La solitudine del riccio e le distanze nei rapporti

Illustrazione da hobermanbooks.com

La solitudine del riccio” è la rappresentazione tratta dall’unione di due titoli di libri, “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano e “L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery, romanzi in cui si affrontano difficoltà personali ed esistenziali, causate da traumi non risolti nella propria vita e che continuano inevitabilmente a segnarla.

È più semplice, apparentemente, rifugiarsi nella propria solitudine, evitando relazioni che potrebbero essere causa di dolore. Questo concetto fu descritto da Schopenhauer con il dilemma del porcospino, quando ci si avvicina troppo si rischia di ferirsi a vicenda, ma se si sta lontani si rischia di non sentire il calore dell’altro.

Il dilemma spesso viene vissuto, in modo inconsapevole o meno, da chi ha provato esperienze negative nella propria vita e istintivamente crede di potersi difendere da altri dolori, fino a quando non si avverte il bisogno di “calore”.

Le storie personali e i modi di reagire di ogni individuo possono avere innumerevoli sfaccettature, i protagonisti dei libri citati prima ne sono una testimonianza, dolori che a volte vengono trascinati come qualcosa di imprescindibile da sé. Si rischia di non riuscire a immaginare la propria vita senza, il porcospino sarebbe altro senza i suoi aculei.

Schopenhauer suggeriva una distanza di sicurezza, che non garantiva un adeguato soddisfacimento dei propri bisogni, ma almeno evitava di essere feriti.

Il dilemma oggi mi sembra particolarmente attuale, paura, ansia, mancanza di fiducia, dolori irrisolti, sono aculei umani. La paura di essere feriti blocca scelte personali o familiari, autolimitando le possibilità di raggiungere soddisfazioni e piaceri che si crede siano preclusi a se stessi.

Costruire barriere o indossare corazze denota una personale insicurezza, una vulnerabilità che si tenta di nascondere con la distanza emotiva. In questo modo non si può essere raggiunti dal dolore, anche se si sacrifica la possibilità di essere raggiunti da sentimenti positivi e appaganti. Il rischio preclude ogni possibilità.

Per paura di essere feriti o per l’idea di non poter cambiare niente si sceglie la protezione della distanza emotiva. Questo non significa che non si sappia chiedere all’altro per un interesse personale, ciò che risulta impossibile è entrarne in contatto, poter creare uno scambio e potersi lasciare andare all’imprevedibilità che un rapporto può creare.

Non sempre ci si ritiene artefici della propria infelicità, le colpe spesso vengono attribuite all’esterno, a eventi indipendenti dalla propria volontà, ma fino a quando non ci si sente responsabili delle proprie scelte, si corre il rischio di vivere una vita di attesa e di insoddisfazione.

Essere consapevoli dei propri bisogni e degli ostacoli che bisogna superare è indispensabile per non subire una natura che non ci appartiene. Un processo che razionalmente appare semplice, ma spesso è minato da una serie di trappole che inconsapevolmente disseminiamo intorno a noi.

La paura di sbagliare, di soffrire o più semplicemente di assumersi delle responsabilità può portare ad uno stato di indecisione tale da generare paralisi. Ci si illude allora di star bene nel posto in cui ci si trova, anche se non permette una realizzazione personale, anche se non ci si sente a proprio agio, liberi di esprimere se stessi.

Si può arrivare a dubitare di se stessi, delle proprie emozioni, perché rischierebbero di allontanare da ciò che appare già delineato e percorribile. Poco importa se questo percorso riguarda la sfera professionale, affettiva o personale, senza darsi la possibilità di scegliere per sé, di partire dal proprio desiderio, quasi certamente il risultato porterebbe all’insoddisfazione.

Fino a quando non si prenderà l’impegno di affrontare le proprie fragilità, l’altro sarà solo una nuova pedina da utilizzare per rendere più confortevole la propria solitudine, ma soprattutto si perderà l’occasione di conoscere qualcosa di più di ciò che si ha intorno e dentro di sé.

Mettersi in gioco è necessario per tornare, o imparare nuovamente, a conoscersi, per scoprirsi e scoprire nuove opportunità. Permettersi di giocare anche da adulti diventa utile per continuare quel processo di autoscoperta che si è iniziato da bambini. Più si conoscono le proprie regole, più è possibile impararne di nuove e più si è liberi di muoversi.

Lucia Cavallo, Psicoterapeuta 
specializzata in terapia Familiare Sistemica Relazionale


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Psicologa Psicoterapeuta, specializzata in terapia Familiare Sistemica Relazionale. Autrice di libri.

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