Le 5 ferite che tuo figlio può imparare a chiamare “normalità”

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Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi. Scrittrice e fondatore di Psicoadvisor

Ci sono esperienze infantili che fanno male in modo evidente. Un’umiliazione, una minaccia, una punizione sproporzionata, una forma di violenza sono eventi che, almeno dall’esterno, riusciamo più facilmente a riconoscere come dolorosi. Poi esistono ferite molto più difficili da vedere.

Non perché siano necessariamente meno importanti, ma perché possono nascondersi dentro giornate apparentemente normali, famiglie che funzionano, genitori che amano sinceramente i propri figli e bambini che, dall’esterno, sembrano stare bene.

Un bambino, del resto, non possiede ancora i criteri con cui un adulto può osservare una relazione e pensare: questa cosa mi fa male, questo comportamento non è giusto, questo bisogno avrebbe dovuto essere accolto.

Per lui la famiglia non è soltanto un ambiente possibile. È il primo ambiente che conosce.

È lì che impara che cosa aspettarsi dagli altri, quanto spazio può occupare, quali emozioni sono ammesse, che cosa deve fare per mantenere la vicinanza e perfino quale versione di sé sembra avere maggiori possibilità di essere amata.

Ed è proprio qui che avviene qualcosa di psicologicamente importantissimo: ciò che si ripete abbastanza a lungo può smettere di essere percepito come un’esperienza e diventare apprendimento.

Se ogni volta che piango qualcuno minimizza, potrei non pensare: i miei genitori fanno fatica a tollerare la mia tristezza. Potrei imparare qualcosa di molto diverso: quando sto male, esagero. Se vengo ascoltato soprattutto quando sono bravo, disponibile, tranquillo o performante, difficilmente penserò: l’amore che ricevo è troppo condizionato dalle mie prestazioni. Potrei apprendere: per essere amato devo meritarmelo.

Le 5 ferite che tuo figlio può imparare a chiamare “normalità”

Il bambino, in altre parole, non si limita a vivere ciò che accade. Costruisce se stesso dentro ciò che accade. Ed è per questo che alcune ferite diventano così profonde: non vengono ricordate soltanto come qualcosa che abbiamo subito. Possono trasformarsi nel modo in cui interpretiamo noi stessi, gli altri e le relazioni. Ecco cinque esperienze che un bambino può imparare, lentamente, a chiamare “normalità”.

1. Sentire che i suoi bisogni vengono sempre dopo quelli degli adulti

Un bambino dipende dall’adulto per quasi tutto. Per essere protetto, regolato, consolato, nutrito, accompagnato nella comprensione di ciò che prova. Ma in alcune famiglie accade qualcosa di più sottile: il bambino comprende molto presto che, per mantenere l’equilibrio della relazione, deve disturbare il meno possibile.

Il genitore può essere fragile, molto ansioso, depresso, facilmente irritabile, assorbito dai propri problemi oppure emotivamente immaturo. Così il bambino comincia a osservare. Capisce quando è meglio non chiedere. Impara a riconoscere il tono di voce dell’adulto, il rumore dei passi, l’espressione del volto, il momento in cui una richiesta potrebbe essere tollerata e quello in cui rischierebbe di peggiorare la situazione.

A volte diventa sorprendentemente autonomo. Si veste da solo. Non racconta ciò che lo preoccupa. Fa i compiti senza chiedere aiuto. Cerca persino di tranquillizzare il genitore.

Agli occhi degli adulti può apparire un bambino “maturo”

Eppure quella maturità può essere, almeno in parte, una forma di adattamento. Perché esiste una grande differenza tra un bambino che sviluppa progressivamente autonomia e un bambino che impara che avere bisogno di qualcuno è pericoloso, inutile o troppo costoso per la relazione.

Quando questa esperienza si ripete, il messaggio che può sedimentarsi non è semplicemente: “Mamma in questo periodo è in difficoltà.” Può diventare: “I bisogni degli altri vengono prima dei miei.” È una convinzione che, molti anni dopo, possiamo ritrovare negli adulti che riescono a occuparsi di tutti ma provano disagio quando devono chiedere qualcosa per sé.

