L’eredità emotiva del Caregiver

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caregiver

Perché non riusciamo a chiudere un rapporto che ci fa soffrire? 
Quando le dinamiche relazionali “non-sane” diventano meglio di niente.

Le discussioni sono all’ordine del giorno, ti senti svuotato, a volte prevalgono in te sentimenti di vuoto e di disorientamento… una sorta di confusione emotiva che crea sempre più tristezza con il passare del tempo.

Rapporti disfunzionali

Puoi pensare di non essere compreso, sentirti a tratti un po’ manipolato, hai la percezione che l’altra persona non abbia sempre del tutto a cuore ciò che provi. 
Di base aleggia in te un senso di ingiustizia e sotto sotto anche di rabbia, ma c’è qualcosa che ti lega profondamente a quella persona o a quelle persone. Infatti, può capitare che “quelle persone” così disfunzionali siano proprio i tuoi genitori. Oppure un fidanzato, una moglie, un amico intimo…

Il fatto di non riuscire a chiudere una relazione non significa che in essa siano necessariamente presenti degli elementi positivi per i quali valga la pena continuare a cercare un equilibrio: molto spesso viene difficile allontanarsi a causa dell’insicurezza e dello smarrimento personale che scaturirebbero conseguentemente alla separazione stessa.

Per quanto patologico, sofferente, a tratti umiliante e distruttivo, quel legame ci fornisce una dimensione di noi stessi… paradossalmente, è davvero un punto di riferimento. Malsano, ma lo è. 
Perché ci accade questo?

Relazioni: il riflesso di caratteristiche non sane

Partendo dal presupposto che le relazioni che viviamo nella nostra vita adulta conservano un riflesso dell’impronta ricevuta nel legame genitoriale ai tempi dell’infanzia, possiamo affermare che, se l’individuo non ha fatto un grosso lavoro psicologico su se stesso, egli tenderà a ricercare e a riproporre alle nuove conoscenze lo stesso tipo di schema di interazione e relazione che ha acquisito da piccolo.

Se in età infantile ha vissuto un rapporto genitoriale patologico sarà altamente probabile che le relazioni che intreccerà in futuro risentiranno delle simili problematiche.
Vediamo, quindi, quali sono le caratteristiche genitoriali non sane:

  1. Presenza di un’empatia perlopiù razionale e scarsamente affettiva;
  2. Assenza o semi-assenza di una reale sintonizzazione emotiva;
  3. Mancanza di rispetto: bugie, sotterfugi, offese più o meno dirette, provocazioni;
  4. Scoraggiamento dei tentativi di autonomia del bambino;
  5. Manipolazione emotiva: condizionamento del comportamento altrui per ottenere vantaggi personali di vario tipo (materiali, affettivi…), facendo leva su sentimenti, emozioni e sensi di colpa del bambino (anche i classici ricatti utilizzati dai genitori per far fare o meno qualcosa al figlio)
  6. Violenza, psicologica e/o fisica

Perché allora sopportare, rimanere ancorato ad un legame non positivo, in cui ci sono incomprensioni, poco rispetto, ansie, gelosie esagerate, rabbia, e chi più ne ha più ne metta? Perché, inoltre, non scegliere di cambiare nel momento in cui ci si rende conto di soffrire delle medesime dinamiche in altri tipi di legame (fidanzamento, amicizia, ecc)?

La viscerale necessità di vivere un legame, non importa quale, non importa come

Quando veniamo al mondo siamo dotati di un temperamento e di un’anima che sente, percepisce, tende all’esterno.

Siamo adattabili, siamo poveri di conoscenze e pronti ad apprendere tramite l’intuizione e l’imitazione. Così piccoli, eppure già incredibilmente capaci ed improntati alla crescita, al potenziamento. Però… siamo estremamente fragili, indifesi, dipendenti.

Per garantirci la sopravvivenza utilizziamo il pianto. Comunichiamo attraverso di esso i tanti bisogni che da soli non siamo ancora in grado di soddisfare. 
Tutti i neonati tendono verso l’innata necessità di identificare quella persona, potente e assoluta, che possa occuparsi di loro e farli stare bene: l’individuo più prossimo e responsivo sarà quello con il quale si instaurerà il cosiddetto legame di attaccamento, rapporto al tempo stesso biologico ed emotivo.

