Il prezioso insegnamento delle illusioni ottiche

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Dott.ssa in biologia e psicologia. Esperta in genetica del comportamento e neurobiologia. Scrittrice e founder di Psicoadvisor

Crediamo che la realtà che ci circonda sia quella che vediamo, quella che percepiamo con i nostri organi di senso. In realtà, ciò che percepiamo non corrisponde alla “realtà vera” ma è sempre un’interpretazione di essa. La nostra mente è costantemente impegnata nell’assegnare un significato a ciò che ci circonda (gesti, parole, oggetti…) e, quest’attribuzione di significato è frutto di un processo elaborativo del tutto soggettivo. Che, in buona parte, dipende dalle nostre esperienze. Questo significa che spesso, le cose non stanno proprio «come le abbiamo viste noi» e le illusioni ottiche sono un esempio di estrema importanza.

Le illusioni ottiche, infatti, ci fanno capire come l’idea che ci facciamo della realtà che ci circonda possa essere fallace. Quando stiamo vivendo un evento, le nostre esperienze pregresse condizionano il modo in cui lo viviamo agendo sulle nostre valutazioni, sulle nostre attribuzioni di significato. Ma procediamo per gradi! So bene che spiegato così, questo concetto può essere un po’ troppo astratto. Inizierò con le illusioni ottiche per poi esporti altri errori di attribuzioni che compiamo quotidianamente.

Le illusioni ottiche

Tutti sappiamo che un’illusione ottica è prodotta da un’immagine che riesce a ingannare la nostra vista. Nell’illusione ottica un oggetto viene percepito in modo diverso da come è realmente a causa di un errore della sua interpretazione da parte della corteccia visiva. Prendiamo come esempio l’immagine riportata in alto, in questa pagina, sono dei file jpg normali, sono quindi immagini statiche. Tuttavia le percepiamo come clip in movimento: è il nostro cervello che le “ricostruisce” così nella nostra mente. Fissando un punto fisso, l’immagine sembra rallentare e quasi apparire ferma, al contrario, se la guardiamo con “campo più ampio” o muovendo gli occhi, vediamo che l’immagine tende ad apparire in movimento.

Come avviene questo fenomeno? 
Le immagini, dalle retina, raggiungono il nostro cervello mediante il nervo ottico. A questo punto scendono in campo le cortecce visive che hanno sede nel lobo occipitale. La corteccia visiva primaria è responsabile della pura visione, elabora le informazioni degli stimoli visivi esterni ma non fa tutto da sola. La corteccia visiva secondaria e la terziaria, sono dette «aree associative della visione», in quanto utilizzano informazioni già immagazzinate nel cervello per un’analisi degli stimoli più accurata. È grazie a queste aree associative che possiamo riconoscere gli oggetti. Tali aree ci aiutano nell’interpretazione delle immagini che sono arrivate alla corteccia visiva primaria.

Con la corteccia visiva primaria, potremmo vedere un corpo cilindrico e cavo, trasparente e fragile senza riconoscerlo. Grazie alle cortecce associative, abbiamo la possibilità di vedere un bicchiere, attribuendo un significato a quell’immagine elaborata a livello primario. Sono le esperienze che facciamo e quindi le informazioni contenute nella nostra memoria che ci consentono di capire ciò che stiamo guardando e assegnare un significato agli input visivi.

In alcuni casi, la particolare conformazione dell’immagine fa sì che nel nostro “database visivo” non vi siano riscontri diretti. A causa di forme e colori giustapposti in determinati modi, al nostro cervello arrivano informazioni che non possono essere correttamente interpretate: il nostro cervello tenta di fornire un significa a ciò che vede e prevede un movimento, così i nostri “centri nervosi” ravvisano un’immagine in movimento che, però, in realtà è statica. Le esperienze passate, contenute nel nostro database visivo innescano un’illusione! Si  percepisce l’esistenza di qualcosa che non esiste realmente. Vediamo un movimento che non c’è.