Persone che anticipano i bisogni degli altri, risolvono problemi, si rendono disponibili, sopportano molto e poi, quando avrebbero bisogno di essere sostenute, non sanno nemmeno bene come formularlo. Non perché non abbiano bisogni. Ma perché hanno imparato troppo presto a considerarli un problema da gestire invece che una parte legittima della relazione.

2. Pensare che l’amore vada meritato

Quasi nessun genitore dice apertamente a un figlio: “Ti amerò soltanto se sarai come voglio io.” Eppure un bambino può arrivare ugualmente a questa conclusione. Succede quando la vicinanza emotiva cambia sistematicamente in funzione di ciò che fa. Quando viene valorizzato soprattutto se prende bei voti. Quando riceve attenzione se è educato, collaborativo o particolarmente capace. Quando percepisce delusione, freddezza o distanza ogni volta che sbaglia. Quando comprende che alcune caratteristiche di sé vengono accolte molto più facilmente di altre.

La questione non è pretendere che un genitore reagisca sempre nello stesso modo a qualunque comportamento. Educare significa anche porre limiti, correggere, dire no, esprimere disaccordo.

Il punto è un altro.

Un bambino ha bisogno di poter distinguere due messaggi: “Quello che hai fatto non va bene.” e “Tu non vai bene.” Quando questa distinzione non è sufficientemente chiara, l’errore può smettere di riguardare il comportamento e cominciare a riguardare l’identità.

  • Non ho semplicemente fallito una prova. Sono un fallimento.
  • Non ho semplicemente fatto arrabbiare mamma. Sono cattivo.
  • Non ho soltanto deluso papà. Forse non sono abbastanza.

Ed ecco che il bambino comincia a costruire una strategia potentissima: diventare ciò che pensa possa garantire l’amore. Può diventare bravissimo. Compiacente. Iper-responsabile. Sempre disponibile. Può imparare a leggere le aspettative degli altri prima ancora di interrogarsi sui propri desideri.

Da adulto, questo adattamento può assumere forme molto diverse: perfezionismo, paura del fallimento, difficoltà a dire no, bisogno di approvazione, sensibilità estrema alla critica.

Sotto queste manifestazioni apparentemente differenti può esserci una stessa antica domanda: “Se smetto di essere ciò che serve agli altri, continueranno a volermi?” La ferita, quindi, non consiste nel desiderare di essere apprezzati. È umano. Nasce quando impariamo che il valore personale deve essere continuamente dimostrato.

3. Imparare che le proprie emozioni sono “troppo”

Un bambino piange perché ha paura e gli diciamo: “Non è successo niente.” È arrabbiato e rispondiamo: “Non fare scenate.” È deluso e sentiamo il bisogno di convincerlo immediatamente: “Non hai nessun motivo per stare così.” È spaventato e cerchiamo di rassicurarlo dicendo: “Non devi avere paura.” Sono frasi che possono nascere dalle migliori intenzioni.

Vogliamo calmarlo. Vogliamo proteggerlo. Vorremmo sottrarlo il prima possibile a ciò che lo fa stare male. È proprio per questo che, davanti al suo pianto, alla paura o alla rabbia, possono venirci spontanee frasi come: “Non è successo niente”, “Non devi avere paura”, “Non c’è motivo di arrabbiarsi”, “Non fare così”.

Il problema è che, nel tentativo di rassicurarlo, possiamo finire per cercare soprattutto di far cessare il suo disagio, mentre ciò di cui il bambino ha bisogno, in quel momento, è sentirsi riconosciuto e accompagnato dentro l’emozione che sta vivendo.

Per noi può non essere successo nulla di grave. Per lui, però, qualcosa sta accadendo davvero: il corpo è attivato, la paura è presente, la delusione fa male, la rabbia esiste. Quando gli diciamo troppo rapidamente che “non è niente”, non stiamo semplicemente ridimensionando l’evento: rischiamo di sottrargli la possibilità di restare dentro ciò che sente abbastanza a lungo da poterlo riconoscere, attraversare e organizzare.

È qui che l’invalidazione emotiva diventa importante.

Invalidare un’emozione non significa necessariamente essere freddi o crudeli. Può accadere anche mentre cerchiamo sinceramente di consolare. Significa, più precisamente, comunicare al bambino che ciò che sente non dovrebbe esserci, è eccessivo rispetto alla situazione oppure non merita lo spazio che sta occupando.

