La relazione con il narcisista da un punto di vista introspettivo

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Ingannevole è l’illusione di conoscere una persona, di sapere come si comporterà con gli altri, o forse dovrei dire con le altre, cosa farà in futuro, se amerà o non amerà nessuno solo perché c’è stata una relazione, breve o lunga che sia.

Nessuno conosce a fondo la vita degli altri, nemmeno di quello che potrebbe, o no, essere un narcisista. Si possono formulare supposizioni, ipotesi, riflessioni che ad un certo punto dovrebbero lasciare spazio alla conoscenza di sé, anziché degli altri che intanto non hanno alcuna intenzione di farsi conoscere e scoprire, che non si aprono o hanno interrotto i rapporti.

Spesso e volentieri si leggono libri e articoli sul disturbo narcisistico di personalità, sul narcisista per intenderci, non con l’atteggiamento cauto e lucido di chi ha lavorato su di sé e sulle proprie fragilità, nonché si è confrontato con un professionista, ma con un’eccessiva confusione che porta a travisare la descrizione e le riflessioni cliniche con il ritratto preciso dell’ex.

Il problema, quindi, nasce quando si cerca di dissipare lo sconforto e lo spaesamento che una relazione dolorosa trascina repentinamente, concentrandosi più sugli altri, sulle loro presunte psicopatologie, che sulla propria persona, sul malessere e sugli aspetti personali che continuano a passare in secondo piano.

È possibile conoscere gli altri, ma in misura minore e fino ad un certo limite, il che può aiutare a superare il dolore e a prevenire altri rapporti simili, ma in minima parte. Che abbiate o no incontrato davvero un narcisista, la prima operazione davvero efficace, dopo aver letto qualche articolo e libro, è iniziare un attento lavoro personale, esplorare con umiltà, pazienza e spirito critico il proprio ruolo nella relazione.

Quando si compie questo passo che abbiate incontrato un borderline, un narcisista, un evitante, un paranoico o una persona, senza presunti disturbi conclamati, che semplicemente non si è innamorata di voi, assume rilevanza nella misura in cui capite qual è l’effetto suscitano dalle esperienze con queste persone, in che modo e perché il rapporto con loro influenza la vostra vita, la percezione di voi stesse, degli altri, della realtà, le speranze sul futuro e via dicendo. Chi fa questo lavoro, con il tempo, smette di chiedersi chi sia o non sia l’ex, se sia capace o meno di innamorarsi, ma inizia a capire qualcosa di sé, dal rapporto con quella persona, a tal punto da prendere altre decisioni, da trovare attraenti altre persone con caratteristiche diverse, etc.

Clara e il “narcisista”

Qualche anno fa una persona di mia conoscenza, Clara (nome di fantasia), mi ha raccontato la sua esperienza con il “narcisista”: diceva che questo rapporto era fatto di sparizioni e ritorni, che lui si arrogava il diritto di presentarsi e andarsene a piacimento, mentre lei provava a chiedere spiegazioni invano. Clara non sopportava più la sua incoerenza, ma non riusciva a dimenticarlo e lasciarsi tutto alle spalle.

La coppia si lasciò presto, e Clara iniziò, su consiglio di un’amica, a leggere libri e articoli di vari professionisti sul disturbo narcisistico di personalità. Quando l’ho incontrata non faceva altro che raccontarmi di lui chiamandolo il “narcisista”, sembrava colta da una rivelazione a ciel sereno, sosteneva di aver capito tutto su di lui e di essere pronta a lasciarsi questa brutta esperienza alle spalle. Quando le ho chiesto se si fosse rivolta ad uno psicoterapeuta, lei ha negato serafica, perché solo lui, a suo avviso, ne avrebbe avuto bisogno, considerandolo incapace di amare e che i libri e gli articoli erano più che sufficienti, ritratti perfetti di questo ragazzo.

Come finisce la vicenda?

