Crescere in una famiglia in cui l’affetto è assente o viene espresso con difficoltà è un’esperienza che lascia solchi profondi nell’anima. Per un bambino, l’amore è il primo nutrimento, qualcosa di invisibile ma essenziale come l’aria. Quando questo nutrimento manca o arriva in modo distorto, il bambino impara a farsi piccolo, a nascondere i suoi bisogni, a proteggersi in un silenzio fatto di insicurezza e solitudine.
L’anaffettività genitoriale non significa necessariamente abuso o trascuratezza evidente: spesso si manifesta in modi più sottili, come la mancanza di abbracci, l’assenza di parole di conforto, o l’indifferenza emotiva davanti alle paure e ai successi del bambino. Questi segnali, col tempo, costruiscono una corazza invisibile, una difesa che porta a trattenere i sentimenti, a nascondere i bisogni, a temere l’intimità. Crescere in un ambiente in cui l’amore non è espresso o è condizionato significa imparare a sopravvivere senza chiedere, senza disturbare, senza credere di essere degni di ricevere.
Le frasi tipiche di chi è cresciuto con genitori anaffettivi
Ed è così che, da adulti, molte persone si ritrovano a pronunciare frasi che rivelano una ferita profonda, parole che non sono semplici espressioni verbali, ma il riflesso di anni di carenza affettiva. Sono frasi dette quasi senza pensarci, eppure racchiudono mondi interi di paura, insicurezza e bisogno di accettazione.
1. “Non voglio disturbare”
Questa frase riflette una dinamica appresa fin dall’infanzia: il bambino non si sente mai al centro dell’attenzione dei genitori e impara a minimizzare la propria presenza. Crescendo, sviluppa la convinzione di essere un peso per gli altri e tende a ridurre al minimo le proprie richieste emotive.
2. “Non so cosa provo”
L’anaffettività genitoriale spesso si traduce in un’incapacità di riconoscere e nominare le proprie emozioni. Chi è cresciuto in un ambiente emotivamente sterile può sviluppare un’alfabetizzazione emotiva carente, faticando a comprendere cosa prova e perché.
3. “Non mi piace chiedere aiuto”
Chi ha avuto genitori emotivamente distanti ha imparato a cavarsela da solo. La richiesta di aiuto viene percepita come un segno di debolezza o come qualcosa che non verrà accolto, portando la persona a un forte senso di autosufficienza forzata.
4. “Se mi arrabbio, rischio di perdere l’affetto degli altri”
Nei contesti familiari anaffettivi, esprimere emozioni negative può aver generato rifiuto o indifferenza. Questo porta a reprimere la rabbia e a evitare il conflitto, per paura di essere abbandonati o non amati.
5. “Non mi sento mai abbastanza”
L’assenza di riconoscimento emotivo e di approvazione da parte dei genitori porta a una costante insicurezza. Chi è cresciuto con genitori anaffettivi ha spesso l’impressione di dover sempre dimostrare qualcosa per meritarsi amore e attenzione.
6. “Se mi amano, prima o poi mi abbandoneranno”
La carenza affettiva può generare un costante timore dell’abbandono. Se i genitori non hanno offerto un amore stabile e incondizionato, la persona può sviluppare una visione instabile dei legami affettivi, temendo che ogni relazione sia destinata a finire.
7. “Non mi piace parlare di me”
La difficoltà a condividere i propri sentimenti è una caratteristica comune di chi è cresciuto senza un modello di ascolto e accoglienza emotiva. Il bisogno di proteggere il proprio mondo interiore diventa una difesa contro il possibile rifiuto o l’incomprensione.
8. “Non merito di essere felice”
Quando un bambino cresce senza ricevere affetto, interiorizza l’idea di non essere degno di amore. Questa credenza si riflette in età adulta nel sabotaggio della propria felicità e nella difficoltà ad accettare esperienze positive.
9. “Mi scuso anche quando non ho fatto nulla”
L’iper-responsabilizzazione è un’altra conseguenza dell’anaffettività genitoriale. Essendo cresciuti in un ambiente in cui il proprio valore era sempre messo in discussione, molte persone sviluppano un atteggiamento di costante giustificazione per prevenire eventuali conflitti o critiche.
10. “Non voglio pesare sugli altri”
Questa frase riflette un bisogno di autosufficienza estrema, nata dal timore di essere di troppo o di essere rifiutati. L’assenza di un supporto emotivo durante l’infanzia fa sì che, da adulti, si eviti di chiedere aiuto anche quando se ne avrebbe bisogno.