E il bambino, soprattutto quando è piccolo, non possiede ancora gli strumenti per pensare: “Mamma vede questa situazione diversamente da me.” Può arrivare a una conclusione molto più radicale:

  • “Se io sento paura e l’adulto mi dice che non c’è niente da temere, allora forse la mia paura è sbagliata.”
  • “Se sono ferito e mi dicono che non è successo niente, forse non dovrei stare così.”
  • “Se sono arrabbiato e questa emozione disturba chi mi sta vicino, devo farla sparire.”

A lungo andare, quindi, il rischio non è soltanto che il bambino smetta di esprimere alcune emozioni. Può cominciare a diffidare della propria esperienza interna.

Ed è una differenza enorme.

Perché la regolazione emotiva non consiste nel convincere qualcuno a smettere di sentire. Consiste nell’aiutarlo a fare esperienza del fatto che un’emozione può arrivare, diventare intensa e poi modificarsi senza dover essere negata, censurata o espulsa immediatamente.

Un bambino spaventato, per esempio, non ha bisogno che gli confermiamo che ciò che teme sia realmente pericoloso. Ha bisogno che riconosciamo che la sua paura è reale, anche quando il pericolo non lo è. Possiamo dirgli: “Capisco che quel rumore ti abbia spaventato. Sono qui. Vediamo insieme da dove viene.”

Allo stesso modo, possiamo accogliere la rabbia senza autorizzare qualsiasi comportamento: “Sei molto arrabbiato con tuo fratello. Puoi essere arrabbiato, ma non puoi colpirlo.” È qui che passa una distinzione fondamentale: validare un’emozione non significa dare ragione a ogni interpretazione né permettere ogni comportamento. Significa riconoscere che ciò che il bambino prova, in quel momento, esiste e ha bisogno di trovare un posto nella relazione.

Solo dopo possiamo aiutarlo a comprenderlo, ridimensionarlo, trasformarlo. Perché un bambino impara a regolare le proprie emozioni non quando gli insegniamo a uscire il più velocemente possibile da ciò che sente, ma quando scopre che può restarci dentro senza essere lasciato solo e senza perdere il legame con noi.

4. Credere di essere responsabile del benessere degli adulti

Questa è probabilmente una delle ferite più difficili da riconoscere perché può assumere forme quasi virtuose. Il bambino sensibile. Quello che non dà problemi. Quello che consola la mamma. Quello che cerca di far ridere papà quando è triste. Quello che si occupa dei fratelli, controlla l’atmosfera familiare e sembra sapere sempre quando qualcosa non va.

In questo caso può innescarsi una dinamica che in psicologia viene definita parentificazione: un’inversione dei ruoli nella quale il bambino assume responsabilità emotive o pratiche che dovrebbero appartenere agli adulti.

Non significa che chiedere collaborazione ai figli sia sbagliato. Un bambino può aiutare in casa, occuparsi di piccoli compiti, imparare responsabilità compatibili con la propria età. Il problema emerge quando sente di avere una funzione essenziale nella stabilità emotiva del genitore. Quando pensa: devo evitare che mamma si preoccupi. Devo stare attento a non far arrabbiare papà. Devo prendermi cura di mio fratello perché altrimenti nessuno lo farà. Non posso stare male anch’io, qui ci sono già abbastanza problemi.

E c’è un aspetto particolarmente doloroso

Il bambino non possiede realmente gli strumenti per sostenere il mondo emotivo dell’adulto. Perciò deve inventarseli. Allora diventa più attento. Più controllato. Più capace di anticipare. Più disposto a mettere da parte ciò che sente.

Sviluppa risorse autentiche, certamente, ma le sviluppa troppo presto e spesso a un prezzo elevato. È così che il bisogno infantile di essere ascoltati può trasformarsi nel bisogno adulto di essere utili. Non aspetto più che qualcuno si prenda cura di me. Cerco di diventare indispensabile. Non chiedo vicinanza. Risolvo problemi. Non dico semplicemente “ho bisogno di te”. Faccio qualcosa perché tu abbia bisogno di me.