Fortunatamente Clara aveva più di un amico in comune con l’ex con cui è riuscita a comunicare in seguito ad un lungo lasso temporale. Una sera ne ha incontrati ben due a casa di amici in comune, si è avvicinata ad uno di loro e gli ha chiesto discretamente informazioni sull’ex: lì ha saputo che, a distanza di circa un anno, il presunto “narcisista” insensibile e incapace di amare si era innamorato di una persona con cui aveva avviato una relazione sempre più seria e stabile. La sua incredulità era tale che dovette interpellare anche l’altro amico per confermarglielo, che ahimè, dopo ripetute insistenze vuotò il sacco, aggiungendo che questo ragazzo aveva più volte raccontato alla compagnia di non aver mai preso seriamente la loro storia, pensando che Clara non fosse la persona giusta, per varie ragioni che non sto ad elencare.

Clara, all’inizio, continuava a credere che fosse tutta una falsità, si convinceva ogni giorno che quella storia non sarebbe durata molto perché lui era “un narcisista” e i narcisisti non instaurano relazioni autentiche. Pian piano, però, si accorse che non l’aveva ancora dimenticato e che era lei ad avere qualche problema con le relazioni sentimentali. Riconosceva che non era sano questo interesse verso di lui, né tanto meno il bisogno di incolparlo e di chiamarlo narcisista, nonostante si fosse “sforzata” di capirlo, giustificarlo, e avesse aspettato tempo, nonché investito energie e pazienza in una relazione che non aveva mai funzionato.

Per questo motivo, Clara si era decisa a contattare un professionista raccontandomi, solo dopo una buona parte del lavoro terapeutico, di aver capito la sua parte nella relazione, ciò che non aveva colto di se stessa e dei “messaggi” inviati, quello che le impediva di vedere il quadro con chiarezza e di lasciarsi davvero la sofferenza alle spalle. In una fase del lavoro terapeutico, quando ha preso contatto con le sue emozioni e i suoi pensieri reconditi, ha capito che leggeva i libri e gli articoli sul narcisismo da una prospettiva differente rispetto a quella con cui li leggeva quando ha lasciato andare il dolore: in quell’istante si era accorta di aver ricercato le conferme di essere stata manipolata, usata, tradita da una persona fredda e superba, anziché esaminare con attenzione la dinamica della loro relazione.

Convincersi che lui non amerà mai nessuna perché è un narcisista, senza avere alcuna certezza sulle sue condizioni cliniche, è una tentazione comune nelle persone che hanno appena terminato una relazione dolorosa, e che quindi vivono un periodo ancora troppo delicato per dare un senso a ciò che è successo.

Dare un senso non vuol dire etichettare l’ex, assegnargli una categoria diagnostica frettolosamente e incautamente, bensì imparare qualcosa di produttivo da un’esperienza dolorosa, affinché si riesca a selezionare le relazioni, le persone, per sentirvi voi stesse, esprimervi, migliorare, dare e ricevere affetto senza un’esagitata quota di stress e di sofferenza. Per compiere questa operazione bisogna essere disposti a fare un cambiamento, per questo, prima di procedere vi invito a farvi una semplicissima domanda: cosa sono disposta a cambiare della mia vita, del mio modo di pormi, di regolare le emozioni, di pensare, di agire e scegliere le persone, per stare meglio?

A volte non si tratta di rinunciare a lui o ad informarsi, ma di spostare gradualmente il focus da lui a voi stesse, da una predisposizione all’altra, ovvero ad occuparvi più del vostro malessere che del suo o di come potrebbe vivere la sua vita.

Quando non si riesce a farlo, è perché una parte di voi continua ad aggrapparsi con tutte le forze ad un lui sempre più idealizzato e sfuggente, con i discorsi arrabbiati e pieni di lacrime, con le congetture e le elucubrazioni, con le fantasie che lui ha qualche problema che nessuno gli ha risolto e così via.

E allora ci si illude che conoscerlo nelle minuziose spiegazioni cliniche sia un modo per liberarsi dalla dipendenza affettiva, ma in realtà questo abbuffarsi di conoscenza diventa un sintomo della dipendenza che si rafforza. E mentre fate tutte queste fatiche, lui occupa un posto sempre più grande nella vostra vita, mentre voi vi sminuite sempre di più e accantonate la possibilità di stare meglio nell’angolo.

Lettura consigliata:
Donne che amano troppo. Feltrinelli Editore – Norwood R.

Autore: Nicole Valery Tornato, psicologa-psicoterapeuta
specializzata in psicoterapia cognitiva 
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