
Non necessariamente sono cresciuti in famiglie violente o apertamente disfunzionali. Talvolta è mancato qualcosa di meno evidente, ma fondamentale per lo sviluppo emotivo: la prevedibilità delle risposte affettive.
Un giorno lo stesso comportamento suscitava tenerezza, il giorno dopo irritazione. Un bisogno veniva accolto, un altro identico diventava motivo di rimprovero. Un genitore poteva essere affettuoso al mattino e distante la sera, senza che il bambino riuscisse a comprenderne la ragione.
Naturalmente, nessun genitore può essere sempre sereno, disponibile o emotivamente coerente
Il problema non è il singolo momento di irritazione, ma il ripetersi di esperienze nelle quali il bambino fatica a comprendere che cosa aspettarsi dalle persone da cui dipende.
In queste condizioni, l’incertezza può diventare una componente stabile della vita quotidiana. Il bambino non deve soltanto affrontare emozioni difficili: deve cercare continuamente di prevedere quando arriveranno, quanto dureranno e che cosa potrà fare per ristabilire la tranquillità. Così, mentre una parte delle sue risorse dovrebbe essere destinata all’esplorazione, al gioco e all’apprendimento, una quantità significativa di attenzione può essere assorbita dal tentativo di decifrare gli stati d’animo degli adulti.
Il bambino impara a osservare gli altri prima ancora di imparare ad ascoltare se stesso.
E questa modalità di adattamento può accompagnarlo anche nell’età adulta, manifestandosi attraverso comportamenti e frasi apparentemente innocue.
1. «Che hai? Ho fatto qualcosa di sbagliato?»
Basta una risposta più breve del solito, un’espressione seria, un messaggio senza emoticon. Immediatamente compare il sospetto di aver fatto qualcosa che ha infastidito l’altro. Chi è cresciuto in un ambiente imprevedibile può aver imparato a considerare ogni cambiamento emotivo delle persone vicine come un’informazione da interpretare rapidamente.
Da bambino, capire come stava un adulto poteva servire a orientare il proprio comportamento: parlare o tacere, avvicinarsi o allontanarsi, chiedere qualcosa oppure rinunciare.
Nell’età adulta questa attenzione può trasformarsi in ipervigilanza relazionale, una tendenza a monitorare continuamente i segnali di possibile tensione, rifiuto o disapprovazione. Il problema non è essere sensibili agli stati d’animo altrui, ma sentirsi responsabili di ogni cambiamento emotivo che si osserva negli altri, anche quando non ha nulla a che vedere con noi.
2. «Non importa quello che voglio io, basta che tu stia bene»
Ci sono persone che hanno imparato così bene a riconoscere i bisogni degli altri da non sapere più distinguere chiaramente i propri.
Se durante l’infanzia esprimere un desiderio poteva provocare irritazione, rifiuto o un cambiamento improvviso nel clima familiare, rinunciare diventava un modo per ridurre il rischio di conflitto. Il bambino scopre che assecondare l’altro rende l’ambiente più gestibile. Non necessariamente perché desideri compiacerlo, ma perché ha bisogno di preservare una relazione dalla quale dipende emotivamente.
Crescendo, può continuare ad applicare questa strategia anche quando non è più necessaria. Finisce così per confondere la disponibilità con l’obbligo di sacrificarsi, la generosità con la paura di deludere. E c’è un aspetto particolarmente doloroso: quando per molto tempo abbiamo imparato a mettere da parte ciò che sentiamo, possiamo diventare bravissimi a capire cosa desiderano gli altri e sentirci completamente disorientati quando qualcuno ci chiede cosa desideriamo noi.
3. «Preferisco sapere tutto in anticipo»
Non sempre il bisogno di controllo nasce dal perfezionismo o dall’ambizione. Talvolta rappresenta un tentativo di rendere prevedibile ciò che, in passato, non lo era. Pianificare ogni dettaglio, prepararsi mentalmente alle conversazioni, immaginare tutte le possibili reazioni degli altri può ridurre temporaneamente il senso di incertezza.
Il controllo diventa una forma di protezione: se riesco a prevedere abbastanza cose, forse nulla mi coglierà impreparato. Ma questa strategia presenta un costo psicologico e fisiologico. Poiché la realtà non può essere completamente controllata, ogni imprevisto rischia di richiedere un ulteriore sforzo di anticipazione.
