I 7 tipi di genitori disfunzionali che modellano il tuo modo di amare

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Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi. Scrittrice e fondatore di Psicoadvisor

Non amiamo mai partendo da zero. Quando entriamo in una relazione, portiamo con noi molto più del nostro carattere, dei nostri desideri e delle nostre intenzioni consapevoli: portiamo una storia emotiva, un modo di aspettarci presenza o assenza, un’idea implicita di cosa significhi essere scelti, ascoltati, rassicurati, desiderati, rispettati. E spesso questa idea non nasce nelle relazioni adulte, ma molto prima, dentro il primo luogo in cui abbiamo imparato cosa potevamo aspettarci dall’amore: la famiglia.

Un bambino non osserva i genitori con lo sguardo critico di un adulto

Un bambino non pensa: “Questo comportamento è incoerente”, “questa risposta è invalidante”, “questo silenzio mi sta ferendo”, “questa freddezza non dipende dal mio valore”. Il bambino vive tutto in modo molto più assoluto, perché la relazione con le figure di accudimento non è una relazione qualsiasi: è il suo mondo, la sua sicurezza, la sua possibilità di sentirsi esistere.

Se un genitore è emotivamente assente, il bambino non conclude semplicemente che quel genitore ha dei limiti affettivi, ma può iniziare a sentire di non essere abbastanza interessante da meritare attenzione. Se un genitore è imprevedibile, il bambino non pensa che l’adulto sia instabile, ma impara che l’amore può cambiare da un momento all’altro e che bisogna restare sempre in allerta. Anche con un genitore svaluta, il bambino non registra solo una critica, ma può interiorizzare l’idea che essere sé stesso esponga al rifiuto.

È così che molte ferite dell’infanzia non restano confinate al passato

Ma diventano modi di amare, di scegliere, di restare, di temere, di interpretare i silenzi, di reagire alle distanze, di sopportare ciò che fa male. Non perché siamo destinati a ripetere ciò che abbiamo vissuto, ma perché il nostro sistema emotivo tende a riconoscere come familiare ciò che ha già conosciuto. E ciò che è familiare, anche quando non è sano, può sembrarci paradossalmente più comprensibile di ciò che è davvero nutriente.

I 7 tipi di genitori disfunzionali che modellano il tuo modo di amare

Per questo parlare di genitori disfunzionali non significa colpevolizzare in modo sterile, né ridurre ogni difficoltà adulta all’infanzia. Significa, piuttosto, provare a comprendere quali modelli relazionali abbiamo respirato quando non avevamo ancora gli strumenti per distinguerli, nominarli e proteggerci. Significa chiederci: che idea dell’amore ho imparato? Ho imparato che l’amore consola o che pretende? Che resta o che sparisce? Che ascolta o che giudica? Che mi permette di essere me stesso o che mi costringe a meritare continuamente il mio posto?

Perché alcuni genitori non feriscono necessariamente con gesti eclatanti. A volte feriscono con la freddezza quotidiana, con l’incoerenza, con il controllo, con la svalutazione mascherata da educazione, con la richiesta silenziosa di essere sempre bravi, forti, utili, compiacenti, convenienti. E quando tutto questo accade nella fase in cui il bambino sta costruendo la propria immagine di sé e degli altri, quelle esperienze possono diventare tracce profonde, capaci di modellare il modo in cui, da adulti, ci avviciniamo all’amore.

1. Il genitore emotivamente assente

Il genitore emotivamente assente può essere fisicamente presente, occuparsi dei bisogni pratici, lavorare, cucinare, accompagnare, comprare, organizzare, ma non riuscire a entrare davvero in contatto con il mondo interno del figlio. È il genitore che non chiede come stai davvero, che minimizza ciò che senti, che non sa sostenere il pianto, che si irrigidisce davanti alla vulnerabilità, che risponde ai bisogni emotivi con soluzioni pratiche o con frasi che chiudono ogni possibilità di incontro.

Il bambino cresciuto con questa forma di assenza può diventare un adulto che non sa chiedere, che si vergogna dei propri bisogni, che confonde l’amore con la distanza e che, nelle relazioni, tende ad accontentarsi di presenze parziali. Può sentirsi attratto da partner sfuggenti, freddi, poco disponibili, perché il suo sistema emotivo riconosce quella temperatura affettiva come nota. Non necessariamente piacevole, ma conosciuta.

