Il problema è davvero il problema? Come il reframing può cambiare ciò che vivi

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Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi. Scrittrice e fondatore di Psicoadvisor

Vedi il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? È una di quelle domande che abbiamo sentito così tante volte da aver quasi perso interesse per ciò che contiene. Eppure, dietro questa immagine apparentemente banale, si nasconde un meccanismo psicologico molto sofisticato: davanti alla stessa realtà, due persone possono costruire esperienze emotive profondamente diverse.

Il livello dell’acqua non cambia. Cambia la cornice attraverso cui lo osserviamo.

È proprio qui che entra in gioco il reframing, letteralmente “ricorniciamento”: la capacità di collocare un evento, un comportamento o un’esperienza all’interno di una cornice interpretativa differente. Non significa raccontarsi che va tutto bene quando non è vero, né cercare ostinatamente il lato positivo di qualunque cosa accada. Significa qualcosa di molto più interessante: accorgersi che la prima interpretazione che la mente produce non è necessariamente l’unica possibile.

Tra ciò che accade e ciò che proviamo, infatti, esiste un passaggio spesso invisibile: l’attribuzione di significato

Non reagiamo soltanto agli eventi; reagiamo a ciò che quegli eventi rappresentano per noi. Una telefonata che non arriva può significare: «Non gli importa di me». Oppure: «Non so ancora perché non mi abbia chiamato». Un errore può diventare: «Non sono abbastanza capace». Oppure: «Ho appena scoperto qualcosa che devo ancora imparare». Una porta che si chiude può essere vissuta esclusivamente come una perdita oppure, senza negare quella perdita, può diventare anche l’inizio di una riorganizzazione.

L’evento è lo stesso. Ciò che cambia è il paesaggio interno che costruiamo intorno a quell’evento. Per comprenderlo davvero, però, dobbiamo fare un piccolo passo indietro.

Il cervello non registra semplicemente la realtà: la interpreta

Potremmo pensare che la mente si limiti a registrare ciò che accade, come farebbe una telecamera. In realtà non è così: mentre percepiamo un evento, gli attribuiamo anche un significato, sulla base di ciò che abbiamo imparato, di ciò che ci aspettiamo e di ciò che in quel momento consideriamo rilevante.

Questo processo prende il nome di appraisal, valutazione. Una stessa situazione può quindi essere valutata come minaccia, perdita, sfida, ingiustizia, occasione, possibilità di apprendimento o qualcosa di ancora diverso. E quella valutazione contribuisce a organizzare la risposta emotiva e comportamentale che segue.

Se interpreto una difficoltà come una prova definitiva della mia incapacità, probabilmente sentirò impotenza e avrò meno disponibilità a sperimentare. Se riesco a leggerla come una situazione difficile ma circoscritta, sulla quale posso ancora intervenire, cambia il mio repertorio d’azione: posso osservare, correggere, chiedere aiuto, imparare, riprovare.

Faccio un esempio per rendere meglio il concetto

Immagina che tra qualche giorno si sposi la tua migliore amica e che ti abbia chiesto di tenere un discorso durante il ricevimento. La scena non è ancora accaduta, eppure nella tua mente potrebbe essere già cominciato tutto: «Mi verrà l’ansia, dimenticherò quello che devo dire, mi tremerà la voce, inizierò a balbettare e tutti si accorgeranno che sono agitato».

A quel punto il corpo potrebbe iniziare a rispondere a una situazione che esiste ancora soltanto come rappresentazione mentale: aumenta l’attivazione, il cuore accelera, compare tensione muscolare, senti lo stomaco chiudersi. Potresti perfino arrivare a pensare: «Vorrei che non me l’avesse chiesto». Che cosa è successo? Non è stato il discorso, perché non lo hai ancora pronunciato. È stata la valutazione anticipatoria della scena.

In psicologia questo processo viene chiamato appraisal: l’organismo non registra passivamente ciò che accade, ma valuta continuamente che cosa una situazione significhi per noi. È pericolosa? È controllabile? Ho abbastanza risorse per affrontarla? Potrei perdere qualcosa? Potrei essere giudicato? Posso farcela? Il nostro stato emotivo dipende quindi non soltanto dall’evento, ma dalla configurazione di significato che costruiamo intorno a quell’evento. Ed è qui che le cose diventano interessanti: l’appraisal iniziale non è necessariamente definitivo.

Appraisal, reappraisal e reframing: tre passaggi diversi

Supponiamo che tu riesca a fermarti e a guardare diversamente quella stessa scena. Il primo pensiero era: «Dovrò parlare davanti a tutti e rischierò di fare una figuraccia.» Poi cominci ad aggiungere altre informazioni: alla tua amica farà piacere ascoltarti, ti ha chiesto di parlare perché sei importante per lei, non stai sostenendo un esame, non devi essere perfetto, vuoi farlo perché le vuoi bene e, se anche ti emozionassi, probabilmente sarebbe comprensibile.