Le distorsioni cognitive

Le illusioni non sono solo ottiche ma possono riguardare l’intera gamma delle interpretazioni che facciamo della realtà. Quando si fa riferimento agli organi di senso, si parla di illusioni (ottiche, acustiche, olfattive…), quando invece si fa riferimento a elaborazioni cognitive errate, si parla di distorsioni o bias cognitivi. Proprio come per le illusioni, lo stimolo esterno è realmente esistente, tuttavia, a causa dal modo in cui il cervello normalmente organizza e interpreta le informazioni che riceve (attingendo al proprio bagaglio soggettivo), quello stimolo viene processato in modo errato. A causa delle distorsioni cognitive, leggendo la realtà, ricaviamo informazioni false. Facciamo un esempio semplice e concreto: il caso clinico di Luna.

Luna ha la fobia degli insetti, questa paura è sempre presente ma si acuisce quando si fa sera e arriva l’ora di mettersi a letto. La donna teme che un ragnetto, con le sue zampine, possa entrarle nel naso o nelle orecchie proprio mentre dorme. Questa idea la paralizza e diviene causa d’insonnia. Era una domenica sera quando Luna, osservando la parete, riconobbe nitidamente tre insetti! Erano lì, immobili e pronti per trasformare in realtà le sue paure! Luna si alzò di scatto e si piombò a uccidere quegli insetti ma, avvicinandosi, ebbe una sorpresa: si trattava di macchie d’inchiostro.

Quel pomeriggio Luna aveva ospitato in casa la sua nipotina che, pasticciando, le aveva procurato delle piccole macchioline sulla parete della camera da letto. Osservando quei punti scuri, Luna vedeva degli insetti! Il cervello di Luna vedeva davvero degli insetti! O meglio, Luna, e i suoi organi di senso, interpretavano quelle forme scure come insetti perché nella sua mente, l’immagine più rappresentativa e ricorsiva (dato la sua fobia) era legata agli insetti. La ricostruzione neurale di quelle macchie restituiva all’interpretazione di Luna, una serie di insetti dove vi erano macchie d’inchiostro. Qualcuno, banalmente, potrebbe dire «beh, Luna si era impressionata». In realtà, detto così è troppo riduttivo, in quanto si era verificato un intero processo percettivo a sostegno di questa «impressione».

Adesso ti riporto un esempio più complesso così da comprendere quanto potenti possono essere le tue interpretazioni della realtà e come queste possono influenzare la tua vita. Nel caso di Luna, è bastata un’osservazione più attenta e calma per comprendere che si trattava di un “errore interpretativo”, purtroppo le distorsioni non sono tutte così semplici da smascherare e alcune si trasformano in vere e proprie credenze che trovano riscontro e conferme (false!) nella realtà.

I bias cognitivi

In psicologia, una distorsione cognitiva o bias, indica la tendenza a creare la propria realtà soggettiva, sviluppata sulla base dell’interpretazione delle informazioni in possesso. Come premesso, in ogni momento, la nostra mente è impegnata nell’assegnare un significato alla realtà che ci circonda, agli input esterni che riceviamo. Questo processo è condizionato da fattori come:

  • esperienza individuale;
  • contesto culturale e credenze;
  • giudizio altrui;
  • schemi mentali;
  • emozioni del momento (come la paura di Luna);
  • stato di attivazione psicofisiologico.

Lo stato di attivazione fisiologica gioca un ruolo importantissimo. Per esempio, se stai male fisicamente e, nel contempo, stai ascoltando un interlocutore, potresti trovarlo sgradevole anche se ti sta comunicando nozioni che, in altre circostanze, avrebbero destato il tuo interesse. Lo stato di attivazione fisiologica (che è qualcosa di tuo, soggettivo!) può influenzare molto il modo in cui leggi la realtà. Un esperimento ha dimostrato che, quando un gruppo di uomini aveva sperimentato paura percorrendo un ponte sospeso, valutavano una donna come più attraente e si percepivano come più capaci di rimorchiarla. Era l’adrenalina del momento (uno stato di attivazione psicofisiologico) a viziare la loro lettura della realtà (per approfondimento: teoria del marcatore somatico).

