
Il punto, quindi, non è chiedersi se un genitore abbia mai pronunciato una di queste frasi. Tutti possiamo reagire male, difenderci, sentirci feriti e dire qualcosa di ingiusto. La differenza è nella stabilità del funzionamento e nella possibilità di riparare: un genitore emotivamente più maturo può accorgersi di essersi difeso, tornare sull’accaduto, riconoscere l’esperienza del figlio senza viverla necessariamente come un attacco alla propria identità. Quando questa possibilità manca, invece, il figlio può imparare molto presto qualcosa di diverso: che per conservare il legame non basta esprimere ciò che sente. Deve anche calcolare l’effetto che ciò che sente avrà sull’altro.
5 frasi che raccontano l’immaturità emotiva di un genitore
Le frasi più significative non sono necessariamente quelle apertamente crudeli. Alcune possono sembrare ragionevoli, altre persino affettuose. A renderle problematiche non sono soltanto le parole, ma la posizione relazionale in cui collocano il figlio.
1. «Puoi dirmi quello che provi, ma non puoi pretendere che poi io non ci stia male»
È vero: anche un genitore ha diritto alle proprie emozioni. Non dovrebbe essere imperturbabile, né trasformarsi in una superficie neutra sulla quale il figlio può riversare qualsiasi cosa. Il problema nasce quando il dolore del genitore diventa qualcosa che il figlio deve imparare preventivamente a non provocare.
La comunicazione allora cambia struttura. Non è più soltanto: «Cosa sento e come posso dirtelo?». Diventa: «Cosa posso permettermi di dirti senza destabilizzarti troppo?». Il bambino comincia così a sviluppare una sofisticata attenzione alle conseguenze relazionali delle proprie emozioni. Prima di esprimere rabbia, valuta quanto l’altro potrebbe offendersi; prima di dire che qualcosa lo ha ferito, cerca un modo per attenuarlo; prima di porre un limite, prepara una spiegazione abbastanza convincente da renderlo tollerabile.
Può nascere quella che potremmo definire una sorta di autocensura relazionale anticipatoria
Non elimino necessariamente ciò che provo, ma modifico continuamente il modo in cui lo porto nella relazione per evitare di perdere sicurezza, vicinanza o approvazione. Da adulto potresti riconoscerla in formule apparentemente innocue come «Non voglio che tu pensi che ti stia accusando», «Forse sono io che la sto vivendo male», «Non voglio farti sentire in colpa, però…». Non sempre sono segni di insicurezza. A volte raccontano una competenza appresa molto presto: dire la propria verità occupandosi contemporaneamente delle emozioni di chi la ascolta.
2. «Certo, fai pure la tua vita. Io devo solo abituarmi al fatto che per te non sono più importante come prima»
Qui non c’è un divieto esplicito. Nessuno dice: «Non andare», «Non trasferirti», «Non passare Natale con il tuo compagno». La libertà viene formalmente concessa, ma subito dopo viene introdotto un prezzo affettivo: se scegli qualcosa per te, significa che qualcosa stai togliendo a me.
È una dinamica particolarmente importante perché confonde due dimensioni che nello sviluppo dovrebbero progressivamente separarsi: differenziazione e perdita del legame. Crescere significa proprio poter fare esperienza del fatto che posso diventare sempre più me stesso senza che questo equivalga ad amare meno chi mi ha cresciuto. Posso costruire abitudini differenti, avere idee diverse, scegliere un partner che tu non avresti scelto, vivere lontano, telefonarti meno frequentemente e continuare ad avere un legame con te.
Quando invece ogni movimento di autonomia viene letto attraverso il registro dell’abbandono, il figlio non deve soltanto decidere cosa desidera. Deve anche chiedersi quanto dolore produrrà il suo desiderio. Ecco perché alcune persone adulte sono perfettamente capaci di prendere decisioni complesse sul lavoro e, davanti a una madre delusa perché non trascorreranno il fine settimana con lei, possono improvvisamente sentirsi piccole, egoiste o crudeli. Non è necessariamente mancanza di autonomia. È che, in quella relazione, l’autonomia ha imparato a portarsi dietro una conseguenza: se scelgo me, qualcuno a cui voglio bene soffrirà per colpa mia.
3. «Io ti conosco. Tu dici che stai male per questo, ma secondo me il vero problema è un altro»
Conoscere profondamente qualcuno non significa avere accesso privilegiato alla sua esperienza interna. Questa distinzione è fondamentale. Un genitore può intuire qualcosa che il figlio non riesce ancora a vedere, formulare ipotesi, collegare eventi, offrire prospettive. Il problema nasce quando l’ipotesi diventa una correzione dell’esperienza dell’altro: «Non sei arrabbiato, sei stanco», «Non ti ha ferito quello che ho detto, sei nervosa per altre cose», «Quello non è amore, hai soltanto paura di restare sola».