Da adulto potrebbe pensare: “Non devo pesare”, “non devo chiedere troppo”, “se ho bisogno divento fastidioso”. E così rischia di costruire relazioni in cui si adatta a ricevere poco, convincendosi che amare significhi non disturbare, non pretendere, non mostrare troppa fame di vicinanza.

2. Il genitore imprevedibile

Il genitore imprevedibile alterna momenti di vicinanza a momenti di freddezza, esplosioni di rabbia a gesti affettuosi, disponibilità a chiusure improvvise. Il bambino non sa mai quale versione del genitore incontrerà e, proprio per questo, impara a monitorare ogni dettaglio: il tono della voce, l’espressione del volto, il rumore dei passi, il modo in cui viene chiusa una porta.

Questa imprevedibilità può generare un amore adulto attraversato dall’ansia. La persona può diventare ipersensibile ai cambiamenti dell’altro, leggere un messaggio più freddo come segnale di abbandono, vivere un ritardo come rifiuto, interpretare un silenzio come minaccia. Non è esagerazione: è memoria emotiva che si riattiva. Il corpo ha imparato presto che la sicurezza poteva sparire senza preavviso e, quindi, continua a controllare l’ambiente per anticipare il dolore.

Chi è cresciuto così può confondere l’intensità con l’amore. Una relazione tranquilla può sembrargli quasi vuota, mentre una relazione instabile può apparire magnetica, perché riattiva quel vecchio circuito fatto di attesa, paura, sollievo e nuova attesa.

3. Il genitore svalutante

Il genitore svalutante corregge più di quanto riconosca, nota più facilmente ciò che manca rispetto a ciò che c’è, usa il confronto, il sarcasmo, la critica o l’umiliazione come strumenti educativi. Può dire di farlo “per il bene” del figlio, ma il messaggio che arriva al bambino è spesso molto diverso: “Così come sei, non vai bene”.

Il figlio può crescere con una profonda insicurezza affettiva e, nelle relazioni adulte, può cercare continuamente conferme, oppure scegliere partner critici nel tentativo inconscio di ottenere finalmente approvazione da qualcuno che gliela nega. È come se il cuore dicesse: “Se riesco a farmi amare da chi mi svaluta, allora forse guarisco quella vecchia ferita”.

Ma l’amore non dovrebbe diventare un esame permanente. Quando l’infanzia è stata attraversata dalla svalutazione, il rischio è quello di vivere ogni relazione come un tribunale emotivo, dove bisogna dimostrare di essere abbastanza belli, abbastanza intelligenti, abbastanza forti, abbastanza interessanti, abbastanza meritevoli.

4. Il genitore controllante

Il genitore controllante non riconosce pienamente il figlio come individuo separato. Decide, invade, orienta, corregge, anticipa, interpreta, stabilisce cosa sia giusto desiderare e cosa no. Può farlo in modo apertamente autoritario oppure in modo più sottile, attraverso il senso di colpa, la preoccupazione eccessiva, la frase “lo faccio per te”.

Chi cresce con un genitore controllante può arrivare all’età adulta con una difficoltà profonda a riconoscere i propri desideri autentici. Nelle relazioni può oscillare tra due estremi: scegliere partner dominanti, ai quali consegnare ancora una volta la propria autonomia, oppure difendersi da ogni vicinanza perché la vicinanza viene vissuta come invasione.

Il problema è che, quando l’amore è stato confuso con il controllo, anche la cura può diventare ambigua. Un partner che chiede, propone, si interessa può essere percepito come qualcuno che invade, mentre un partner che decide tutto può sembrare familiare. La libertà affettiva, invece, nasce quando possiamo amare senza doverci cancellare.

5. Il genitore vittimista

Il genitore vittimista mette il figlio nella posizione di doverlo consolare, proteggere, capire, salvare. È il genitore che soffre sempre più di tutti, che fa pesare i sacrifici, che trasforma il bisogno del figlio in un’ulteriore prova contro di sé, che comunica più o meno esplicitamente: “Dopo tutto quello che ho fatto per te, come puoi farmi questo?”.

Il bambino, in questo clima, può imparare che amare significa occuparsi dell’altro a costo di sé. Da adulto potrebbe sentirsi attratto da partner fragili, problematici, instabili o dipendenti, non perché desideri soffrire, ma perché il suo sistema affettivo ha associato l’amore alla responsabilità. Se l’altro sta male, lui si sente necessario. Se l’altro ha bisogno, lui sente di avere un posto.