Il giudizio altrui pesa molto sul modo in cui leggiamo la realtà. Per esempio, possiamo percepire un oggetto come molto attraente, solo perché alcune persone stimabili lo hanno acquistato. Analogamente, possiamo percepirci come dei buoni a nulla, perché siamo stati sminuiti dalla persona che amiamo. Tutta la nostra percezione di chi siamo e di cosa siamo capaci di fare, dove possiamo spingerci per esaudire i nostri desideri, deriva in buona parte dal giudizio altrui.

Molto complesso è comprendere l’impatto delle esperienze individuali e degli schemi pre-esistenti sul modo in cui leggiamo la realtà. Ogni persona cerca di valutare la situazione del presente in funzione delle esperienze passate, omettendo le differenze, al fine di poter riutilizzare gli stessi criteri adottati in una situazione passata simile. Omettere tali differenze può essere determinante nell’invalidazione della valutazione finale. Prendiamo l’esempio delle relazioni.

Alcune persone hanno modelli così rigidi da valutare come attraenti dei potenziali partner che, in realtà, hanno caratteristiche non proprio degne di stima. Nella teoria desideriamo per noi un partner premuroso, gentile, divertente, intraprendente… ma nella pratica, i nostri schemi ci portano a valutare come attraente persone molto differenti dal nostro modello ideale. In quell’attrazione, viviamo un’illusione.

La tua vita è più bella di ciò che sembra, tu sei migliore di ciò che credi

È possibile dare una perfetta spiegazione neuropsicologica al perché si ripetono certe esperienze e al perché, alcune persone, tendono a leggere la realtà usando sempre lo stesso filtro. Molto comune è un filtro che, ironicamente, ho soprannominato «mai una gioia». Ci sono alcune persone, infatti, che si precludono ogni forma di felicità perché leggono la realtà con distorsioni che confermano l’idea del rifiuto, dell’infelicità, dell’abbandono e della sfiducia. La spiegazione neuropsicologica è fornita dal concetto di economia fisiologica.

Le modalità relazionali che usiamo in età adulta cominciano a formarsi durante l’infanzia, quando facciamo esperienza delle prime relazioni significative. Queste prime esperienze attivano determinati circuiti neurali; ad ogni riproduzione di quelle esperienze, i circuiti neurali richiedono sempre meno energia per avviarsi e diventano vie privilegiate per compiere nuove esperienza relazionali. Quindi, per il principio dell’economia fisiologica – utilizzare meno risorse possibili, un principio di sopravvivenza di ogni forma di vita – ripetiamo esperienze simili perché attivano circuiti neurali già ben rodati: i quali fanno sì consumare meno, ma rendono anche meno probabile le novità.

La prospettiva neuropsicologica sottolinea come, le valutazioni che facciamo della realtà, tendono a spingerci sempre nella stessa direzione e, questo, può essere molto pericoloso se ci muoviamo con la convinzione di non essere abbastanza.

Nel mio ultimo libro «Riscrivi le Pagine della Tua Vita», spiego in modo semplice e con esercizi psicologici guidati, come allenare il cervello a rompere gli schemi. È vero, le esperienze hanno un forte peso ma non definiscono chi sei. Tu sei ciò a cui aspiri, sei i tuoi desideri, le tue ambizioni… non sei il tuo passato. Allora perché lasciamo che il passato ci guidi al tal punto da condizionare le nostre scelte e le nostre valutazioni della realtà? Se ti fa piacere aprire un nuovo capitolo della tua esistenza, ti invito caldamente a leggere il mio libro best seller «Riscrivi le Pagine della Tua Vita», te lo consiglio da lettore a lettore.

Autore: Anna De Simone, psicologo esperto in psicobiologia
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