La scena esterna è identica: ci sarà ancora un microfono, ci saranno ancora delle persone, dovrai ancora parlare. Ma il suo significato è cambiato.

Questa operazione prende il nome di reappraisal, cioè rivalutazione cognitiva: una situazione inizialmente interpretata in un certo modo viene nuovamente valutata alla luce di informazioni diverse o di una prospettiva più ampia. Prima il discorso era soprattutto una prestazione da superare; adesso può diventare anche un gesto affettivo da offrire.

Ed ecco che arriviamo al reframing

Il reframing consiste nel cambiare la cornice entro cui leggiamo l’esperienza. Invece di chiederti: «Come faccio a non sbagliare davanti a tutti?», potresti cominciare a chiederti: «Che cosa voglio lasciare alla mia amica in quel momento?» Questa domanda cambia radicalmente la scena. Il pubblico passa sullo sfondo, la prestazione perde centralità e il tuo compito non è più dimostrare qualcosa, ma comunicare qualcosa a una persona a cui vuoi bene.

Il reframing ha modificato la cornice; quella nuova cornice permette un reappraisal della situazione e, a sua volta, la rivalutazione può modificare ciò che senti e il modo in cui ti prepari ad agire. In termini semplici, l’appraisal è la prima valutazione della situazione, il reappraisal è la sua rivalutazione e il reframing è il cambiamento della cornice entro cui quella situazione viene interpretata.

Potremmo dirlo così: nell’appraisal pensi «questa situazione è minacciosa»; nel reappraisal riconosci che «forse non è soltanto una situazione in cui posso essere giudicato, è anche qualcosa che desidero fare»; nel reframing arrivi a pensare: «Non è una performance. È un gesto di affetto.»

Sono processi strettamente collegati, ma non sono la stessa cosa. Ed è proprio questa capacità di aggiornare i significati che rende possibile la flessibilità psicologica.

Il problema, a volte, è la cornice che è diventata troppo stretta

Quando siamo molto coinvolti emotivamente, la nostra attenzione tende a restringersi. Alcune informazioni diventano enormemente salienti, mentre altre finiscono fuori campo. Se temi il giudizio, noterai soprattutto i possibili segnali di giudizio; se temi l’abbandono, una distanza potrebbe diventare più rilevante di dieci comportamenti di vicinanza; se sei convinto di non essere abbastanza capace, un errore potrebbe pesare più di tutto ciò che hai fatto bene.

La realtà non viene inventata, ma filtrata: alcuni elementi diventano più salienti, mentre altri restano sullo sfondo.

È questa una delle ragioni per cui il reframing è così potente: non pretende di cancellare ciò che vediamo, ma ci aiuta a recuperare ciò che la prima cornice aveva escluso. Cambiare prospettiva, allora, non significa dirsi che va tutto bene. Significa diventare capaci di chiedersi: «Che cosa sto vedendo molto bene e che cosa, invece, sto lasciando fuori dall’inquadratura?»

6 modi in cui il reframing può cambiare ciò che vivi

Il reframing diventa particolarmente utile quando una lettura si è irrigidita al punto da sembrare coincidere con la realtà stessa. Non serve a trasformare artificiosamente una difficoltà in qualcosa di bello. Serve a restituire complessità, alternative e margini di azione.

1. Da «Devo riuscirci» a «Che cosa voglio esprimere?»

Torniamo al discorso per il matrimonio. Se la cornice è quella della performance, tutta l’attenzione sarà orientata su di te: su come sembrerai, su quanto sarai agitato, sulla possibilità di fare una brutta figura o di non essere all’altezza. Ma puoi cambiare cornice e dirti: «Non devo impressionare queste persone. Voglio raccontare alla mia amica qualcosa che per me è importante.»

L’ansia potrebbe non scomparire. Anzi, potresti continuare a sentire il cuore accelerare. Ma quella stessa attivazione non deve più significare necessariamente «sto perdendo il controllo». Può significare: «Questa cosa conta per me.» E quando cambia il significato attribuito all’attivazione, cambia spesso anche il modo in cui la attraversiamo.

2. Da «Ho fallito» a «Questa strategia non ha funzionato»

Uno degli errori più comuni della nostra mente consiste nel trasformare un risultato in una definizione identitaria. Non hai semplicemente sbagliato qualcosa: «sono incapace». Una relazione è finita: «non sono amabile». Non sei stato scelto: «non valgo abbastanza».

Qui il reframing serve a separare ciò che è accaduto da ciò che sei. «Ho fallito» può diventare: «Questa volta il risultato è stato diverso da quello che desideravo. Che cosa posso capire da ciò che non ha funzionato?»

