Il silenzio come forma di autoterapia

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Stai zitto!! Fai silenzio! Perché parli? Devi tacere… Oppure: è sempre taciturno, parla raramente, sicuramente si vergogna, è introverso, si esprime così di rado, forse ha qualche problema… La società attuale non ha molta dimestichezza con il silenzio.

Il silenzio è una condizione che si definisce attraverso l’assenza di perturbazione sonore, interpretato spesso o come una restrizione del diritto di parola o come incapacità di relazionarsi adeguatamente.

Il silenzio è ammesso ed accettabile in specifiche occasioni: a scuola durante le lezioni (anche se un eccessivo silenzio è ritenuto sintomo di un adeguamento passivo alle richieste oppure l’ovvia manifestazione di un carattere introverso che difficilmente saprà adeguatamente adattarsi, secondo alcuni pregiudizi molto radicati), durante le cerimonie ed in tutte le situazioni in cui occorre prestare attenzione (convegni, riunioni, ecc.).

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Il silenzio che fa sentire inadeguati

Al di là degli specifici contesti il silenzio-riservatezza non gode di buona fama. L’essere nel mondo è di necessità stare in relazione verbale con gli altri, mostrando sempre una certa disponibilità alla conversazione ed allo scambio. Il tacere in presenza di altri non è accettabile; fa supporre altezzosità o comunque la tendenza ad un atteggiamento irritante e, per certi versi, provocatorio.

Nella ricerca estenuante del consenso, della sicurezza sotto forma di accettazione e di rinforzo, nel desiderio di sentirsi gratificati dal giudizio positivo da parte di chi ci circonda, è facile scivolare nel gioco del rispondere assecondando le aspettative altrui. Il gioco consiste nel riempire i vuoti del silenzio.

La comunicazione verbale va attivata ad ogni costo. Le pause sono imbarazzanti. L’altro forse si aspetta che io dica qualcosa, chissà cosa penserà se tardo a rispondere. Cosa sarà più opportuno dire, a questo punto?

L’elogio del silenzio si è trasformato nella censura del tacere per salvarsi dall’imbarazzo e dal dubbio che l’altro possa nutrire pensieri negativi verso il mio non parlare. Il silenzio diventa l’anticamera della mia vulnerabilità che non mi fa essere sufficientemente desiderabile.

Parlo ergo riempio

Parlo ergo riempio. Se riempio i vuoti del silenzio riesco anche a nascondere ciò che non voglio emerga. Parlo e distraggo mostrando altro di me. L’ascoltatore sarà distratto dalle parole che svelano ciò che occorre per non far scorgere le parti velate lontane da sguardi indiscreti.

Nel silenzio lo sguardo assume una valenza molto più significativa ed il suo suono si fa più insopportabile. Lo sguardo scruta e scorge. Nel silenzio lo sguardo dell’altro si fa più minaccioso, ha l’insita capacità di cogliere proprio ciò che vorremmo tenere celato. Le parole aiutano a distrarre, soprattutto quelle che, in funzione difensiva, riescono a deviare l’attenzione verso altro da me.

Perché rivalutare il silenzio, allora?

Tacere è la condizione naturale dell’uomo; nel silenzio ognuno di noi si riappropria delle strutture personali più profonde e forse è proprio per questo che spesso cerchiamo la presenza dell’altro.

Nel silenzio si riattivano capacità ermeneutiche (interpretative) di se stessi e del proprio agire, vagliando i vissuti e donandoli di significati inediti attraverso la decantazione di esperienze e riflessioni che via via vanno ad incidere sul presente e sulla sua donazione di senso.

Il senso del mio-essere-nel-mondo non è un qualcosa di dato e raggiungibile in via definitiva una volta per tutte ma è proprio un processo di costruzione di senso che si fa per via di decostruzioni ed integrazioni successive attraverso il vaglio degli accadimenti soggettivi.

