Il risveglio emotivo per connettersi con il “vero io”

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Illustrazione: Alexandra Dvornikova

Il risveglio emotivo è una scoperta per il nostro benessere e la nostra sanità mentale poiché conduce ad una riappacificazione con se stessi e porta gradualmente a comprendere meglio le relazioni con gli altri. Ma tutto questo fa parte di un processo di crescita psicologico abbastanza impegnativo.

Quando sentiamo e ascoltiamo le nostre emozioni siamo in contatto con la nostra realtà sensoriale ed emotiva che ci conduce nella dimensione più introspettiva e gradualmente ci mette in contatto con la nostra soggettività e, come direbbe Donald Winnicott, noto psicoanalista, con il nostro “vero sé” quello più autentico, quello che non si prende in giro. Sentiamo che siamo vivi, e che ci siamo col nostro diritto di ascoltarci per conoscere ed esprimere il nostro essere identitario.

Questo è il passo che poi ci conduce in quell’opportunità meravigliosa di capire maggiormente anche gli altri attraverso l’empatia.

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Disturbi emotivi

Il risveglio emotivo è collegato all’intelligenza emotiva, ossia alla capacità di identificare gli stati emotivi che ci orientano in maniera più coerente non solo verso la risoluzione dei problemi ma anche verso la nostra progettualità di vita. Siamo felici quando facciamo qualcosa che sentiamo in sintonia con il nostro modo di essere.

Ci sentiamo tristi, quando per esempio restiamo a lungo in luoghi che non ci appartengono. Il riconoscere le emozioni ci aiuta a trovare il nostro equilibrio interno che contribuisce a orientarci verso ciò che desideriamo affermare di noi e verso ciò che poi riusciamo a comprendere nell’altro per costruire per esempio una buona relazione.

Se abbiamo difficoltà a contattarci, abbiamo anche difficoltà ad attivare i processi di riflessione costruttivi e possiamo ammalarci di “disturbi emotivi”.

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Nei primi incontri mi è capitato più volte di ascoltare nei pazienti comunicazioni verbali del tipo: «dottoressa io sono stanca di questa ansia _ io voglio vivere ma non so come liberarmene».

Sembra che l’ansia sia l’unico stato emotivo riconoscibile.

I disturbi emotivi ci imprigionano in uno stato di inconsapevolezza ed è così che prendendo il sopravvento la confusione, il disorientamento, la difficoltà a capire chi siamo e cosa vorremmo diventare; e quindi si scatenano ansia, depressione, senso di vuoto, frammentazione, somatizzazioni corporee e varie sintomatologie ma anche rigide difese che strutturano i cosiddetti disturbi di personalità e tanta sofferenza si impadroniscono della nostra psiche.

Ecco, ancora cosa si ascolta nella stanza terapeutica: «Dottoressa, è come se ci fosse una voce interna che mi rincorre e mi perseguita dicendomi: se ti esprimi come senti sei sbagliato _ non lo faccio e vado in confusione; se mi ascolto un po’ di più mi sento in colpa _ mi blocco».

Qui siamo già su un piano più evoluto in cui c’è più o meno consapevolezza ma più delle volte c’è solo un stato di destabilizzazione e disorientamento che spaventa.

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E alle radice di tutto?

Relazioni con figure accudenti disfunzionali che hanno involontariamente indotto queste persone a non avere accesso alle proprie emozioni e ad anestetizzarsi emotivamente fino a non sapersi ascoltare, così rabbia, frustrazione, ansia, delusione, ma purtroppo anche gioia e godimento divengono un diniego a cui non c’è via di ascolto.

Spesso dietro tutto ciò c’è un genitore narcisista che ha seguito i suoi bisogni proiettandoli sul figlio, credendo che quest’ultimo sia un prolungamento della propria persona, annullando ogni possibilità di ascolto emotivo di questo figlio che avrebbe dovuto scoprirsi nella sua realizzazione più autentica, quella in contatto con la sua verità identitaria.

L’apparire come il ragazzo perfetto, l’ideale di quel genitore, spesso orienta a ottenere una richiesta di conferma alla propria soggettività illusoriasono come tu mi hai voluto _ è l’unica modalità di accettazione che conosco per divenire ciò che l’altro ammira”.