L’infanzia di chi cresce senza affetto
L’infanzia dovrebbe essere un luogo sicuro, un rifugio fatto di mani che accolgono e occhi che brillano d’amore. Ma per chi cresce con genitori anaffettivi, quel rifugio diventa una casa fredda, in cui le emozioni non trovano spazio per sbocciare. Il bambino impara presto a leggere tra le righe: capisce che non deve piangere troppo, perché nessuno verrà a consolarlo; intuisce che le sue paure sono “esagerate” e che le sue gioie non suscitano interesse. Impara a bastare a sé stesso, a non aspettarsi nulla.
In una casa in cui il calore umano è raro, l’infanzia diventa un susseguirsi di tentativi per ottenere attenzioni: il bambino prova a eccellere nella scuola, a essere sempre obbediente, a non fare mai errori, sperando che un giorno quel sorriso tanto atteso arrivi. Ma, se non arriva, cresce con una convinzione profonda: “Non sono abbastanza.” Questo pensiero, apparentemente semplice, si radica come una verità assoluta, influenzando tutta la vita adulta.
Perché queste frasi entrano nella quotidianità?
Le frasi tipiche di chi è cresciuto con genitori anaffettivi non sono semplici modi di dire: sono espressioni che racchiudono convinzioni profonde, schemi mentali appresi nell’infanzia e mai messi in discussione. Quando un bambino cresce in un ambiente in cui i sentimenti non vengono accolti, interiorizza l’idea che esprimere bisogni emotivi sia sbagliato, inutile o addirittura dannoso. Questo lo porta, da adulto, a censurarsi, a minimizzare ciò che prova e a costruire relazioni basate sul timore di essere di troppo.
Queste frasi diventano una seconda pelle, parole che sembrano innocue ma che nascondono sofferenze mai elaborate. “Non voglio disturbare”, “Non so cosa provo”, “Se mi arrabbio, rischio di perdere l’affetto degli altri”: sono tutte espressioni che parlano di una vita passata a trattenere, a temere il giudizio, a credere di dover meritare ogni briciola d’affetto.
Cambiare questo linguaggio interiore è possibile, ma richiede tempo, consapevolezza e, soprattutto, la volontà di riconoscere che si è degni di amore, indipendentemente da ciò che si è vissuto.
Possiamo fare molto per noi stessi, anche se non viviamo una relazione che può curare il nostro cuore
Qualunque sia la nostra condizione, possiamo scoprire percorsi di vita e di consapevolezza che ci possono rendere donne e uomini migliori, pienamente consapevoli e realizzati, orientati verso uno scopo e arricchiti di senso.
Se oggi provi tanta rabbia e rancore, ti stai solo proteggendo… ma per te stesso, puoi fare ben altro! Fin da bambini, ci insegnano a non deludere gli altri, a essere ubbidienti e addirittura a non dar fastidio. Crescendo, orientiamo la nostra vita su ciò che possiamo fare per gli altri, dimenticando che sono molte le cose che potremmo fare per noi stessi. Dentro di te, hai inestimabili risorse emotive e questo è un dato certo. Quando tieni a qualcuno, cosa fai? Te ne prendi cura, gli dedichi attenzione e stima… quindi, la tua capacità d’amare non è affatto messa in dubbio. Allora perché non provi a dedicare un pizzico di quelle attenzioni a te stesso? Perché continui a spostare i tuoi pensieri sull’altro, quando potresti dedicarli a te? Se nelle parole che hai letto in precedenza hai trovato delle verità che ti hanno toccato da vicino, sappi che puoi venirne a capo!
È arrivato il momento di liberarci dai condizionamenti e di affermarci per ciò che siamo e che vogliamo essere
E può esserti di molto aiuto il mio ultimo libro «il mondo con i tuoi occhi» (lo trovi a questa pagina Amazon). Si tratta di un saggio che è destinato a stravolgere il modo in cui approcci alla vita. Il modo in cui guardi te stesso e gli altri. Non solo andiamo a sfatare molti altri tabù che ormai, sono radicati nelle nostre menti, vedremo soprattutto come coltivare dei valori personali e, in base a questi, tracciare il nostro individuale percorso di vita. Unico, irripetibile, privo di pressioni, libero da ruoli, così come sarebbe dovuto essere fin dal principio. Indietro nel tempo non possiamo andare ma possiamo cominciare a capire tante cose e, finalmente, restituirci a noi stessi.
A cura di Ana Maria Sepe, psicologo e fondatrice della rivista Psicoasvisor
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