Non è un espediente consolatorio. È un modo più accurato di descrivere la realtà. Se io sono il problema, la possibilità di intervento si riduce drasticamente. Se una strategia, una scelta o una modalità non ha funzionato, posso invece modificarla. È qui che riemerge l’agentività: la percezione di avere ancora possibilità di azione.

3. Da «So già cosa significa» a «Non ho ancora abbastanza informazioni»

La mente riempie continuamente gli spazi vuoti. Un messaggio senza risposta diventa «non gli importa più», una persona più silenziosa diventa «è arrabbiata con me», un collega che non saluta diventa «ce l’ha con me».

Il passaggio avviene così rapidamente che spesso perdiamo la distinzione tra evento e interpretazione. «Non mi ha risposto» è un evento. «Non gli interessa parlare con me» è un’interpretazione. «Non sono importante» è una conclusione identitaria. Tre livelli diversi possono collassare in una sola esperienza.

Il reframing, qui, può essere semplicissimo: «So che non mi ha risposto. Non so ancora perché.» Non stai pensando positivo. Stai esercitando accuratezza epistemica: stai distinguendo ciò che sai da ciò che stai inferendo. E qualche volta la prospettiva più sana non è quella positiva né quella negativa. È quella che tollera temporaneamente di non sapere.

4. Da «Questa emozione deve sparire» a «Che cosa mi sta segnalando?»

Anche le emozioni possono essere sottoposte a reframing. Se sento ansia posso pensare «non dovrei sentirmi così», se provo rabbia «devo calmarmi», se sono triste «devo reagire». Ma questa cornice trasforma l’emozione stessa nel problema.

Una prospettiva diversa potrebbe essere: «Che cosa rende comprensibile che il mio organismo si stia attivando in questo modo?» La rabbia potrebbe segnalare un confine percepito come violato, la tristezza una perdita, la paura una previsione di pericolo, l’invidia qualcosa che desideriamo e che forse facciamo fatica a riconoscere. Naturalmente ciò che proviamo non costituisce una prova incontrovertibile di ciò che sta accadendo fuori di noi: posso sentirmi rifiutato senza essere stato realmente rifiutato.

Ma l’emozione contiene comunque informazioni sul modo in cui sto valutando la situazione. Questo cambia completamente la relazione con ciò che sentiamo: dall’emozione da combattere all’emozione da interrogare.

5. Da «Perché è successo?» a «Che cosa posso fare con ciò che è successo?»

Alcune domande ci aiutano a capire. Altre, dopo un certo punto, ci tengono immobili. «Perché mi ha lasciato?», «perché non mi hanno scelto?», «perché proprio a me?», «perché ho fatto quell’errore?». Cercare una spiegazione può essere necessario. Ma se continuiamo a interrogare un passato che non possiamo più modificare, rischiamo di spendere tutte le nostre risorse cognitive intorno a una domanda priva di sbocco.

Il reframing non elimina il «perché». Gli affianca un’altra domanda: «Che cosa posso fare adesso?» Posso chiedermi che cosa posso imparare, quale confine posso costruire, quale scelta posso fare diversamente o di che cosa ho bisogno per recuperare. È uno spostamento fondamentale perché trasferisce l’attenzione dall’irreversibilità dell’evento alla possibilità di risposta nel presente.

6. Da «Questa è la realtà» a «Questa è una delle possibili letture della realtà»

Questo è forse il reframing più importante di tutti. Quando un’interpretazione è molto familiare, smette di sembrarci un’interpretazione e diventa un fatto: «se qualcuno si allontana significa che non gli importa», «se commetto un errore significa che non sono abbastanza capace», «se una persona non mi rassicura significa che sto per perderla», «se mi sento in pericolo significa che qualcosa di pericoloso sta certamente accadendo».

Qui entra in gioco una capacità fondamentale: la metacognizione, cioè la possibilità di osservare il proprio processo mentale. Possiamo arrivare a dirci: «Questo è il significato che la mia mente sta attribuendo a ciò che accade. Ma non è necessariamente l’unico.»

Quella frase introduce una distanza piccolissima, ma preziosa. Dentro quella distanza può entrare un’informazione nuova, una spiegazione alternativa, un’esperienza passata che contraddice la regola, una possibilità che prima non riuscivamo neppure a vedere.

Il reframing non è pensiero positivo

Qui è importante fare una distinzione netta. Reframing non significa dire «guarda il lato positivo», «tutto succede per una ragione», «poteva andare peggio» o «devi cambiare atteggiamento». Questo genere di messaggi può trasformarsi facilmente in positività tossica, soprattutto quando viene applicato a esperienze dolorose.

