Il processo terapeutico come cambiamento di prospettiva

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Il termine “terapia” richiama alla mente l’idea di un qualcosa che ha a che fare con la riparazione, con la cura di una qualche patologia o con il ripristino di una funzione persa.

Il concetto di terapia in ambito psicoterapeutico è molto più ampio e variegato, infatti, troviamo molti indirizzi e modelli di riferimento che orientano l’agire del terapeuta e, di conseguenza, diverse sono le tecniche e le metodologie adottate.

Quello che non cambia è il concetto di “cura” in psicoterapia.

Per cura non si intende l’atto di debellare una patologia ma consentire attraverso l’attività dialogica, l’ascolto attivo e l’uso della domanda, la possibilità di stimolare nel paziente le risposte necessarie ad acquisire nuove consapevolezze su stessi e sulla propria condizione emotiva.

La parola consente di attivare importanti processi emozionali in grado di trasformare progressivamente il proprio sentire ed il modo di affrontare le diverse situazioni di vita.
La parola del terapeuta, se espressione di un ascolto autentico, attiva riflessioni inedite su qualcosa che improvvisamente si palesa come consapevolezza.

Molti comportamenti sono animati da motivazioni delle quali non sempre siamo consapevoli e questo fa sì che possano attivarsi abitudini che generano sofferenze e creino l’illusione che non esista la possibilità di modificare niente della propria vita.

I pensieri si strutturano intorno ad un nucleo in cui le convinzioni erronee, deleterie ed assolutistiche prendono il sopravvento facendo piombare il soggetto in una spirale in cui la tristezza e il dolore sono le uniche tonalità emotive possibili. “Soffro quindi esisto” potrebbe essere il motto esistenziali di molte persone che non riescono a porsi la domanda o cedere al dubbio che forse le cose potrebbero andare diversamente. L’abitudine a rimanere aggrappati ad un ricordo doloroso o alla tristezza per una perdita subìta è così forte che non lascia scampo alla possibilità di cambiamento.

Cambiare richiede un notevole sforzo cognitivo ed emotivo, necessita di attingere a risorse interiori talvolta difficilmente accessibili perché scariche o eccessivamente logorate dai rimuginii, dai dubbi e dalle paure. L’equilibrio raggiunto, per quanto doloroso, è pur sempre un equilibrio e accade non di rado di adattarsi al dolore facendosene una ragione, come una croce da portare sulle spalle perché forse così è stato decretato dal destino.

Il senso di colpa che può scaturire dal cercare di cambiare prospettiva può essere molto intenso e dare la sensazione di rimanere schiacciati dal peso del sentirsi responsabili per ciò che è accaduto.

La parola empatica del terapeuta può aiutare proprio ad agevolare questo processo, smontando progressivamente l’intensità del peso del senso di colpa e consentire al paziente di trovare le forze necessarie per volgere lo sguardo verso un diverso orizzonte di senso.

Scardinare un equilibrio disfunzionale significa consentire alla persona la libertà di esercitare finalmente il proprio diritto ad esistere diversamente, sentire di essere degno di realizzarsi in maniera attiva e propositiva, superando così la convinzione che la passività e l’attesa che qualcosa accada siano le uniche modalità di vita possibili.

Il terapeuta accompagna, sostiene, incoraggia e progressivamente agevola il passaggio verso la costruzione di un nuovo equilibrio maggiormente funzionale per il paziente stesso.
Sottraendosi progressivamente dal rischio di una presenza ingombrante nell’elaborazione dei vissuti, il terapeuta lavora per differenza, in modo che si affacci lentamente nel soggetto il libero esercizio del desiderio e della volontà ad affermarsi, frutto di una reale consapevolezza maturata al di là delle aspettative del terapeuta stesso.

Condurre verso l’autonomia del pensare e del sentire sono gli obiettivi del terapeuta. Non c’è esito positivo terapeutico finché il paziente non riesce ad essere saldo sulle proprie gambe, ovvero sicuro nella propria autonomia.

Lowen ci ha lasciato una importante eredità. Ha fatto capire che per diventare artefici del proprio cambiamento occorre riscoprire il proprio radicamento, imparando a stare con i piedi per terra e le gambe ben salde. Dalla posizione sdraiata e quindi passiva tipica del paziente in analisi, si passa adesso al paziente messo sulle proprie gambe, testando la capacità di essere stabili nel proprio esser-Ci, qui ed ora.

Sapersi radicare significa riuscire ad entrare in connessione con il corpo ed il proprio sentire in modo da percepire se stessi come un’unità integra e connessa.
La dimensione corporea entra così prepotentemente nella relazione terapeutica agevolando l’ingresso della comunicazione non verbale dove il respiro, le tensioni muscolari, le rigidità fanno da spia alla struttura caratteriale del paziente ed al suo stile di vita.

Favorendo l’autoascolto e lavorando sul respiro è possibile attivare importanti consapevolezze, facendo emergere ricordi anche attraverso suggestioni che ne facilitano la verbalizzazione.

Dal corpo alla mente e dalla mente nuovamente al corpo cercando di sentire quest’ultimo come il teatro nel quale ogni emozione recita la propria parte nello spazio e nel tempo consentiti. Sta al paziente con l’aiuto del terapeuta cercare di leggere il copione di questa rappresentazione, provando a sentire quale emozione cerca di prevalere sulle altre prendendosi tutta la scena.

Quale emozione rimane invece dietro le quinte? Quale parte di noi esita ad esporsi, a manifestarsi…
Ecco. L’entrata in terapia è un po’ come aprire il sipario sulla rappresentazione di se stessi dove paziente e terapeuta provano a riscrivere un copione esistenziale maggiormente rappresentativo e funzionale in modo che anche il pubblico possa rimandare agli attori in scena il senso di essere stati emotivamente partecipi.

A cura di Andrea Guerrini, psicologo e pedagogista
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