Ed è una trasformazione molto profonda, perché permette di ottenere una forma di sicurezza relazionale senza esporsi direttamente alla vulnerabilità del bisogno. Se sono indispensabile, forse non mi lascerai. Se mi occupo di te, forse resterai. Se riesco a sistemare tutto, forse nessuno crollerà. Il bambino che poi diventerà adulto può così arrivare a chiamare “amore” qualcosa che assomiglia molto alla responsabilità.

5. Considerare normale vivere nell’incertezza affettiva

Forse la sicurezza più importante che un bambino può ricevere non consiste nell’avere genitori perfetti. Consiste nel poter prevedere, con sufficiente continuità, che la relazione sopravvivrà ai suoi errori, alle sue emozioni, alle separazioni temporanee e ai conflitti. Che può arrabbiarsi senza perdere l’amore. Che può sbagliare senza essere umiliato. Che può avere bisogno senza diventare un peso. Che un litigio non significa necessariamente abbandono.

Quando questa prevedibilità manca, il bambino può diventare estremamente attento ai segnali relazionali

Un giorno il genitore è affettuoso, quello dopo distante. A volte una richiesta viene accolta, altre volte provoca irritazione. Una stessa emozione può essere consolata oggi e ridicolizzata domani.

Il bambino non sa quale versione dell’adulto incontrerà. E quando non possiamo prevedere l’ambiente, tendiamo a osservarlo di più. Così alcune persone crescono sviluppando una straordinaria sensibilità ai cambiamenti minimi nella relazione.

Un messaggio più breve. Un tono diverso. Una risposta arrivata più tardi. Uno sguardo che sembra meno caldo. Un silenzio. Da adulti possiamo arrivare a pensare di essere semplicemente “troppo sensibili”. Ma talvolta quella sensibilità possiede una storia. È stata allenata. Per anni può essere stato necessario accorgersi rapidamente di come stava l’altro per capire come comportarsi.

Il problema è che ciò che nell’infanzia ci ha aiutato a mantenere il legame può continuare a orientare le nostre relazioni anche quando non è più necessario.

Se abbiamo imparato che l’amore può essere presente e, nello stesso tempo, incerto — che chi ci vuole bene può avvicinarsi e poi allontanarsi, rassicurarci e poi diventare indisponibile — possiamo crescere associando la vicinanza a una quota di allarme. È questa ambivalenza a diventare familiare: desideriamo l’altro, ma contemporaneamente ne sorvegliamo la distanza, cerchiamo conferme, interpretiamo ogni cambiamento e riusciamo a placare temporaneamente l’allarme solo quando l’altro torna a mostrarsi disponibile

Il bambino, naturalmente, non pensa: “Mi sto adattando a una relazione imprevedibile.” Impara semplicemente, attraverso ciò che vive, che cosa può aspettarsi dall’amore e che cosa deve fare per non perderlo.

Ed è qui che la familiarità acquista un peso enorme. Ciò che conosciamo bene non è necessariamente ciò che ci fa bene. Da adulti possiamo sentirci attratti da relazioni nelle quali dobbiamo ancora inseguire, rassicurare, dimostrare o decifrare l’altro, non perché desideriamo soffrire, ma perché quella combinazione di vicinanza e incertezza appartiene già alla nostra grammatica affettiva.

All’adulto che sei oggi.Un nuovo modo di vedere se stessi

L’infanzia nascosta non è quella che non si ricorda, ma quella che non si è mai potuta vivere davvero. Se ti sei sentito adulto troppo presto, se hai vissuto nell’ansia di essere sempre all’altezza, se sei cresciuto credendo che chiedere amore fosse pericoloso, allora non hai bisogno di essere più forte. Hai bisogno di guarire.

Guarire vuol dire concedersi la possibilità di essere imperfetti, fragili, liberi. Vuol dire riscrivere la propria storia, non negandola, ma restituendole verità e compassione. E significa, soprattutto, smettere di essere necessari per essere amati.

Nel mio libro “lascia che la feliicità accada”, parlo proprio di questo: di come imparare a vedere la propria storia con uno sguardo nuovo. Non quello giudicante dell’adulto esigente, ma quello amorevole di chi ha finalmente deciso di essere dalla propria parte. Sempre. Il mio libro già best seller lo trovi a questo link su Amazon e in tutte le librerie d’Italia…ti aspetto tra le pagine.

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