Il punto non è neppure stabilire se il genitore abbia ragione. Potrebbe averla. La domanda più importante è: che cosa accade quando il figlio dice “no, non è così”? La capacità di mentalizzare implica anche accettare un margine di opacità: posso cercare di comprendere ciò che accade nella tua mente, ma non posso possederla. Posso conoscerti bene e continuare a lasciarmi sorprendere da te.
Un genitore emotivamente immaturo può invece avere bisogno di una versione dell’altro che sia sufficientemente stabile e comprensibile
L’incertezza gli pesa. Per questo può sostituire la curiosità con la definizione. E, se questa dinamica si ripete, il figlio può perdere qualcosa di importante: la fiducia nella propria esperienza interna. Sa di provare qualcosa, ma prima di attribuirgli significato guarda fuori: «Sto davvero male o sto esagerando?», «Mi ha mancato di rispetto o sono troppo suscettibile?», «Non voglio farlo oppure ho soltanto paura?». Non è detto che manchi la capacità di introspezione. Talvolta è accaduto esattamente il contrario: qualcun altro ha interpretato così spesso la sua esperienza che ora, prima di fidarsi di sé, cerca ancora una conferma esterna.
4. «Ogni volta che mi dici cosa ti è mancato sembra che io sia stato il peggior genitore del mondo»
Il figlio parla di un comportamento. Il genitore risponde parlando della propria identità. «Quella cosa mi ha ferito» diventa «stai dicendo che sono una madre terribile»; «avrei avuto bisogno che mi difendessi» diventa «quindi secondo te non ho mai fatto niente per te». È uno spostamento psicologicamente molto potente.
Per poter ascoltare davvero una critica dobbiamo riuscire a mantenere contemporaneamente rappresentazioni diverse di noi stessi: posso essere stato amorevole e averti ferito; posso aver fatto moltissimo e averti comunque lasciato solo in alcuni momenti; posso aver avuto buone intenzioni e aver prodotto conseguenze dolorose. È la possibilità di tollerare l’ambivalenza.
Quando questa capacità è fragile, riconoscere un errore può essere vissuto come qualcosa di molto più minaccioso: non «ho sbagliato», ma «sono sbagliato»
A quel punto diventa necessario difendersi. E così avviene qualcosa di paradossale: il figlio arriva con il proprio dolore e finisce per gestire quello del genitore. Si ritrova a dire «Non volevo dire che sei stata una cattiva madre», «So che hai fatto quello che potevi», «Non ti sto dando tutte le colpe». La conversazione originaria è quasi scomparsa.
Questo passaggio può lasciare un apprendimento relazionale molto profondo: quando raccontare il tuo dolore fa soffrire qualcuno, il dolore urgente diventa il suo. Ed è possibile ritrovarsi, molti anni dopo, a consolare una persona subito dopo averle spiegato che ci ha feriti.
5. «Se tra noi dobbiamo mettere tutti questi limiti, allora non capisco che famiglia siamo»
Questa frase contiene una delle confusioni più frequenti nelle relazioni familiari difficili: scambiare la vicinanza con l’assenza di confini. In una relazione sufficientemente matura, invece, l’intimità non richiede accesso illimitato. Posso amarti e non raccontarti tutto; posso comprendere il tuo bisogno e non soddisfarlo; posso voler trascorrere tempo con te e non essere disponibile ogni volta che lo desideri; posso dirti «questa cosa preferisco tenerla per me» senza che questo significhi respingerti.
Il limite consente proprio questo: restare due persone senza che per essere vicine una debba progressivamente occupare lo spazio dell’altra. Quando però il confine viene interpretato come rifiuto, il figlio si trova davanti a un problema insolubile. Se non mette limiti, sacrifica parti importanti di sé; se li mette, rischia di sentirsi freddo, egoista, ingrato o responsabile della sofferenza dell’altro.
Per questo alcune persone non hanno realmente difficoltà a capire quale sarebbe il limite giusto
Lo vedono benissimo. La difficoltà arriva un secondo dopo, quando devono tollerare ciò che accade nella relazione dopo averlo posto: il silenzio che seguirà, il volto deluso, la telefonata più fredda del solito, il «fai come vuoi», l’impressione di avere incrinato qualcosa. Il problema, allora, non è soltanto imparare a mettere confini. È poter fare una nuova esperienza: il disappunto dell’altro non equivale necessariamente alla perdita del legame.