Il rischio è che la relazione diventi uno spazio di autosacrificio, dove il proprio malessere viene messo in secondo piano e dove il valore personale dipende dalla capacità di reggere, salvare, comprendere, perdonare, sopportare.

6. Il genitore anaffettivo o rigido

Il genitore anaffettivo non necessariamente maltratta, ma non sa esprimere tenerezza, non sa dire parole calde, non sa abbracciare senza imbarazzo, non sa riconoscere la dimensione emotiva come parte essenziale della crescita. In alcune famiglie, l’affetto è considerato superfluo, la sensibilità viene trattata come fragilità, il pianto come capriccio, il bisogno di rassicurazione come dipendenza.

Chi cresce in un clima simile può diventare un adulto che desidera profondamente intimità, ma non sa come abitarla. Può sentirsi a disagio davanti alla dolcezza, può temere di essere ridicolo quando mostra tenerezza, può scegliere partner distanti perché l’affetto esplicito gli sembra troppo esposto, troppo sconosciuto, quasi pericoloso.

Eppure il bisogno non scompare. Si nasconde. Può trasformarsi in nostalgia, in fame affettiva, in attrazione per chi non dà abbastanza, oppure in una corazza che dice “non ho bisogno di nessuno” mentre, sotto, continua a vivere una parte che avrebbe voluto semplicemente sentirsi accolta.

7. Il genitore invischiante

Il genitore invischiante ama senza confini. Entra troppo, chiede troppo, si appoggia troppo, confonde la vicinanza con la fusione. Il figlio non viene percepito come un soggetto separato, ma come estensione emotiva del genitore. I suoi successi diventano conferme per l’adulto, le sue scelte diventano minacce, la sua autonomia viene vissuta come tradimento.

Chi cresce in una relazione invischiante può sviluppare un rapporto complesso con l’amore: desidera vicinanza, ma teme di perdere sé stesso; vuole essere amato, ma ha paura di essere assorbito; cerca intimità, ma appena l’altro si avvicina troppo può sentire il bisogno di fuggire.

Nelle relazioni adulte può alternare coinvolgimento intenso e ritiro improvviso, proprio perché il sistema emotivo associa la vicinanza non solo alla sicurezza, ma anche al rischio di non avere più spazio interno. Per questa persona, imparare ad amare significa soprattutto imparare che il legame non dovrebbe cancellare l’identità.

Perché scegliamo ciò che ci ferisce?

Una delle domande più dolorose è questa: perché, pur sapendo cosa ci ha fatto male, talvolta sembriamo andare proprio verso persone che riattivano le stesse ferite? La risposta non è mai banale. Non scegliamo il dolore perché lo vogliamo, né restiamo in certe dinamiche perché siamo incapaci di capire. Più spesso, il nostro sistema emotivo cerca ciò che riconosce, perché ciò che riconosce gli appare prevedibile. Anche quando fa male.

Il familiare ha una forza enorme

Se sono cresciuto cercando attenzione da qualcuno che non me la dava, potrei sentire irresistibile chi mi concede poco. Oppure se ho imparato che l’amore è instabilità, potrei confondere la pace con mancanza di passione. Se ho dovuto meritare affetto attraverso la performance, potrei sentirmi vivo solo quando devo dimostrare qualcosa. Il punto è che l’infanzia non costruisce solo ricordi, costruisce previsioni: aspettative profonde su come andranno le cose quando ci avvicineremo a qualcuno.

Ecco perché il cambiamento non passa soltanto dal dire “ora scelgo meglio”. Certo, la consapevolezza è fondamentale, ma non basta se resta solo mentale. Bisogna imparare a riconoscere cosa accade nel corpo quando qualcuno ci ignora, quando qualcuno ci cerca, quando una relazione diventa stabile, quando l’altro ci tratta con rispetto ma noi non sentiamo quella scossa a cui siamo abituati. A volte ciò che è sano, all’inizio, non sembra emozionante perché non riattiva l’allarme. E proprio lì comincia il lavoro più importante: imparare a distinguere ciò che è intenso da ciò che è nutriente.