L’impasto lo fornisce il silenzio. Nel silenzio le parti del tutto riescono a cementarsi all’interno di strutture provvisorie ma dense di significato pronte per essere in via successiva ridiscusse ed assemblate all’interno di nuove forme più rappresentative. Riappropriarsi nel silenzio significa divenire consapevoli della sintesi del proprio divenire incessante fino all’attimo stesso che precede il bisogno di riappropriazione del vissuto esperito attraverso la personale riflessione.

Il silenzio coincide con questo processo di ri-appropriazione delle strutture esistenziali più profonde che per certi versi può alimentare il senso di incompiutezza, può far emergere crepe, rotture, squilibri e fragilità. Il silenzio così temuto e così necessario è quanto di più persecutorio e curativo possa esistere. Nel silenzio del vaglio interiore tutto accade nell’immobilità.

Il silenzio è allora terapeutico?

Io credo di sì nella misura in cui nasca come scelta personale, come sfida alle certezze acquisite, come accettazione dell’imprevedibilità, della paura dello svelamento del volto nascosto, ecc. Il silenzio è la colonna sonora assente del film interiore che accompagna la storia del proprio divenire sotto i riflettori che illuminano il processo di ri-costruzione del senso di sé.

Questo processo non è cognitivo (non solo) ma è prettamente emozionale, carico di ricordi, denso di rivisitazioni di quei luoghi dell’anima che hanno a che fare con le segrete stanze gelosamente custodite nelle faglie interiori.

Ecco allora la paura del riscoprirsi per come non si è o per come ci siamo lasciati in quel preciso istante in quel determinato luogo; lo stupore di ritrovarsi diversi rispetto alle aspettative dell’Io; il disgusto per una inautentica ricostruzione di un sé governato da leggi e forze che non appartengono al personale progetto formativo ma derivato da aspettative altrui; l’amore per il ricongiungimento con quelle parti di noi lasciate sole a se stesse barattate in cambio di inautentiche forme sociali più accettabili in un mondo governato dalla dalle rigide leggi del “Si” impersonale.

Lavorare sul silenzio

Nei miei percorsi, il lavoro sul silenzio si svolge in gruppo attraverso il costante lavoro sugli sguardi, sull’ascolto del silenzio altrui anche attraverso la sintonizzazione del respiro. Vicinanza e lontananza dall’altro per ridefinire i confini personali e per leggere se stessi alla luce della presenza dell’altro.

Poi ad occhi chiusi, in luoghi inusuali, accompagnati da una mano esterna fidata che prima è certezza nella sua presenza e poi abbandona lasciando a se stessi la responsabilità del proprio stare.

Poi le passeggiate inferenziali, ovvero camminate atte a ridefinire il percorso formativo interiore attraverso la costruzione di sentieri, mete, scenari che hanno a che fare con il mondo delle immagini.

Attraverso l’immaginazione è possibile ricostruire, passo dopo passo il personale cammino esistenziale in cui le immagini forniscono quelle tensioni emozionali necessarie per riattivarsi verso la costruzione di nuovi orizzonti di senso.

Il mondo delle immagini crea suggestioni molto potenti ed attiva al proprio interno la capacità di andare oltre la realtà esperita quotidianamente per immergersi nel mondo dell’oltre, del possibile, creando una tensione utopica del proprio divenire che oggi purtroppo tende sempre di più a non divampare nel petto perché schiacciata da una pressione esterna che impedisce spesso l’incendiarsi di qualsiasi emozione vitale.

Il silenzio scandisce il tempo interiore. Accogliere questo tempo significa dilatare lo spazio personale per far sì che qualcosa accada dentro se stessi e ciò avviene in virtù e forza del potere immaginativo, l’unico in grado di far procedere oltre il mondo dei fatti e delle conseguenze logiche per lasciare spazio al possibile e desiderabile, attraverso lo scorrere di un sentire autentico che deve essere riscoperto anche attraverso l’ascolto del respiro, il raccoglimento in meditazione statica o dinamica, attraverso le camminate consapevoli, le pratiche immaginative e le fantasie guidate.

A cura di Andrea Guerrini, psicologo e pedagogista
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