La mente rimane impegnata a costruire scenari e a cercare soluzioni per problemi che potrebbero persino non verificarsi. Nel tentativo di evitare una possibile minaccia, si finisce per vivere come se quella minaccia fosse sempre imminente.
4. «Scusa, non volevo farti arrabbiare»
Alcune persone chiedono scusa prima ancora di aver capito se hanno realmente commesso un errore. Quando un bambino cresce accanto ad adulti emotivamente imprevedibili, può arrivare ad attribuirsi la responsabilità delle loro reazioni.
Non possedendo ancora gli strumenti cognitivi ed emotivi per comprendere la complessità del mondo adulto, può convincersi che, comportandosi diversamente, riuscirà a evitare tensioni e conflitti. È una spiegazione dolorosa, ma offre un’illusione di controllo: se il problema dipende da me, allora posso fare qualcosa per impedirlo.
Nell’età adulta, questo apprendimento può tradursi nella tendenza a giustificarsi continuamente, a temere il dissenso oppure a interpretare ogni conflitto come una possibile minaccia alla relazione.
Si può arrivare persino a chiedere scusa per aver espresso un bisogno, manifestato un’emozione o stabilito un confine. Ma essere responsabili delle proprie azioni non significa essere responsabili di tutte le emozioni che gli altri provano.
5. «Quando tutto va bene, ho paura che stia per succedere qualcosa»
È forse una delle conseguenze più difficili da comprendere. Per alcune persone la tranquillità non produce immediatamente sollievo. Al contrario, può essere accompagnata da una sensazione di attesa, come se fosse soltanto l’intervallo tra due momenti difficili.
Se durante l’infanzia i periodi sereni venivano interrotti da cambiamenti improvvisi, la mente può aver imparato a non considerare la stabilità come una condizione affidabile. Questo non significa desiderare inconsapevolmente di soffrire, né essere incapaci di apprezzare ciò che abbiamo. Significa che possiamo riconoscere cognitivamente una situazione favorevole senza riuscire a sperimentarla immediatamente come sicura.
La sicurezza, infatti, non è soltanto una valutazione razionale. È anche qualcosa che impariamo attraverso esperienze ripetute di continuità, protezione e affidabilità. E quando queste esperienze sono state insufficienti, possiamo continuare a cercare segnali di pericolo persino nei momenti in cui avremmo finalmente la possibilità di rilassarci.
6. «Sono stanca, ma non riesco a rilassarmi»
Qui incontriamo un aspetto fondamentale, spesso trascurato: il coinvolgimento del corpo. Crescere in un ambiente emotivamente imprevedibile non significa soltanto apprendere determinati comportamenti. Significa anche attraversare esperienze che possono influenzare lo sviluppo e la regolazione dei sistemi fisiologici coinvolti nella risposta allo stress.
Quando dobbiamo prestare continuamente attenzione ai segnali dell’ambiente, il nostro organismo può mobilitare risorse per sostenere la vigilanza. Il sistema nervoso autonomo partecipa alla regolazione dell’attivazione, mentre l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene contribuisce alla risposta neuroendocrina allo stress, attraverso ormoni come il cortisolo.
Questi sistemi sono indispensabili per adattarci alle richieste della vita. Il problema può emergere quando le richieste diventano frequenti, l’attivazione si prolunga e le occasioni di recupero risultano insufficienti.
Ecco perché possiamo sentirci esausti e, contemporaneamente, incapaci di riposare. Il corpo avrebbe bisogno di recuperare, ma la mente continua a monitorare, anticipare e cercare problemi da risolvere. Essere stanchi non significa necessariamente essere pronti a rilassarsi. La stanchezza segnala un consumo di risorse; il recupero richiede anche condizioni che permettano all’organismo di ridurre la propria attivazione.
Cosa accade al cervello quando cresciamo nell’imprevedibilità?
Le neuroscienze dello sviluppo ci aiutano a comprendere un passaggio essenziale: il cervello infantile non si limita a registrare ciò che accade, ma apprende regolarità che gli permettono di orientarsi nel mondo. Le relazioni precoci forniscono informazioni su ciò che possiamo aspettarci dagli altri, su come vengono accolti i nostri bisogni e su quanto siano affidabili i segnali di sicurezza.
