La fame nervosa spiegata bene: i meccanismi biologici alla base del bisogno di mangiare

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Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi. Scrittrice e fondatore di Psicoadvisor

Ti è mai capitato di sapere benissimo cosa avresti voluto fare e, pochi minuti dopo, ritrovarti a fare l’esatto contrario? Succede in tanti ambiti della vita, ma con il cibo questa frattura diventa particolarmente dolorosa, perché sembra sempre chiamare in causa la volontà, il controllo, la disciplina, la capacità di “sapersi fermare”.

Ci diciamo che da domani andrà diversamente, che saremo più attenti, più forti, più coerenti. Prepariamo piani, regole, buoni propositi, strategie, magari anche liste di alimenti consentiti e alimenti proibiti. Poi arriva un momento della giornata in cui qualcosa dentro cambia direzione: non è più la testa a decidere, è il corpo che prende il comando.

Ed è proprio da qui che bisognerebbe partire. Non dalla colpa, non dalla vergogna, non dalla solita domanda “perché non riesco a controllarmi?”, ma da una domanda molto più precisa: cosa sta cercando di regolare il mio corpo attraverso il cibo?

Quando il corpo prende il comando

La fame nervosa, molto spesso, non è fame nel senso più semplice del termine. Non nasce sempre da uno stomaco vuoto, da un reale bisogno di nutrimento, da una richiesta fisiologica limpida. A volte nasce da un sistema interno sovraccarico, da una tensione che non trova scarico, da un’attivazione che resta accesa troppo a lungo. È come se il corpo continuasse a prepararsi a “fare qualcosa”, anche quando all’apparenza non sta accadendo nulla.

Sei fermo, magari seduto sul divano, davanti al telefono, davanti a una mail, dopo una discussione, prima di una scadenza, mentre ripensi a una frase detta male o a una risposta che non è arrivata. La scena esterna può sembrare ordinaria, ma dentro il corpo sta già organizzando una risposta: devo reggere, devo controllare, devo difendermi, devo prevedere, devo non crollare.

Questa è una delle ragioni per cui la fame nervosa non si lascia spiegare con la sola forza di volontà. Il punto non è che “non vuoi abbastanza”, ma che il tuo corpo, in quel momento, si trova dentro uno stato di urgenza. E quando il corpo entra nell’urgenza, cerca la via più rapida per abbassare la tensione.

Non è fame, è attivazione

Quando il corpo interpreta una situazione come minacciosa, anche se la minaccia non è fisica ma emotiva, relazionale, simbolica, anticipata o soltanto immaginata, mobilita energia. Il sistema nervoso aumenta la vigilanza, i muscoli si preparano, il respiro cambia, la mente diventa più reattiva, entrano in gioco ormoni e mediatori dello stress come adrenalina e cortisolo.

In termini molto semplici, il corpo si comporta come se dovesse affrontare uno sforzo, una fuga, una difesa, una prestazione. Per fare tutto questo ha bisogno di energia immediatamente disponibile. Ed è qui che entra in gioco il glucosio, cioè una delle principali forme di energia pronta all’uso.

Il problema è che nella vita quotidiana quasi mai questa mobilitazione si traduce davvero in un’azione fisica risolutiva. Non corriamo, non combattiamo, non scarichiamo nel movimento quella preparazione interna. Restiamo fermi, magari composti, educati, apparentemente tranquilli, mentre dentro il corpo continua a restare acceso. Così l’organismo si prepara a una battaglia che non viene combattuta, a una fuga che non viene compiuta, a una difesa che resta sospesa.

Il paradosso della fame nervosa

A un certo punto il corpo prova a riportare ordine. Se la disponibilità di glucosio aumenta, il pancreas produce insulina, che ha il compito di riportare il glucosio entro valori più equilibrati. In alcune persone, soprattutto quando lo stress è frequente, quando i pasti sono irregolari, quando si alternano restrizione e compensazione, questa oscillazione può essere percepita come un calo: improvvisa stanchezza, irritabilità, vuoto, bisogno urgente di qualcosa, sensazione di non riuscire più a pensare con lucidità.

Ed è qui che nasce il paradosso: prima il corpo mobilita energia per reggere l’allarme, poi prova a riportare equilibrio, poi il calo energetico viene letto dal cervello come un nuovo bisogno. Il risultato è una fame improvvisa, intensa, poco negoziabile. Non una fame che aspetta, ma una fame che pretende.

In quel momento non desideriamo quasi mai una mela o un piatto equilibrato scelto con calma. Cerchiamo qualcosa di rapido, disponibile, gratificante, spesso dolce, ricco di carboidrati, morbido, croccante, salato, calorico. Non perché siamo privi di volontà, ma perché il corpo sta cercando una regolazione veloce.