L’immaturità emotiva si vede soprattutto quando due realtà devono restare vere insieme
C’è un elemento che attraversa tutte queste frasi. L’immaturità emotiva non coincide semplicemente con l’essere impulsivi, egocentrici o poco empatici. Una delle sue espressioni più interessanti è la difficoltà a mantenere insieme esperienze emotive apparentemente contraddittorie.
Posso essere un buon genitore e averti ferito. Puoi amarmi e desiderare di stare lontano da me. Posso essere deluso dalla tua scelta e rispettarla. Posso pensare che tu stia commettendo un errore e riconoscere che la vita è tua. Posso sentirmi ferito da ciò che mi dici e continuare ad ascoltarlo. Quell’“e” richiede una discreta maturità psichica.
Quando invece prevale un funzionamento più rigido, le possibilità tendono a diventare alternative: o mi ami o mi abbandoni; o sono stato un buon genitore o mi stai accusando di essere stato terribile; o siamo una famiglia unita o hai bisogno di mettere distanza; o io conosco bene mio figlio oppure devo accettare che esista in lui qualcosa che mi sfugge. La complessità viene ridotta perché tenere insieme due verità emotivamente scomode richiede una capacità di regolazione che non tutti hanno potuto sviluppare. Ed è proprio questa difficoltà che il figlio finisce spesso per compensare.
Quando il figlio diventa il regolatore emotivo della relazione
Il bambino dipende dal legame molto più di quanto il genitore dipenda da lui. Per questo, se la relazione diventa instabile ogni volta che esprime rabbia, autonomia, disaccordo o delusione, difficilmente penserà: «Mio padre ha una scarsa capacità di tollerare gli affetti negativi». Farà qualcosa di molto più intelligente dal punto di vista adattivo: cambierà il proprio comportamento.
Imparerà quando parlare e quando tacere, diventerà più bravo a riconoscere il tono dell’altro, anticiperà ciò che potrebbe farlo arrabbiare, formulerà le richieste con maggiore cautela, nasconderà alcune emozioni, ne enfatizzerà altre, cercherà di riparare rapidamente ogni tensione. In altre parole, può diventare il regolatore invisibile della relazione.
È importante comprenderlo perché, visto dall’esterno, quel bambino potrebbe apparire semplicemente maturo, accomodante, sensibile, molto empatico. E quelle qualità potrebbero essere autentiche. Ma possono essersi sviluppate insieme a un altro apprendimento: la stabilità della relazione dipende anche dalla mia capacità di gestire bene l’altro.
È qui che l’infanzia può continuare silenziosamente nell’età adulta
Non necessariamente attraverso ricordi, paure evidenti o grandi conflitti con i genitori. Può continuare in piccoli automatismi: spiegarsi troppo, chiedere permesso anche quando non sarebbe necessario, sentirsi responsabili del clima emotivo di una stanza, percepire immediatamente chi è infastidito, non riuscire a godersi pienamente una scelta se qualcuno importante non la approva. Non sono caratteristiche che raccontano necessariamente fragilità. Spesso raccontano un adattamento diventato così competente da sembrare personalità.
Quello che impari a fare per non perdere il legame
Crescere con un genitore emotivamente immaturo può renderti molto bravo a comprendere gli altri. Forse persino troppo bravo. Puoi imparare a intercettare una variazione impercettibile nel tono della voce, un silenzio diverso dal solito, una risposta più breve, una delusione appena trattenuta. Puoi sapere che qualcuno è infastidito prima ancora che quella persona se ne renda pienamente conto.
Il problema non è possedere questa sensibilità. Il problema nasce quando le informazioni sull’altro diventano automaticamente più importanti delle informazioni su di te. So che mia madre resterà male, ma io voglio andarci? So che mio padre non approverà, ma io cosa penso? So che dicendo di no creerò tensione, ma ho davvero la possibilità di dire sì?
La maturazione non consiste allora nel diventare meno empatici o nell’imparare a ignorare gli altri
Consiste nel poter aggiungere alla rappresentazione dell’altro anche se stessi. Il suo dispiacere è un’informazione. La sua rabbia è un’informazione. La sua delusione è un’informazione. Ma non sono automaticamente istruzioni.
Forse una delle esperienze adulte più importanti è proprio scoprire che possiamo riconoscere pienamente ciò che l’altro prova senza assumercene immediatamente la responsabilità. Possiamo amare qualcuno che è deluso da noi, comprendere una protesta e non cambiare decisione, vedere il dolore sul volto di una persona cara senza concludere, per questo soltanto, che abbiamo sbagliato. Perché diventare emotivamente adulti significa anche imparare qualcosa che in alcune famiglie non è stato possibile imparare abbastanza presto: due persone possono restare profondamente in relazione senza dover provare, pensare e desiderare la stessa cosa.
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