
Quel niente, però, può contenere moltissimo.
La passivo-aggressività è interessante proprio perché ci mostra una cosa che tendiamo a dimenticare: non esprimere apertamente un’emozione non significa necessariamente averla regolata. A volte significa soltanto che quell’emozione deve trovare un’altra strada.
La passivo-aggressività, infatti, può essere descritta più utilmente come uno stile di espressione indiretta dell’ostilità, della rabbia, del risentimento o dell’opposizione, piuttosto che come un’etichetta da appiccicare alla persona. La stessa storia diagnostica del costrutto è controversa e oggi è più prudente parlare di comportamenti o tratti passivo-aggressivi piuttosto che immaginare automaticamente una specifica diagnosi.
Ma la domanda più interessante è un’altra. Se la rabbia non viene espressa, che cosa succede nel corpo?
Immaginiamo una scena molto semplice. Qualcuno fa qualcosa che viviamo come ingiusto, invasivo, svalutante. Nel giro di pochissimo tempo il cervello attribuisce significato a ciò che sta accadendo e l’organismo comincia a prepararsi a rispondere. L’emozione, infatti, non nasce come una frase nella nostra testa. È una configurazione che coinvolge contemporaneamente valutazione, attenzione, memoria, attività autonomica, modificazioni cardiovascolari e preparazione all’azione.
La rabbia, in particolare, ha una componente di avvicinamento e mobilitazione: qualcosa deve essere fermato, modificato, respinto, contestato. Ma immaginiamo che quella persona abbia imparato molto presto che arrabbiarsi apertamente non conviene.
Forse nella sua famiglia contraddire significava essere puniti. Forse dire «no» provocava ritiro affettivo, colpa o umiliazione. Forse mostrarsi arrabbiati era considerato irrispettoso, pericoloso, egoista. Oppure la persona ha imparato che il conflitto diretto comporta un prezzo che non vuole pagare. E allora succede qualcosa di particolare: l’organismo ha già cominciato a organizzare una risposta, mentre la persona cerca contemporaneamente di impedirne l’espressione.
È qui che il fenomeno diventa anche biologicamente interessante.
La soppressione espressiva avviene quando l’emozione è già stata generata e la persona tenta di impedirne la manifestazione attraverso il volto, le parole, i gesti o il comportamento. Gli studi mostrano che nascondere l’espressione non equivale necessariamente a spegnere l’esperienza emotiva interna. Alcuni esperimenti hanno rilevato, durante la soppressione, un aumento dell’attività simpatica e della reattività cardiovascolare; altri lavori mostrano risultati più eterogenei, quindi non esiste una singola “firma fisiologica” uguale per tutti. Il punto importante è un altro: bloccare ciò che mostriamo non significa automaticamente disattivare ciò che l’organismo sta vivendo. Ed è una distinzione enorme.
Fuori puoi essere immobile. Dentro, il corpo può essere ancora nel conflitto
Quando proviamo rabbia, frustrazione o minaccia, la regolazione cardiovascolare può cambiare: il cuore, i vasi e i sistemi che controllano la pressione vengono modulati in funzione di ciò che l’organismo si prepara ad affrontare. Se contemporaneamente dobbiamo controllare il volto, scegliere le parole, trattenere una risposta, evitare uno scontro e magari continuare a comportarci come se nulla fosse successo, stiamo chiedendo al cervello un ulteriore lavoro di controllo.
Gli studi di neuroimaging sulla soppressione espressiva trovano infatti un maggiore coinvolgimento di aree frontoparietali, comprese regioni prefrontali implicate nel controllo e nell’inibizione della risposta. Non significa che esista “il cervello del passivo-aggressivo”. Significa qualcosa di molto più interessante: contenere volontariamente un comportamento emotivo richiede lavoro neurale.
Ecco perché la persona può apparire calma senza esserlo fisiologicamente nello stesso modo.
La bocca dice: «Non importa». La relazione dice: «Non voglio affrontarlo». Ma l’organismo potrebbe essere ancora impegnato a gestire ciò che è successo.
Esperimenti sulla soppressione delle emozioni negative hanno rilevato, in alcune condizioni, una maggiore risposta della pressione arteriosa sistolica durante il compito e persino una maggiore reattività cardiovascolare a uno stimolo stressante successivo. Altri studi sulla rabbia mostrano inoltre che la ruminazione può rallentare il ritorno dell’attivazione cardiovascolare verso i livelli precedenti.
Ed ecco un punto che cambia completamente la prospettiva: la questione non è soltanto quanto intensamente reagiamo. È anche quanto tempo impieghiamo a tornare indietro. Perché un organismo sano non è un organismo che non si attiva mai. È un organismo che riesce ad attivarsi quando serve e, quando quella mobilitazione non è più necessaria, riesce progressivamente a concluderla.
