Le frasi tipiche di un figlio adulto emotivamente immaturo

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Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi. Scrittrice e fondatore di Psicoadvisor

Un figlio può avere quarant’anni, un lavoro, una famiglia, prendere decisioni importanti e continuare ad avere, in alcune relazioni, modalità emotive sorprendentemente immature. Perché diventare adulti anagraficamente non significa automaticamente aver imparato a tollerare una frustrazione, riconoscere il punto di vista dell’altro, assumersi la responsabilità delle proprie scelte o attraversare un conflitto senza trasformarlo in una prova d’amore.

L’immaturità emotiva, infatti, non coincide con l’essere fragili, impulsivi o bisognosi

Riguarda soprattutto il modo in cui gestiamo ciò che sentiamo quando l’altro non corrisponde alle nostre aspettative. Una persona emotivamente matura può arrabbiarsi, sentirsi delusa, avere bisogno degli altri e persino comportarsi male. La differenza è che, prima o poi, riesce a riconoscere che le proprie emozioni le appartengono, che l’altro è una persona separata e che un disagio non autorizza automaticamente a colpevolizzare, ricattare o punire.

È proprio nella relazione con i genitori che alcune difficoltà diventano particolarmente evidenti. Perché il genitore può continuare a essere percepito, anche molti anni dopo l’infanzia, come colui che dovrebbe esserci sempre, capire senza spiegazioni, perdonare tutto e adattarsi.

Quando essere figli diventa una posizione da cui non si riesce a uscire

L’immaturità emotiva non si riconosce da una singola frase e non va trasformata in un’etichetta. Diventa però visibile quando certe modalità si ripetono: quando il proprio bisogno viene vissuto come un diritto sull’altro, il dissenso come mancanza d’amore, il limite come rifiuto e la frustrazione come qualcosa che qualcun altro dovrebbe immediatamente riparare.

Le parole, in questi casi, raccontano molto più di ciò che sembra. Dietro alcune espressioni ricorrenti può esserci la difficoltà ad accettare che il genitore sia ormai un altro adulto, con bisogni, confini e desideri propri. Ecco alcune frasi che possono rendere evidente questa dinamica.

1. «Se mi volessi davvero bene, lo faresti»

È una delle formule più efficaci per trasformare una richiesta in una verifica dell’amore. Il contenuto implicito non è più semplicemente “vorrei che tu facessi questa cosa per me”, ma “se non la fai, significa che non mi ami abbastanza”.

Nella maturità emotiva possiamo desiderare moltissimo qualcosa dall’altro senza trasformare il suo rifiuto in una sentenza sul legame. Possiamo essere delusi e, contemporaneamente, riconoscere che una persona può amarci e dirci di no. Il figlio emotivamente immaturo, invece, può vivere il confine del genitore come una sottrazione affettiva: il “no” non viene percepito come una decisione, ma come un abbandono, un’ingiustizia o una mancanza d’amore. E così l’affetto diventa una moneta di scambio: se mi ami, dimostralo facendo ciò che ti chiedo.

2. «Dopo tutto quello che mi hai fatto passare, almeno questo me lo devi»

Esistono genitori che hanno commesso errori importanti, hanno ferito i figli, sono stati assenti, svalutanti o incapaci di proteggerli. Riconoscere quelle ferite è necessario. Ma riconoscere il passato non significa trasformarlo in un credito illimitato da riscuotere per tutta la vita.

Quando una sofferenza non è stata elaborata può accadere qualcosa di diverso: ogni conflitto presente viene ricondotto al passato, e ogni responsabilità del figlio adulto viene sospesa perché esiste ancora qualcuno a cui presentare il conto.

Il punto non è negare ciò che è accaduto. È distinguere due piani: avere subito qualcosa non significa non essere più responsabili di ciò che facciamo oggi. Una maturità emotiva autentica permette di dire: “quello che hai fatto mi ha ferito” senza trasformare quella ferita in un’autorizzazione permanente a ferire a propria volta.