Perché cerchiamo proprio certi cibi

Il cibo, soprattutto quello più gratificante, non entra in gioco solo come nutrimento. A volte diventa il modo più immediato con cui il corpo prova a cambiare stato. Quando siamo agitati, svuotati, frustrati o troppo a lungo sotto pressione, non cerchiamo semplicemente qualcosa da mangiare: cerchiamo qualcosa che produca subito un effetto dentro di noi.

Un sapore dolce può dare una sensazione rapida di appagamento, una consistenza croccante può permettere di scaricare tensione attraverso la masticazione, un alimento morbido può offrire una percezione più regressiva e consolatoria. Non significa che quel cibo risolva il problema, ma che per qualche minuto riesce a spostare l’esperienza corporea: riempie, distrae, calma, dà piacere, interrompe il vuoto. È per questo che certi alimenti sembrano arrivare dove le parole non arrivano: perché il corpo li usa come una risposta immediata a qualcosa che non è ancora riuscito a nominare.

Per qualche minuto, il corpo riceve un segnale: c’è qualcosa che mi riempie, mi occupa, mi calma, mi distrae, mi fa sentire meno esposto. È una forma di sollievo. Non necessariamente una soluzione, ma un sollievo sì.

Per questo è così ingiusto ridurre la fame nervosa a un problema di carattere. Chi mangia per tensione non sta semplicemente “cedendo”. Spesso sta cercando, con l’unico mezzo che in quel momento ha a disposizione, di abbassare un’attivazione interna che non sa più dove mettere. Il cibo diventa una tregua quando il corpo non conosce altre vie per tornare a una condizione di sicurezza.

Quando il cibo diventa una tregua

Il problema, allora, non è il singolo boccone. Il problema è quando il cibo resta l’unico linguaggio attraverso cui il corpo riesce a dire: sono stanco, sono saturo, sono arrabbiato, mi sento solo, mi sento in pericolo, non ce la faccio più a reggere tutto.

Se non abbiamo imparato ad ascoltare questi segnali prima che diventino urgenza, il corpo li traduce in modo più immediato. Non dice “ho bisogno di essere visto”, dice “ho bisogno di zucchero”. Non dice “questa situazione mi sta consumando”, dice “aprimi il frigorifero”. Non dice “mi sento senza appoggio”, dice “mangia qualcosa, adesso”.

La fame nervosa spesso arriva proprio dove manca una mediazione. Tra ciò che sentiamo e ciò che facciamo non c’è spazio. Non c’è una pausa, non c’è un pensiero, non c’è un ascolto reale del corpo. C’è un passaggio rapidissimo dall’attivazione all’azione. Sento qualcosa, ma non lo riconosco. Mi agito, ma non so nominare l’agitazione. Mi sento vuoto, ma non so distinguere se quel vuoto è fame, tristezza, stanchezza, solitudine, noia, frustrazione o rabbia trattenuta. Così il corpo sceglie la via più breve, perché la regolazione più antica è spesso anche la più concreta: incorporare qualcosa.

Il cibo arriva alla fine di una catena

Non è un caso che molte persone non mangino in modo “nervoso” quando sono semplicemente affamate, ma quando sono state troppo a lungo sotto pressione. Dopo una giornata in cui hanno funzionato per tutti. Dopo aver detto troppi sì. Dopo aver trattenuto una risposta. Dopo essersi mostrate disponibili mentre dentro erano sature. Dopo aver controllato ogni dettaglio. Dopo aver sorriso quando avrebbero voluto piangere o arrabbiarsi.

Il cibo arriva alla fine di una catena molto più lunga. Non è l’inizio del problema, spesso è il punto in cui il problema diventa visibile. È il momento in cui il corpo presenta il conto di tutto ciò che è stato contenuto, rimandato, adattato, ingoiato senza essere davvero elaborato.

Per questo, quando parliamo di fame nervosa, dovremmo avere molta più delicatezza. Non stiamo parlando solo di alimentazione. Stiamo parlando di un corpo che ha imparato a calmarsi come può, di emozioni che non hanno trovato un canale più sicuro, di bisogni che forse per troppo tempo sono stati considerati eccessivi, scomodi, fuori posto.

La vergogna non spezza il ciclo, lo rinforza

Eppure, proprio nel momento in cui avremmo più bisogno di comprensione, spesso entra in scena la vergogna. Dopo aver mangiato, molte persone non si chiedono cosa sia accaduto dentro di loro. Si condannano. Si insultano. Si promettono restrizioni più dure. Si convincono di essere sbagliate, deboli, incapaci.

Ma la vergogna non spezza il ciclo, lo rinforza. Perché aggiunge altro stress allo stress, altra tensione alla tensione, altra sorveglianza interna a un corpo che era già in allarme. Più ci si punisce, più il corpo resta dentro una relazione di minaccia. E un corpo che si sente minacciato difficilmente diventa più libero: diventa più affamato, più impulsivo, più bisognoso di sollievo.