Un ambiente sufficientemente prevedibile consente al bambino di costruire aspettative relativamente stabili. Non significa che non incontrerà difficoltà, ma che potrà progressivamente imparare a distinguere le situazioni problematiche da quelle sicure. Quando invece le risposte dell’ambiente sono frequentemente incoerenti, può diventare vantaggioso dedicare maggiori risorse all’anticipazione e al monitoraggio di ciò che accade.
Uno studio pubblicato nel 2023 sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), condotto da Xu e collaboratori, ha osservato un fenomeno particolarmente interessante: bambini tra i 10 e i 13 anni che riferivano una maggiore imprevedibilità nelle esperienze infantili tendevano a esplorare meno le alternative disponibili e a ripetere scelte familiari, anche quando queste offrivano ricompense inferiori.
È un risultato importante perché suggerisce che l’imprevedibilità possa influenzare non soltanto il modo in cui percepiamo le situazioni, ma anche le strategie con cui apprendiamo e prendiamo decisioni.
In un ambiente incerto, ciò che è familiare può apparire preferibile a ciò che è potenzialmente migliore, ma sconosciuto
Le ricerche sull’avversità precoce hanno inoltre rilevato associazioni con differenze nello sviluppo dei circuiti coinvolti nell’elaborazione delle informazioni emotive, nella valutazione delle minacce e nella regolazione dello stress.
Tra questi processi sono coinvolte diverse regioni cerebrali, comprese l’amigdala e aree della corteccia prefrontale, che partecipano, insieme ad altre strutture, all’apprendimento emotivo e alla regolazione delle risposte comportamentali. Anche la fisiologia può risentire delle esperienze precoci. Gli studi hanno documentato, in alcuni gruppi esposti ad avversità infantili, modificazioni dei ritmi del cortisolo, della reattività allo stress e di alcuni indicatori infiammatori.
Questo non significa che il cortisolo sia necessariamente sempre elevato
In alcune condizioni si osservano risposte accentuate, in altre attenuate. Le traiettorie individuali dipendono da numerosi fattori, tra cui durata delle esperienze, età, risorse disponibili e presenza di relazioni protettive. È qui che diventa importante il concetto di carico allostatico, cioè il costo cumulativo che può derivare dalla necessità di adattarsi ripetutamente a condizioni impegnative.
Le risposte di stress coinvolgono sistemi che interagiscono con il sonno, la digestione, l’attività cardiovascolare, la tensione muscolare e la regolazione immunitaria.
Non significa che ogni sintomo fisico derivi dall’infanzia o che vivere in un ambiente imprevedibile conduca necessariamente a sviluppare una malattia. Significa riconoscere che le nostre esperienze relazionali possono contribuire a modellare anche il modo in cui il nostro organismo risponde alle richieste dell’ambiente.
Il problema non è soltanto ciò che abbiamo vissuto, ma ciò che abbiamo imparato ad aspettarci
C’è una differenza importante tra attraversare un evento difficile e crescere senza sapere quando qualcosa di difficile accadrà. Nel primo caso possiamo spesso riconoscere un prima e un dopo. Nel secondo, l’incertezza può diventare una caratteristica persistente dell’esperienza quotidiana.
Un bambino non può semplicemente decidere di smettere di preoccuparsi dell’umore dei propri genitori: dipende da loro, materialmente ed emotivamente. Per questo può sviluppare strategie che gli permettono di preservare, per quanto possibile, vicinanza e protezione.
Quelle strategie non sono necessariamente sbagliate. Possono essere state le risposte più funzionali che aveva a disposizione. Ma ciò che ci ha aiutati in un determinato contesto non è detto che continui a esserci utile in ogni fase della vita.
Un adulto può continuare a chiedere scusa per evitare conflitti che oggi sarebbe in grado di affrontare. Può rinunciare ai propri bisogni anche quando nessuno gli sta chiedendo di farlo. Può cercare rassicurazioni continue pur trovandosi accanto a persone affidabili.