3. «Tu devi esserci. Sei mia madre / sei mio padre»

Ci sono frasi che contengono una richiesta legittima ma la trasformano in un obbligo senza limiti. È vero: la relazione tra genitori e figli conserva una specificità profonda anche nell’età adulta. Ma crescere significa anche comprendere che il genitore non è una funzione disponibile ventiquattr’ore su ventiquattro. Ha un corpo che si stanca, bisogni, limiti economici, relazioni, desideri e una vita propria.

Per alcune persone questa separazione è difficile da tollerare. Il genitore continua inconsciamente a essere vissuto come una risorsa che dovrebbe adattarsi: tenere i nipoti, fornire denaro, risolvere problemi, essere reperibile, rinunciare ai propri programmi. E quando prova a sottrarsi può comparire rabbia, risentimento o una forma di indignazione: come puoi pensare a te quando io ho bisogno di te?

La maturità affettiva comincia anche dalla scoperta, non sempre piacevole, che le persone che amiamo non esistono soltanto in funzione nostra.

4. «Con te non si può mai parlare»

A volte è assolutamente vero. Ci sono persone con cui il dialogo è difficilissimo. Ma questa frase può anche diventare un modo molto sofisticato per chiudere una conversazione proprio quando l’altro introduce qualcosa che non vogliamo ascoltare.

“Non si può parlare con te” può significare, in realtà: non posso parlare con te senza che tu abbia una versione diversa dalla mia. Oppure: non posso dirti ciò che penso ottenendo comunque la risposta che desideravo.

Un segno importante di maturazione emotiva è la capacità di tollerare che una conversazione non produca necessariamente accordo. Possiamo spiegare, discutere, persino litigare e restare due persone separate.

Quando questa capacità manca, il dissenso diventa facilmente invalidazione: se non sei d’accordo con me, allora non mi capisci; se non mi dai ragione, allora non mi ascolti; se mi fai notare qualcosa che non voglio vedere, allora sei tu il problema.

5. «Io sono fatto così»

Questa frase può sembrare una semplice dichiarazione identitaria, ma talvolta viene utilizzata per sottrarre il proprio comportamento a qualsiasi possibilità di revisione. Mi arrabbio così. Sparisco quando sto male. Urlo. Non chiedo scusa. Sono fatto così.

Eppure maturare significa precisamente scoprire che avere una spiegazione per un comportamento non equivale a renderlo inevitabile. Possiamo avere imparato certe modalità nella nostra famiglia, possiamo essere particolarmente sensibili al rifiuto, avere difficoltà a regolare la rabbia o sentirci minacciati facilmente. Tutto questo aiuta a comprenderci. Ma comprendere l’origine di una risposta dovrebbe aumentare la nostra libertà, non diventare il motivo per non modificarla mai.

La maturità emotiva non consiste nell’essere sempre controllati, accomodanti o razionali. Consiste anche nel riuscire a dire: “questa reazione mi appartiene, e quindi posso occuparmene”.

Essere figli non ci rende bambini per sempre

Forse uno degli equivoci più profondi delle relazioni familiari è credere che i ruoli rimangano identici nel tempo. Un genitore continua a essere un genitore, naturalmente, ma a un certo punto davanti a lui non c’è più un bambino: c’è un altro adulto. Un adulto che può avere ancora bisogno di conforto, presenza, approvazione e vicinanza, ma che non può più affidare interamente all’altro il compito di placare ciò che sente, proteggerlo da ogni frustrazione o confermargli continuamente di essere amato.

Perché crescere emotivamente non significa diventare meno sensibili, meno bisognosi o più distaccati. Significa riuscire, poco alla volta, a restare dentro una relazione anche quando l’altro non fa ciò che desideriamo. Senza vivere ogni “no” come un rifiuto, ogni distanza come un abbandono, ogni disaccordo come una minaccia al legame.

Due adulti possono volersi profondamente bene senza obbedirsi. Possono aiutarsi senza essere sempre disponibili. Possono riconoscere le ferite del passato senza utilizzarle come una contabilità emotiva infinita. Possono deludersi, arrabbiarsi, mettere confini e continuare a scegliersi.