Esistono perdite che restano perdite, tradimenti che fanno male, occasioni che avremmo voluto non perdere, ingiustizie che non diventano giuste semplicemente modificando il nostro modo di guardarle.

Il reframing autentico non sostituisce una realtà spiacevole con una versione rassicurante. Aggiunge informazioni. Non dice «non è grave», ma «è grave e posso chiedermi che cosa posso fare adesso». Non dice «quella relazione non significava niente», ma «significava molto e posso anche interrogarmi su ciò che mi costava restare dentro quella relazione». Non dice «non avere paura», ma «ho paura, ma la paura è l’unica informazione che ho su questa situazione?». Questa è una differenza sostanziale.

Una stessa attivazione può assumere significati diversi

Torniamo ancora una volta al matrimonio. Mancano pochi minuti al discorso. Hai il cuore accelerato, senti le mani calde, lo stomaco contratto. Puoi leggere quei segnali in questo modo: «Ecco, sta iniziando. Non riuscirò a parlare». Questa valutazione può aumentare ulteriormente l’attivazione: inizi a controllare la voce, il respiro, le mani, cerchi segnali che confermino che stai perdendo il controllo.

Oppure puoi introdurre un reappraisal: «Il mio corpo si sta preparando a fare qualcosa di importante.» Il battito è ancora accelerato, le mani sono ancora calde, ma il significato di quei segnali non è più necessariamente quello di una catastrofe imminente. E poi puoi fare ancora un passo: «Non sono qui per dimostrare di saper parlare bene. Sono qui perché voglio dire qualcosa a una persona che amo.» Questo è il reframing.

Non hai eliminato l’attivazione. Hai modificato la struttura di significato dentro cui quell’attivazione viene interpretata. Ed è esattamente per questo che cambiare prospettiva può modificare profondamente ciò che viviamo.

Cambiare cornice non significa cambiare i fatti

Immagina una fotografia osservata da molto vicino. Nell’inquadratura compare una persona che piange e potresti concludere: «Questa è una fotografia di dolore». Poi allarghi l’immagine e scopri che quella persona sta salutando qualcuno alla stazione. La tristezza non scompare, ma ora nell’immagine ci sono anche il legame, l’affetto, la separazione, forse la speranza di rivedersi.

Allargare la cornice non cancella ciò che c’era prima. Lo contestualizza.

E forse il reframing funziona proprio così. Non dobbiamo obbligarci a vedere il bicchiere mezzo pieno. Possiamo smettere di credere che le uniche possibilità siano mezzo pieno e mezzo vuoto. Possiamo chiederci che cosa ci serve, quali risorse abbiamo, quali informazioni ci mancano, che cosa possiamo modificare e che cosa invece dobbiamo imparare ad attraversare.

Perché la flessibilità psicologica non consiste nel trovare sempre una lettura migliore. Consiste nel non lasciare che una sola lettura diventi così rigida da impedirci di vedere tutto il resto.

Quando senti di essere intrappolato in una prospettiva, prova a chiederti…

Puoi partire da tre livelli molto semplici: che cosa è realmente accaduto? Che significato sto attribuendo a ciò che è accaduto? Esiste una cornice più ampia che mi permetta di includere informazioni che in questo momento sto trascurando?

Poi puoi aggiungere altre domande: che cosa sto dando per certo senza poterlo sapere? Quale parte della situazione sto ingrandendo? Che cosa sto lasciando fuori dall’inquadratura? Questa interpretazione mi permette di agire o mi lascia senza possibilità? Se non dovessi dimostrare niente a nessuno, come leggerei questa situazione? Quale prospettiva mi consente di rispettare ciò che sento senza trasformarlo nell’unica realtà possibile?

Il punto non è trovare la storia che ci rassicura di più. Il punto è costruire una lettura più ampia, più accurata e più capace di restituirci possibilità di scelta. Perché qualche volta il problema è davvero il problema. Ma altre volte, insieme al problema, c’è una cornice così stretta che non riusciamo più a vedere nient’altro.

Cambia ciò che possiamo farne.

Se vuoi capire meglio l’altro, ma soprattutto capire te stesso dentro le relazioni, ho scritto un libro che può offrirti strumenti concreti per farlo. Si intitola “Lascia che la felicità accada”, ed è un percorso per imparare a riconoscere i tuoi bisogni, comprendere perché alcune esperienze riescono a coinvolgerti così profondamente, distinguere ciò che appartiene ai fatti da ciò che la tua storia ti porta ad aggiungervi e, soprattutto, diventare più consapevole delle prospettive attraverso cui guardi te stesso, gli altri e ciò che ti accade. Il mio libro lo trovi a questo link su Amazon e in tutte le librerie d’Italia…ti aspetto tra le pagine.

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