Non sta necessariamente reagendo soltanto a ciò che accade nel presente. Talvolta sta rispondendo anche a ciò che ha imparato a prevedere. Ed è importante comprendere che queste modalità non sono tratti immutabili del carattere. Sono schemi di risposta che possono essere riconosciuti, compresi e progressivamente modificati.
Comprendere la propria storia è importante. Ma non sempre è sufficiente a cambiare
Possiamo sapere perfettamente perché abbiamo paura del giudizio e continuare a provare un’intensa agitazione davanti a una critica. Possiamo riconoscere il nostro bisogno di controllo e sentirci comunque destabilizzati da un imprevisto. Possiamo comprendere che una persona non rappresenta una minaccia e continuare a irrigidirci quando alza la voce. Questo accade anche perché gli apprendimenti emotivi non dipendono esclusivamente dai processi di ragionamento consapevole.
Il nostro organismo dispone di sistemi di risposta rapidi, influenzati dalle esperienze precedenti, che possono attivarsi prima che riusciamo a valutare pienamente una situazione. Per questo il cambiamento non consiste semplicemente nel convincerci che non abbiamo più nulla da temere.
Richiede anche la possibilità di fare esperienze differenti
Attraversare un conflitto senza che la relazione venga compromessa, esprimere un bisogno senza essere svalutati, stabilire un confine senza sentirci costretti a riparare immediatamente il malumore altrui. Esperienze che, ripetendosi nel tempo, possono contribuire ad aggiornare le nostre aspettative e favorire modalità di risposta più flessibili.
Anche imparare a riconoscere l’attivazione fisiologica, rispettare i segnali di affaticamento e creare condizioni adeguate di recupero può diventare parte di questo percorso. Non possiamo modificare ciò che è accaduto durante la nostra infanzia. Possiamo però intervenire sul rapporto che oggi intratteniamo con quelle esperienze, sui significati che attribuiamo loro e sui comportamenti che continuiamo a mettere in atto.
Il nostro passato può spiegare molte delle nostre risposte, ma non deve necessariamente continuare a organizzarle tutte.
Ecco perché ho voluto scrivere questo libro. È proprio da questa consapevolezza che nasce il desiderio di scrivere, insieme ad Anna De Simone, “Se ascolti il tuo corpo accadono cose meravigliose”, pubblicato da Rizzoli.
Perché vorrei che imparassimo a guardare con occhi diversi quei comportamenti che troppo spesso consideriamo difetti del carattere: il bisogno di controllare tutto, la paura di deludere, la difficoltà a riposare, l’abitudine a mettere sempre gli altri al primo posto.
Vorrei che comprendessimo….
che, a volte, dietro questi modi di essere si nascondono adattamenti costruiti molto tempo prima, quando non avevamo ancora le risorse per scegliere come reagire. E che questi adattamenti non riguardano soltanto i nostri pensieri, ma coinvolgono anche il modo in cui il sistema nervoso ha imparato a rispondere al mondo.
Ho voluto scrivere questo libro per restituire dignità biologica a tutto ciò che sentiamo, per spiegare perché la consapevolezza, da sola, non sempre basta a cambiare e perché non possiamo pretendere di sentirci al sicuro soltanto perché abbiamo capito che non c’è più nulla da temere. Ma soprattutto, per ricordarci che non tutto ciò che abbiamo imparato per proteggerci deve continuare ad accompagnarci per il resto della vita.
Possiamo imparare a riconoscere i nostri bisogni senza vergognarcene, ad attraversare un conflitto senza sentirci necessariamente in pericolo, a concederci il riposo senza doverlo meritare. Possiamo costruire esperienze nuove, nelle quali il corpo non debba continuamente prepararsi a ciò che potrebbe accadere.
Perché il nostro passato merita di essere compreso, ma non deve necessariamente diventare il modello di tutto il nostro futuro. E forse una delle forme più profonde di cura di sé è proprio questa: smettere, poco alla volta, di organizzare la propria vita intorno a ciò che abbiamo imparato a temere e cominciare a costruirla intorno a ciò di cui abbiamo davvero bisogno. Il libro è ora disponibile su Amazon e in tutte le librerie…ti aspetto tra le pagine
E se ti va, seguimi sul mio profilo Instagram: @anamaria.sepe.
Ti aspetto lì per continuare il viaggio