La distanza emotiva dei rapporti nell’era digitale

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Illustrazione di: JAMIE EDLER

Non conosciamo più la gioia delle cose durevoli, frutto di lavoro. I legami sono stati sostituiti dalle connessioni. Disconnettermi è solo un gioco di click mentre essere amici nella vita reale richiede un impegno costante. (…) L’amore non è un oggetto preconfezionato e pronto per l’uso. È affidato alle nostre cure, ha bisogno di un impegno costante, di essere ricreato , rigenerato ogni giorno.” – Zygmunt Bauman

Quando tutto sembra a portata di mano e facile, trovare il valore dell’impegno e della costruzione dei rapporti sembra un’impresa, quasi un sacrificio che non si è sempre disposti a fare. Se i rapporti vengono visti in una prospettiva utilitaristica, allora diventano un ulteriore “servizio” da utilizzare al bisogno, finché non si consuma.

Lo slogan più utilizzato è “tutto senza limiti” a cui si aggiunge anche senza attesa “tutto e subito, il desiderio perde il suo tempo, il suo spazio, non si persegue più tanto ciò che si vuole, ma ciò che è più facile ottenere. Il tempo dell’attesa è mal tollerato e la paura del rifiuto insostenibile.

La dimensione digitale modifica le relazioni: con un click ci si avvicina o ci si allontana

Le relazioni sembrano sempre più indefinite, tutto resta sfocato, lo sguardo miope aiuta a mantenere un’ulteriore distanza emotiva. Per mantenere un controllo sulle relazioni la modalità virtuale è perfetta, che sia causa o effetto, tutto resta a portata di mano, con un click ci si avvicina o ci si allontana, si scelgono tempi e distanze che non creino impegno e responsabilità, con una scarsa attenzione ai contenuti, perché diventa più importante farsi sentire o farsi vedere.

In realtà questi atteggiamenti nascondono una profonda fragilità personale associata spesso a una mancata realizzazione per cui si ricerca una compensazione tramite il bisogno di mostrarsi in modo grandioso, si crea un’immagine lontana da sé che però produce effetti sempre meno soddisfacenti, tutto resta superficiale ed effimero per cui il circuito si rinforza ulteriormente.

Si con-fondono solitudine reale e appartenenza virtuale, autonomia e indipendenza vengono equivocate con la mancanza del bisogno dell’altro che viene visto con sfiducia non come possibilità, si teme di perdere invece di essere arricchiti per cui subentra la necessità di esercitare un controllo sulle relazioni, quasi come poter spostare la levetta da on a off.

L’altro c’è finché ne ho bisogno, finché posso prendere qualcosa, come un vampiro, un predatore che esaurito il nutrimento guarda altrove.

La società può portare ad atteggiamenti consumistici, ma sono maggiormente dettati dal bisogno di acquietare il senso di insicurezza e solitudine, in realtà basterebbe fermarsi e tornare a chiedersi di cosa si ha realmente bisogno per iniziare a costruire qualcosa di più solido che non venga spazzato dal primo vento di cambiamento della moda o di un’illusione, bisogna prendersi tempo e metterci impegno, chi non è disposto a occuparsi di se stesso continuerà a dover colmare una voragine sempre più profonda.

Perché si è formata questa crepa?
Cosa è realmente successo in questi anni?

Non ci sono spiegazioni univoche, se si ha paura di guardarsi, di capire dove si sta andando e come lo si vuole fare, è inevitabile che questo comporti smarrimento e confusione e la soluzione più facile e a portata di mano diventa solo un modo per acquietare i dubbi e i malesseri che in qualche modo tentano di emergere.

Oggi però i segnali di difficoltà si tende a ignorarli, comportano troppo impegno e lavoro, ma come per una macchina, quando non diamo peso alle spie che segnalano un guasto, si rischia di compromettere sempre di più tutto l’ingranaggio.

Sempre più spesso si rivolgono ai professionisti pazienti spaventati dal percorso di cura, di cui però sentono di avere bisogno, abituati più a sopportare il malessere che vivono piuttosto che mettere in discussione le loro abitudini. Purtroppo però continuare a rimandare non fa altro che aggravare la situazione e accrescere la convinzione da parte di ogni persona di non poter intervenire nella propria vita. Insomma una sorta di rassegnazione che blocca le risorse individuali.

Questa forma di inerzia non facilita, a maggior ragione, la creazione di relazioni significative, se non si crede in se stessi è impossibile riuscire a credere nel rapporto, l’unica forma di relazione plausibile è quella di dipendenza.

Occorre uscire dal l’abitudine e dalla credenza di non poterci fare niente.
Si sceglie di essere felici e ogni giorno si fa un passo verso i propri obiettivi.


Lucia Cavallo, Psicoterapeuta 
specializzata in terapia Familiare Sistemica Relazionale

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