Il caregiver è uno specchio

È il bambino a ricercare il rapporto ed è la mamma (o il caregiver) a rispondere, con più o meno sensibilità e tempestività; sulla base della configurazione di queste due ultime caratteristiche, il rapporto tra mamma e bambino potrà delinearsi come sicuro oppure insicuro.

Per quanto già molto sveglio e potenzialmente capace, il neonato è sconosciuto a se stesso, non ha idea di che cosa sia il mondo e di cosa potersi aspettare da esso, men che meno dalla propria mamma (caregiver).

Con il passare del tempo e con il progressivo accumularsi delle esperienze di vita, il neonato si forma degli schemi (delle idee) in merito a chi è egli stesso, chi sono gli altri, com’è il mondo.


Per il bambino, la mamma è quello specchio prezioso che, attraverso le proprie parole e i propri comportamenti, gli riflette continuamente l’immagine di se stesso, di lei stessa e delle cose dell’ambiente e della vita in generale.

Da questo punto in poi, tutto ciò che il bambino crederà, esibirà, diventerà, ciò di cui avrà paura e ciò di cui sarà sicuro, la propria identità ed autostima, le modalità di interazione con gli altri, deriverà dagli esempi, dalle osservazioni, di ciò che ha vissuto in famiglia e di come è stato trattato a propria volta dalle figure significative.

Il bambino riceve, tra tutta questa importante eredità psicosociale, un modello di relazione: questo accade perché certamente il piccolo osserva le dinamiche famigliari attorno a sé, ma soprattutto perché mamma e papà si relazionano con lui in un determinato modo. Infatti, crescendo, il bambino diventerà sempre più capace di contribuire (in maniera collaborativa o meno) ai rapporti interpersonali.

Ma su una cosa non c’è alcun dubbio: essendo nato e cresciuto vivendo quelle specifiche atmosfere relazionali, essendo stato abituato a porsi in un certo modo e ad aspettarsi determinati trattamenti da parte delle altre persone, avrà basato la propria sicurezza proprio su quelle modalità stesse.

Non importa che esse possano (se valutate in maniera obiettiva ed educativa/psicologica) risultare insane, distruttive, deleterie per lui: rappresenteranno i margini entro ai quali sarà cresciuto e paradossalmente saranno la sua sicurezza, in quanto unica strada e percorso da egli conosciuto. Nonostante il prezzo da pagare possa essere alto, non potrà porsi diversamente se non così, non potrà reagire agli altri se non in quella determinata maniera, non potrà che ricercare quel tipo di legame anche fuori dalla propria casa.

Un esempio concreto: l’eredità del caregiver

Poniamo che Marco, un bambino di fantasia inventato nel qui ed ora, sia nato in una famiglia palesemente invalidante: limitante,
 scoraggiante,
 tendenzialmente impaziente ed aggressiva.

Il legame con la madre non sarà sicuramente idilliaco, ma Marco avrà per forza trovato il modo per portarlo avanti e garantirsi la vicinanza della figura di riferimento più importante.

Potrebbe essere un bambino introverso, debole, insicuro, accondiscendente, o viceversa uno di quei classici bambini tiranni, perennemente agitati ed insoddisfatti.
“Scegliamo”, per il nostro esempio, il Marco debole, ansioso, complessivamente insicuro.

Non sarà difficile intuire che Marco, durante il percorso scolastico, amicale ed amoroso, e con l’entrata nel mondo del lavoro, potrebbe diventare un adulto ancora più remissivo, con un’autostima davvero carente, che soffre di ansia, dorme poco, oppure ha disturbi psicosomatici e attacchi di panico più o meno frequenti.

Non sarà così complicato potersi immaginare che Marco, a 35 anni, possa vivere una storia d’amore con molti alti e bassi, discussioni, gelosie, potrebbe essere invischiato in una relazione con una donna intransigente, aggressiva, che, in poche parole, “lo fa soffrire”.

Non dovremmo dimenticare che Marco, nel frattempo, potrebbe mantenere un legame con i genitori, anche se sporadico. Li potrebbe sentire, a volte si potrebbero perfino vedere, più che altro forse litigherebbero e le emozioni sarebbero sempre molto accese o, viceversa, potrebbero essere ancora soffocate da Marco, come nell’infanzia.