Un vero dramma esistenziale, che solo in terapia con una buona alleanza terapeutica può venire alla luce per essere finalmente affrontato nel lavoro cooperativo e di fiducia tra terapeuta e paziente.

Senso di colpa

Il senso di colpa che perseguita queste persone, tra l’altro, diviene il sentimento che prevale e occulta se stessi pur di compiacere involontariamente il volere dell’altro;

si diviene l’ideale di quella madre, di quel padre che ha avuto il limite di comprendere che il proprio figlio ha dei diritti propri: il diritto di sperimentare, scoprire, esplorare ed entrare in contatto con la personale esperienza emotiva interna. Si è stati allenati a conformarsi ai bisogni dell’altro.

Alessitimia e meccanismi di difesa troppo rigidi

La crescita emotiva implica consapevolezza emotiva e il riconoscimento delle nostre inclinazioni e possibilità riposte nella fiducia di poter esplorare il mondo a nostro modo e di creare quei valori che orientano la realizzazione personale.

Si è portati a difendersi e i meccanismi di difesa (rimozione, negazione, diniego, proiezione etc.) a volte sono troppo rigidi e nascondono la verità su di sé e la verità sul modo in cui ci si è organizzati o corazzati emotivamente.

L’alessitimia, ossia l’incapacità di identificare ed esprimere verbalmente emozioni è più diffusa di quello che crediamo:

«dottoressa, mi sono accorto che non sento nulla o meglio sono confuso su chi sono_ su cosa provo e non so cosa è giusto o sbagliato per me e per gli altri».

«dottoressa mi affido alla razionalità _ io non posso fidarmi di me stesso e allora razionalizzo sempre, così non sbaglio mai; mi piace apparire così impostato e perfetto, vado d’accordo con tutti ma non sono felice».

Il controllo in generale, diviene il guardiano delle emozioni e della propria nascita soggettiva. Dietro quella perfetta apparenza c’è spesso una richiesta illusoria di accettazione di sé da parte degli altri.

Certo questo vissuto destina ad una vita infelice, ci si ammala psicologicamente e si aderisce a ciò che l’ideale di qualcun altro ha preteso sin dalla nascita e viene interiorizzata come unica verità.

L ’emozione tra l’altro non scompare poiché è biologicamente atavica, si dissocia dalla consapevolezza cognitiva provocando solo tanta confusione e sofferenza. Si nasconde in un comparto psichico e si esprime in maniera disfunzionale.

Alleanza terapeutica: la relazione che cura

La genialità di Freud e dell’importanza dell’inconscio è indiscutibile in ogni tipo di psicoterapia psicoanalitica che in analisi, esplora insieme al paziente i life motiv storici organizzativi che hanno impedito il riconoscimento e hanno generato questa dis-regolazione emotiva.

In terapia il lavoro è delicato, in parte è la relazione esperienziale che cura, in parte la possibilità di esplorare quali bisogni, quale sentito, quale conflitto o dramma inconscio deve venire alla luce.

Si lavora nella sofferenza e sulla soggettività strutturata e quella desiderosa di divenire, ma è importante considerare la soggettività.

Il risveglio emotivo può avvenire solo alla presenza di qualcuno esperto che rispecchia gli stati emotivi che pian piano prendono forma. Noi tutti abbiamo bisogno di essere riconosciuti nella nostra identità per sentirci liberi di esprimerci con accettazione e fiducia.

Possiamo concludere che il risveglio emotivo può avvenire con gradualità, poiché se è mancato il rispecchiamento dell’adulto accudente difficilmente si è dato spazio al personale contatto emotivo, ai legittimi bisogni e alla possibilità di viversi autenticamente.

Il risultato? Si permane sconosciuti a se stessi, la progettualità realizzativa è spesso bloccata e difficilmente si diviene a propria volta empatici con l’altro.

La possibilità di evolversi emotivamente, conoscendo un po’ più se stesso e l’altro non può che portare ad una ricchezza psichica nella propria vita. Un lavoro che ha a che fare con l’implementare l’intelligenza emotiva; ma tutto ciò implica un impegno con se stessi in presenza dell’altro competente in quell’intimo relazionale che è la stanza terapeutica.

Marialba Albisinni, psicologa, psicoterapeuta
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