Per questo tante diete falliscono quando provano a correggere il comportamento senza comprendere la funzione che quel comportamento aveva assunto. Se il cibo è diventato il modo più accessibile per calmarsi, toglierlo senza costruire altre vie di regolazione significa lasciare il corpo senza appoggio. La persona può resistere per un po’, ma se l’attivazione resta identica, prima o poi il sistema cercherà di nuovo una scarica, una compensazione, una tregua. Non perché non abbia capito cosa deve fare, ma perché sapere cosa fare non basta quando il corpo continua a vivere in emergenza.

Prima di giudicarti, prova ad ascoltarti

La fame nervosa, allora, va ascoltata come un messaggio. Non assecondata automaticamente, non demonizzata, non trasformata in identità. Ascoltata. Perché in quel gesto ripetuto c’è spesso una storia di sovraccarico, di emozioni rimaste senza traduzione, di bisogni rimandati troppo a lungo, di stanchezze non autorizzate, di rabbie educate a diventare silenzio, di vuoti che nessuno ha aiutato a nominare.

Il corpo non inventa dal nulla le sue urgenze: le costruisce a partire da ciò che ha imparato, da ciò che ha dovuto reggere, da ciò che non ha potuto esprimere in altro modo.

Spezzare il ciclo non significa diventare perfetti a tavola. Significa iniziare a creare uno spazio tra l’attivazione e il gesto. Uno spazio piccolo, inizialmente anche fragile, in cui poter chiedere: ho fame o sono sotto allarme? Mi serve energia o mi serve tregua? Sto cercando cibo o sto cercando conforto? Voglio nutrirmi o voglio non sentire per qualche minuto quello che sto sentendo? Queste domande non servono a giudicarsi meglio, ma ad ascoltarsi prima.

Cosa ti sta affamando davvero?

A volte la risposta sarà: ho davvero fame, e allora il corpo va nutrito senza colpa. A volte sarà: sono stanca, e ho scambiato la stanchezza per fame. A volte sarà: sono arrabbiata, ma mi è sembrato più facile mangiare che riconoscere la rabbia. A volte sarà: mi sento sola, e il cibo è diventato una presenza immediata. A volte sarà: sto vivendo da giorni in uno stato di allerta e il mio corpo sta cercando carburante perché non sa più come uscire dall’emergenza.

Questo non significa che basti capirlo per cambiare tutto. La consapevolezza, da sola, non sempre modifica i circuiti più automatici. Ma è il primo modo per interrompere l’antica confusione tra colpa e bisogno. Perché finché interpretiamo la fame nervosa come un fallimento morale, continueremo a rispondere con rigidità a un corpo che sta chiedendo regolazione. Quando invece iniziamo a leggerla come un segnale, possiamo smettere di combattere soltanto contro il cibo e iniziare a occuparci di ciò che, prima del cibo, ha acceso l’urgenza.

La prossima volta che senti arrivare quella fame improvvisa, quella che non aspetta, quella che pretende qualcosa subito, prova a non partire dalla condanna. Non chiederti soltanto “perché non riesco a fermarmi?”. Chiediti piuttosto: che cosa mi ha portato fin qui? Quale tensione sto tentando di abbassare? Quale emozione non ha trovato spazio? Quale parte di me sta chiedendo una tregua nel modo più rapido che conosce?

Perché forse il punto non è che hai troppa fame. Forse il punto è che sei stato troppo a lungo senza ascoltare ciò che ti stava affamando davvero.

Ed è proprio da qui che nasce il lavoro più importante

Imparare a riconoscere il bisogno prima che diventi urgenza, prima che il corpo sia costretto a trasformarlo in fame, in controllo, in vuoto, in ricerca continua di qualcosa che calmi per pochi minuti e poi lasci tutto com’era. Perché non sempre abbiamo bisogno di mangiare, non sempre abbiamo bisogno di resistere, non sempre abbiamo bisogno di essere più forti. A volte abbiamo bisogno di essere raggiunti da noi stessi, di capire cosa ci manca davvero, quale parte di noi sta chiedendo presenza, quale emozione è rimasta senza ascolto, quale stanchezza abbiamo confuso con fame, quale solitudine abbiamo provato a riempire con qualcosa di immediato.

Nel mio libro “Lascia che la felicità accada” ho provato a fare esattamente questo: accompagnarti dentro quei bisogni che spesso non sappiamo più leggere, perché sono stati coperti dalla fretta, dalla colpa, dall’adattamento, dal tentativo di funzionare sempre e comunque. È un libro che non ti chiede di diventare una persona diversa, ma di tornare a sentire ciò che in te era già vivo e che, per troppo tempo, hai imparato a mettere da parte. Perché molte delle nostre fatiche non nascono da ciò che desideriamo troppo, ma da ciò che abbiamo dovuto desiderare troppo poco: cura, tregua, presenza, legittimità, amore, riposo, possibilità. Il libro è disponibile a questo link su Amazon e in tutte le librerie d’Italia…ti aspetto tra le pagine.

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