Tuttora Marco, come individuo, potrebbe non sentirsi complessivamente sicuro di sé, rispettato, un individuo definito e realizzato. Marco potrebbe essere spesso in ansia, potrebbe non avere un’autostima, ritenere che tutto ciò che riceve non sia per reale merito ma per “fortuna” o per una serie di coincidenze capitate al momento giusto, si potrebbe fare trattare male dalla propria compagna o comunque potrebbe essere sempre lui quello che si adegua, sopporta, non prende l’iniziativa… non si fa valere.

Il rapporto con la sua fidanzata potrebbe forse ricordare una modalità molto simile a quello vissuto nell’infanzia?
 E perché allora Marco non cambia, non rompe questi legami tossici e disfunzionali?


Perché è tutto ciò che ha. 
È la sua base, ciò che ha conosciuto e a cui (anche se non senza compromessi ed estrema sofferenza) ha dovuto adattarsi per sopravvivere. 
Se si liberasse di colpo di queste relazioni, di queste persone, si sentirebbe perso, annientato, non definito.

Perché, oltre a rappresentare la base dalla quale ha potuto poi crescere e sopravvivere, è anche vero che non conosce altre modalità.
 Marco ha pagato a caro prezzo (in termini di autostima, gestione emotiva, equilibrio psicologico, benessere relazionale, salute corporea…) la sopravvivenza, ma ha pur sempre avuto, anche se disfunzionale, un modello al quale aggrapparsi dopo essere venuto al mondo.

Perché non cerca di cambiare egli stesso, anche senza chiudere questi rapporti?

Perché, a meno che una persona non abbia un’estrema consapevolezza, una grande forza, e non abbia magari affrontato un percorso psicologico, non riesce ad identificare la fonte delle proprie sofferenze socio-emotive. Oppure, non sa nemmeno come iniziare ad agire per liberarsene. Non sa cosa gli è mancato e cosa gli manca ancora. Non sa cosa mette in atto in termini relazionali e soprattutto a causa di chi, da quando, da quanto tempo, come mai…

Quando uno stato di malessere va avanti da una vita e non è circoscrivibile ad un unico disturbo conseguente ad un problema definito, quando sono il carattere stesso e la personalità a presentarsi come difficoltose, il lavoro psicologico può essere particolarmente impegnativo e dispendioso.

Lavorare su se stessi richiede tante energie. Non è semplice aprirsi, parlare, emozionarsi, ricordare, ragionare in maniera introspettiva, anche seppur sempre insieme ad un professionista.

Prima di cercare di modificare le dinamiche di funzionamento attuali (sia in termini cognitivi che emozionali) e agire sul presente, è utile tentare di fare pace con il bambino che si è stati. A tal proposito, lo psicologo può aiutare il paziente a: rievocare episodi e ricordi dell’infanzia, parlare di che cosa faceva da piccolo e di come si sentiva in determinate circostanze, pensare a come erano mamma e papà e a come i nonni si erano comportati da genitori nei loro riguardi, tirare fuori emozioni che ancora oggi può ricordare.

Incontrare, da adulti, il bambino che si è stati, permette di rassicurarlo come tanti anni prima certamente non si sarebbe riusciti a fare da soli. Attraverso l’accoglienza del proprio bambino ferito, la rassicurazione, la risoluzione delle emozioni che erano state bloccate nell’infanzia e la comprensione dell’origine degli errori genitoriali, l’individuo è sicuramente ad un buon punto del proprio lavoro terapeutico. Fare la pace con il proprio passato, quindi attuare un consapevole perdono verso le proprie figure di riferimento, è un buon biglietto da visita per riuscire ad individuare i meccanismi disfunzionali che ci si porta dietro da una vita. Correggerli o quantomeno smussarli un pochino è il passo successivo decisivo.

Autore: Dott.ssa Federica Cevolani, psicologa clinica
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Un commento su “L’eredità emotiva del Caregiver”

  1. Quanta verità purtroppo… Un articolo che ha riassunto gli ultimi tre anni con la mia terapeuta (grande!) e non è ancora finita!!

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