Non si tratta di accusare i genitori, ma di capire cosa abbiamo interiorizzato

Parlare di genitori disfunzionali non significa negare che molti genitori abbiano fatto ciò che potevano con gli strumenti che avevano. Significa però smettere di proteggere il passato al prezzo della propria verità emotiva. Molte persone adulte restano intrappolate in un conflitto silenzioso. Da una parte sentono di essere state ferite, dall’altra si rimproverano per il solo fatto di riconoscerlo. Pensano che comprendere il danno equivalga a tradire la famiglia, a essere ingrati, a esagerare.

Ma riconoscere una ferita non significa odiare chi l’ha causata

Significa smettere di rivolgerla contro sé stessi. Perché quando non possiamo ammettere che qualcosa ci è mancato, spesso finiamo per concludere che siamo stati noi a non meritarlo. Quando non possiamo dire “quel clima era troppo freddo”, diciamo “sono io troppo sensibile”. Tanto meno possiamo dire “quel controllo mi ha soffocato”, piuttosto diciamo “sono io che non so decidere”. E nemmeno possiamo dire “quell’amore era instabile”,  ma diciamo “sono io che chiedo troppo”.

La guarigione comincia quando smettiamo di usare la comprensione per assolvere tutto e iniziamo a usarla per liberarci. Possiamo comprendere i limiti dei nostri genitori senza continuare a vivere dentro quei limiti. Possiamo riconoscere la loro storia senza permettere che diventi ancora la nostra gabbia. E’ possibile dire: “Forse non hanno saputo fare diversamente, ma io oggi posso imparare un modo diverso di amare”.

Il modo in cui ami oggi non racconta solo chi hai incontrato nella tua vita adulta…

Ma anche ciò che il tuo sistema emotivo ha imparato molto tempo prima, quando l’amore coincideva con la sopravvivenza, con lo sguardo dei tuoi genitori, con il tono della loro voce, con la possibilità di essere accolto oppure respinto proprio mentre cercavi un posto sicuro nel mondo.

Per questo alcune relazioni ci sembrano inspiegabilmente magnetiche anche quando ci fanno male. Non sempre perché siano davvero amore, ma perché parlano una lingua che il nostro corpo conosce già. Una lingua fatta di attesa, rincorsa, paura, compiacenza, controllo, sacrificio, silenzi da decifrare, approvazione da meritare. E quando quella lingua è stata imparata presto, può sembrare naturale anche quando ci impoverisce.

Ma ciò che hai imparato non è una condanna. È una traccia

E una traccia può essere riletta, compresa, attraversata, trasformata. Non per diventare un’altra persona, ma per smettere di confondere l’amore con ciò che ti ha fatto adattare. Perché amare non dovrebbe significare tornare bambino davanti a qualcuno che decide se vali abbastanza. Non dovrebbe significare rincorrere chi si sottrae, salvare chi ti consuma, sopportare chi ti svaluta o perdere te stesso pur di non perdere l’altro.

È anche da questa consapevolezza che nasce “Lascia che la felicità accada”

Ho voluto scrivere un libro che non parlasse di felicità come slogan, come ottimismo forzato o come semplice scelta mentale. L’ho voluto scrivere come possibilità concreta di comprendere il proprio funzionamento emotivo, il proprio sistema nervoso, le proprie reazioni automatiche e quelle previsioni interiori che spesso continuano a guidarci senza che ce ne accorgiamo. Perché non basta dirsi “devo volermi più bene” se una parte profonda di noi ha imparato che l’amore va meritato, trattenuto, inseguito o pagato con la rinuncia a sé.

“Lascia che la felicità accada” è un libro nato proprio da questo bisogno

Aiutare il lettore a riconoscere ciò che dentro di sé si è organizzato intorno alla paura, alla mancanza, all’adattamento, per iniziare a costruire condizioni emotive e neurobiologiche diverse. Non per cancellare la propria storia, ma per non continuare a viverla come se fosse l’unico destino possibile.

Perché forse la vera svolta non arriva quando finalmente qualcuno ci ama nel modo giusto. Arriva quando iniziamo a capire perché abbiamo chiamato amore ciò che ci faceva soffrire. Perché abbiamo accettato briciole pensando fossero presenza. Perché abbiamo confuso la familiarità con la sicurezza. Da lì, lentamente, può nascere un modo nuovo di stare nelle relazioni. Non più come bambini che cercano di essere scelti, ma come adulti che imparano a riconoscere dove possono davvero sentirsi al sicuro. Il libro è disponibile a questo link su Amazon…ti aspetto tra le pagine.

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