Forse è proprio questa una delle conquiste più difficili dell’età adulta: comprendere che l’altro può amarci senza appartenerci.

Può amarci e pensarla diversamente. Può amarci e non salvarci. Può amarci e non avere, in quel momento, le risorse per occuparsi di noi. Può amarci e mettere un limite. Può perfino allontanarsi senza che questo renda improvvisamente falso tutto ciò che c’è stato prima.

Quando la mente ha capito, ma il corpo continua a reagire

Eppure sapere razionalmente tutte queste cose non significa riuscire automaticamente a viverle. Perché basta una risposta fredda, un messaggio che non arriva, un “no” pronunciato dalla persona sbagliata, uno sguardo che cambia, e qualcosa dentro di noi può reagire con un’intensità che sembra sproporzionata rispetto a ciò che sta accadendo. Il cuore accelera, il respiro cambia, lo stomaco si chiude, i muscoli si tendono, la mente comincia a cercare spiegazioni, rassicurazioni, segnali.

Ed è qui che la questione diventa molto più interessante.

Perché alcune persone riescono ad attraversare una distanza senza sentirsi abbandonate, mentre altre precipitano immediatamente nell’angoscia? Perché un semplice rifiuto può rimanere un rifiuto per qualcuno e trasformarsi, per qualcun altro, in una sensazione fisica di pericolo? Perché sappiamo perfettamente che non dovremmo rincorrere, controllare, supplicare, compiacere o spiegare ancora… eppure qualcosa dentro di noi continua a spingerci a farlo?

Queste reazioni non nascono nel vuoto. Hanno una storia. E quella storia non è scritta soltanto nei nostri pensieri: è passata attraverso il corpo.

Nel mio nuovo libro “Se ascolti il tuo corpo accadono cose meravigliose”, in preorder e in uscita il 13 ottobre, parto proprio da questa idea: molte delle cose che continuiamo a chiamare “carattere”, “esagerazione”, “debolezza”, “ansia” o semplicemente “modo di essere” diventano molto più comprensibili quando osserviamo ciò che l’organismo ha imparato attraverso le esperienze.

Perché il corpo non conserva soltanto cicatrici visibili. Impara associazioni. Anticipa. Si prepara. Modifica il respiro, la tensione muscolare, l’attenzione, il sonno, la digestione, il modo in cui reagiamo alla vicinanza e alla distanza. E alcune risposte che oggi sembrano incomprensibili possono essere state, un tempo, il modo più efficace che avevamo per proteggerci, mantenere un legame o attraversare qualcosa di troppo grande per noi.

Allora le domande cambiano

Perché hai bisogno che qualcuno ti rassicuri proprio quando sai già cosa vorresti fare? Perché il corpo rimane in allerta anche quando la situazione è finita? Perché alcune persone riescono a dirti di no senza che tu riesca semplicemente ad accettarlo? Perché continui a sentirti in colpa quando scegli te stesso? E perché, certe volte, capisci tutto con la mente ma il tuo corpo sembra non averlo ancora capito?

È di questo che parlo nel libro: non soltanto di ciò che sentiamo, ma di che cosa ciò che abbiamo vissuto ha insegnato al nostro organismo.

Perché forse conoscersi davvero non significa soltanto ricostruire la propria storia e darle un significato. Significa anche scoprire dove quella storia continua a vivere nel corpo, nelle reazioni automatiche, nelle tensioni che non sappiamo spiegare, nei bisogni che ci sorprendono, in tutto ciò che continuiamo a fare anche quando pensavamo di averlo ormai “capito”. E quando inizi a vedere questo, cambia qualcosa di importante: smetti di domandarti soltanto “che cosa c’è che non va in me?” e puoi finalmente cominciare a chiederti:

“Che cosa ha imparato il mio corpo per aiutarmi ad attraversare ciò che ho vissuto? E cosa potrebbe imparare, oggi, se finalmente iniziassi ad ascoltarlo?” Forse è proprio da questa domanda che possono iniziare ad accadere cose meravigliose. Il libro è ora disponibile in preorder su Amazon e in uscita in libreria il 13 ottobre.

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