Esercizi corporei per sperimentarsi nelle relazioni

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Una delle tendenze attuali è quella di pensare all’egoismo come una forma di autotutela contro il rischio della perdita di se stessi, assorbiti dalle forze dell’altro nel suo venirgli incontro.

L’altro è occasione di apertura e rischio di dispersione, tuttavia, l’attenzione è rivolta più ai pericoli che non ai vantaggi. Il tentativo di uscire da sé, dalla propria dimensione per aprirsi all’alterità, esponendosi al rischio della scoperta, dell’ignoto e, per certi versi, al pericolo dello smarrimento, è attualmente osteggiato da una visione che richiama alla necessità di rimanere fermi in sé, stabili nella propria centralità e nella difesa dei confini.

Alterità: significato – dal dizionario
1. Nel linguaggio della filosofia rappresenta l’opposto di identità, cioè ciò che non è soggettività, e quindi il mondo esterno, l’oggettività, il non-io.
2. In ambito socio-culturale, rappresenta la diversità rispetto a quanto è considerato come tradizionale.

L’altro ci dà la possibilità di guardarci dentro

L’egoismo sano rimanda alla dimensione dell’introspezione, dell’approfondimento di se stessi e nello scandagliamento della profondità degli abissi soggettivi, tuttavia, questa tendenza all’autoreferenzialità rischia di far decantare gli sforzi all’interno di un circuito chiuso che, seppur ben funzionante, non accetta integrazioni ed aperture verso l’ulteriore e la diversità.

Tutto rischia di cristallizzarsi in un gioco in cui i partecipanti recitano sempre gli stessi ruoli perché animati da forze ormai note.

L’altro da sé ha invece una funzione di specchio, la capacità di riflettere di noi parti che, altrimenti, difficilmente saremmo stati in grado di accorgerci ed accogliere.

Senza alterità non c’è gioco delle parti, lo sperimentarsi in ruoli diversi e neppure la possibilità di provare ed esprimere rabbia, delusione, senso di sfida e voglia di confronto.

L’altro è l’occasione per accendere l’autoconsapevolezza perché fornisce i materiali sui quali riflettere e misurarsi rimandando sempre alla possibilità di auto interrogarsi sul personale modo di agire e reagire attraverso gli altrui comportamenti.

L’altro è occasione insomma di gioia, dolore o tristezza, mettendoci a confronto anche con il senso di inadeguatezza. L’altro è anche senso di soffocamento, di smarrimento, di sicurezza e di invasione; sentire quanto perdiamo di noi stessi nel tentativo di uscire da noi stessi per protendersi verso l’altro, è già di per sé un esercizio per capire la tenuta dei confini personali e la capacità di essere fermi nella propria centratura.

Comprendere quanto l’altro ci faccia percepire il personale senso di fragilità, l’impossibilità di dire no, di esprimere dubbi o contrarietà è importante per avere più chiaro come è strutturato il nostro carattere e le modalità che attiviamo quando ci sentiamo minacciati o lusingati dai tentativi di manipolazione altrui.

La relazione ci rimanda alla dimensione della fatica e del rischio insieme. La fatica di uscire dalla propria sfera e dai confini tracciati nel tentativo di scoprire nuove parti di sé attraverso la relazione con l’altro, anche a rischio di smarrirsi nel mare dell’ulteriore rappresenta la sfida della crescita.

Crescita che è pericolo di inciampo e rischio di perdita, di scombussolamento e anche di dipendenza. Ma senza questi fattori di pericolo e di decentramento difficilmente potrà esserci un autentico senso di sé e di integrazione delle nostre parti scisse. Sono le deformazioni dello smarrirsi che, per differenza, fanno comprendere meglio il personale assetto formativo consentendo, grazie all’esperienza con l’altro, di comprendere la cifra del rischio della perdita del sé.

Perdita del senso di sé

L’ulteriorità e la prossimità aiutano ad ormeggiare meglio il senso di sé e la sua tenuta, proprio grazie alla possibilità di far luce sulle fragilità, le risorse e le crepe del personale assetto formativo. Senza l’incontro con l’altro questo non sarebbe possibile. L’uscita da sé attraverso l’altro consente di approfondire il senso di sé.

Senza l’uscita dai margini non vi è piena possibilità di immersione in se stessi. L’apertura all’altro sostanzia la successiva possibilità di approfondimento del senso di sé anche attraverso la meditazione. E’ l’incontro con l’altro che fornisce i materiali sui quali meditare perché senza lo sperimentarsi non vi è nulla che possa essere degno di approfondimento.

La mancanza del ritorno in sé perché risucchiati dal vortice dell’incontro fornisce la cifra della mancanza di centratura, di stabilità dei propri confini e della scarsa autoformazione. Uno dei mali del nostro tempo è proprio la dispersione, ovvero la dissolvenza del sé nel mare dell’ulteriorità.

La perdita del senso di sé porta all’inautenticità, ovvero all’assunzione di modelli di vita e di abitudini in maniera acritica e irriflessiva. L’inautentico nasce dalla mancanza di trasformazione di sé attraverso l’altro, ossia dall’incapacità di elaborare in maniera personale il senso e i vissuti esperiti così da trarne significati inediti.

Essere autenticamente se stessi significa saper stare in relazione attraverso un gioco costante di sponda in cui attraverso l’uscita da se stessi è possibile incontrare l’altro riportando a sé tutto quanto è in grado di ridefinire meglio il soggettivo senso dell’essere.

Pratiche bioenergetiche

Le pratiche bioenergetiche di coppia che propongo nei miei seminari hanno lo scopo di lavorare sul contatto, la spinta e la trazione in modo da sentire fisicamente la relazione con l’altro e cosa voglia dire avvertire il senso di invasione, la perdita di stabilità, dei confini e il calore della vicinanza.

Mettendosi uno di fronte all’altro ad occhi chiusi, con una gamba avanti ed una dietro, occorre provare a tenere le mani avanti, incollate agli avambracci dell’altro senza mai staccarle. Procedendo molto lentamente è possibile iniziare in maniera alternata a spingere, a tirare a sé, ad accorciare le distanze e a tentare di squilibrare l’altro rimanendo in contatto con il proprio respiro.

Il lavoro bioenergetico proposto si basa sul tentativo di sentire cosa si provi quando ci sentiamo schiacciati dall’altro o quando ci viene fatto perdere l’equilibrio. E’ importante capire cosa significhi per noi essere guidati dagli altri e che emozioni si risveglino. Interrogarsi su cosa si prova quando qualcuno invade i nostri confini, quando ci manipolano portandoci dove gli altri vogliono, serve a far luce sul nostro modo di agire e reagire e di provare ad assumere modalità differenti da quelle abituali.

A cura di Andrea Guerrini, psicologo e pedagogista
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