Il passivo-aggressivo non è necessariamente “senza rabbia”. Può avere un problema con la strada che la rabbia può percorrere
Ed è qui che molte interpretazioni diventano troppo semplicistiche. Dire di qualcuno «è passivo-aggressivo» può farci immaginare una persona calcolatrice che pianifica deliberatamente di punire gli altri senza assumersene la responsabilità. A volte può esserci certamente una componente consapevole. Ma non sempre funziona così.
In alcune persone l’espressione indiretta può essere diventata nel tempo una soluzione relazionale: non posso dirti apertamente ciò che voglio, ma non riesco neppure ad aderire realmente a ciò che vuoi tu.
Nasce così quella strana combinazione tra obbedienza apparente e opposizione reale. «Va bene.» E poi non lo fa. «Non sono arrabbiato.» E diventa distante. «Decidi tu.» E qualunque decisione prenderai sarà accolta con freddezza. «Me ne sono dimenticato.» Ma quella dimenticanza compare curiosamente soprattutto quando qualcosa è stato vissuto come imposizione.
Non significa che ogni dimenticanza, ritardo o silenzio sia passivo-aggressivo. Sarebbe psicologicamente scorretto. Il significato emerge dal pattern, dalla ripetizione e soprattutto dalla funzione che quel comportamento assume dentro una relazione.
La domanda utile, allora, non è soltanto: «Perché non parla chiaramente?».
Potrebbe essere: che cosa accadrebbe dentro questa persona — e nella relazione — se dicesse chiaramente ciò che prova? Per qualcuno dire «sono arrabbiato» significa rischiare il conflitto. Per qualcun altro significa sentirsi cattivo. Per qualcun altro ancora significa esporsi alla possibilità di essere rifiutato. E allora l’emozione resta, mentre cambia la sua via d’uscita.
Il problema non è provare rabbia. È non poterla trasformare in un’informazione utilizzabile
La rabbia non nasce per rovinarci le relazioni. È un’emozione che può informarci che qualcosa è stato vissuto come ingiusto, frustrante, intrusivo o contrario a un nostro bisogno o obiettivo.
Regolarla non significa scaricarla sugli altri. Ma non significa nemmeno fingere che non esista. Tra esplodere e trattenere tutto esiste un’enorme possibilità psicologica: riconoscere ciò che sta accadendo, tollerarne l’attivazione e trasformarlo in una risposta comunicabile.
- Posso essere arrabbiato senza ferirti.
- Posso dissentire senza punirti.
- Posso dire no senza scomparire.
- Posso riconoscere che qualcosa mi ha fatto male senza costringerti a scoprirlo attraverso il mio silenzio.
È questa la differenza tra un’emozione che viene semplicemente inibita e un’emozione che comincia davvero a essere regolata. E forse è anche uno dei motivi per cui comprendere il corpo cambia profondamente il modo in cui comprendiamo noi stessi.
Perché possiamo trascorrere anni a giudicare un comportamento senza accorgerci del processo che c’è sotto. Possiamo chiamarci difficili, permalosi, freddi, impulsivi, testardi. Possiamo pensare di avere “un brutto carattere”. E invece, qualche volta, stiamo osservando strategie che l’organismo e la nostra storia hanno imparato per gestire emozioni che non abbiamo mai imparato a riconoscere mentre accadevano.
Forse dovremmo cominciare da qui
Abbiamo imparato moltissime parole per descrivere ciò che facciamo. Molte meno per capire che cosa sta facendo il nostro organismo mentre lo facciamo.
È proprio da questa distanza che nasce il mio nuoovo libro “Se ascolti il tuo corpo accadono cose meravigliose“. Non per insegnarti semplicemente a “sentire le emozioni”, ma per portarti dentro la loro biologia: capire cosa succede mentre trattieni, resisti, ti adatti, temi, ami, ti difendi; perché alcune risposte sembrano più forti della nostra volontà e perché esperienze che crediamo di aver lasciato alle spalle possono continuare a organizzare il modo in cui il corpo affronta il presente.
Perché forse la domanda più importante non è soltanto «Perché mi comporto così?». È: «Che cosa ha imparato il mio corpo a fare, ogni volta che io non potevo permettermi di fare altro?» E quando finalmente impari a riconoscere quella risposta mentre sta accadendo, non stai semplicemente conoscendo meglio il tuo corpo.
Stai entrando in una parte della tua storia che, fino a quel momento, avevi vissuto senza avere le parole per leggerla. Perché alcune cose non cambiano quando impariamo a controllarci meglio. Cambiano quando finalmente comprendiamo che cosa, dentro di noi, abbiamo passato una vita a controllare. Se ascolti il tuo corpo accadono cose meravigliose è in preorder su Amazon e in libreria dal 13 ottobre.
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Ti aspetto lì per continuare il viaggio