esistono quindi prove di ricerca che sostengono l’ipotesi dell’esistenza di almeno due differenti disturbi depressivi maggiori.

Depressione affettiva e depressione esistenziale

Alla base della depressione affettiva vi sarebbe la compromissione di scopi affettivi-sentimentali.

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Il dolore ancestrale per un abbandono vissuto durante l’infanzia potrebbe riemergere in circostanze similari nella vita adulta… più in generale, qualsiasi tema legato all’abbandono, alla separazione e alla perdita affettiva, sarebbe connesso a sintomi quali:

  • Dolore emotivo
  • Vuoto emotivo
  • Tendenza al pianto e alla lamentazione
  • Desiderio di supporto
  • Perdita di appetito

Il tema del fallimento, del mancato raggiungimento di un obiettivo, dell’inferiorità, del rifiuto personale dell’inutilità di sé… possono giocare un ruolo cruciale nella depressione esistenziale. Associata a sintomi depressivi come:

  • Senso di colpa
  • Disperazione
  • Affaticamento
  • Pessimismo
  • Demotivazione

La depressione maggiore, dunque, non è un fenomeno unitario. Da un lato sembra emergere come una feroce minaccia all’autostima e dall’altro come una minaccia alla sfera affettiva / interpersonale.

Vulnerabilità depressiva

La resilienza (la capacità di adattarsi ad ogni cambiamento), un elevato senso di auto-efficacia e la presenza di un buon supporto sociale, sembrerebbero essere gli elementi che proteggono dalla depressione.

Quali sono gli elementi che rendono vulnerabili alla depressione? Fattori correlati a caratteristiche pre-esistenti (perfezionismo, autocritica, stile di attribuzione con focus of control esterno o interno…) potrebbero giocare un ruolo cruciale nel determinare la vulnerabilità depressiva.

Caratteristiche generali sono: l’autocritica, la bassa autostima, la rigidità, la tendenza alla ruminazione, l’incapacità di distrarsi, il perseguimento di un unico scopo… Più in generale, la depressione (così come l’ansia) è stata collegata a un tratto noto come “nevroticismo”.

Il nevroticismo può essere descritto come la tendenza di un individuo ad esperire emozioni negative in risposta ad eventi esterni (soprattutto di natura stressante). Perché alcuni individui sono più sensibili ai temi legati all’abbandono e altri ai temi legati al fallimento personale?

Sebbene siano numerose le ricerche che hanno mostrato dei collegamenti tra sintomi depressivi e scopi compromessi, sono relativamente pochi gli studi che hanno esaminato i meccanismi cognitivi soggiacenti.

I modelli di Beck e di Blatt sulla vulnerabilità depressiva fanno leva sulle differenze individuali nei costrutti cognitivi e psicodinamici.

E’ il valore che il singolo attribuisce alla sfera affettiva o all’autonomia a determinare quanto alcuni eventi possano essere significativi nell’indurre sintomi depressivi.

Il modo in cui gli eventi avversi vengono interpretati può innescare o meno la depressione.

L’individuo che presenta una personalità sociotropica è orientato verso i rapporti interpersonali e valuta il proprio valore sulla base delle relazioni affettive. E’ intuibile, un individuo che valuta il proprio valore sulla base delle sue relazioni affettive con maggiore possibilità potrebbe sperimentare una sindrome depressiva a seguito di un’esperienza di separazione o perdita interpersonale.

Al contrario, l’individuo che ambisce a una personalità autonoma, che è orientato alla propria indipendenza e al successo e teme di essere controllato e di dipendere dagli altri, investe tutto il suo valore personale nel successo e nella produttività.

La “personalità autonoma” può sperimentare pensieri depressogeni come “se non supero l’esame, sarò un fallito” oppure “se sono triste, sono un debole!” oppure, all’estremo “non ho bisogno di nessuno, se ho bisogno di qualcuno sono un debole!”.

Chi ha una “personalità autonoma” ha maggiori probabilità di sviluppare una reazione depressiva dopo un evento che richiama, in qualche modo, un fallimento personale. Paradossalmente, per la personalità autonoma anche alcuni eventi all’apparenza “lieti” possono rappresentare motivo di minaccia: avere figli e sposarsi, due minacce all’autonomia e alla produttività.

Evidenze cliniche dimostrano che i pazienti depressi, soprattutto con personalità autonoma, tengono a fissare obiettivi eccessivamente alti in base ai quali regolano l’autostima. E’ chiaro che con standard alti la possibilità di sperimentare un fallimento diviene altamente probabile, innescando un circolo vizioso che mantiene sempre attivi i sintomi depressivi.

Bibliografia
*Association of Different Adverse Life Events With Distinct Patterns of Depressive Symptoms.
**The Role of Personal Goals in Depressive Reaction to Adverse Life Events: A Cross-Sectional Study. (Coutoumdijan et al. 2012).

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