Mental imagery, una preziosa risorsa per l’Atleta

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Parliamo di psicologia dello Sport con la dottoressa Veronica Rossi, psicologa e mental coach. Vediamo come aumentare la performance sportiva con una preziosa risorsa, la mental imagery.

La Motor Imagery viene definita da Kossslyn, Ganis e Thompson come “un’esperienza quasi-sensoriale e quasi-percettiva che avviene in assenza di condizione stimolo esterno”. Questa è la definizione più recente e sintetica che inquadra il concetto di Motor Imagery o allenamento ideomotorio.

Un altro autore, Richardson sottolinea come, attraverso la propria capacità immaginativa, l’individuo possa “vivere” esperienze a livello sensoriale e percettivo simili a quelle conseguenti alla presenza di particolari stimoli esterni. Per “esperienze sensoriali e percettive” s’intende anche variazioni degli indici fisiologici e variazioni degli stati emozionali.

A cosa serve la Mental imagery?

Gli impieghi della Mental Imagery sono trasversali, è possibile ottenere buoni esiti in fase di riabilitazione di soggetti colpiti da malattie come ictus, morbo di Parkinson, nei casi di dolore cronico e nella sindrome dell’arto fantasma.

Ma non è finita qui, il maggior utilizzo dell’allenamento ideomotorio, avviene in ambito sportivo, in particolar modo, ai fini di un miglioramento della performance. Ed è proprio il binomio sport e Mental Imagery che verrà approfondito nell’articolo.

La mental imagery nello sport

Molto probabilmente ti starai ponendo la seguente domanda: com’è possibile che la sola attività immaginativa possa portare vantaggi alla prestazione? Bene, la risposta è molto semplice. Il solo pensare o immaginare un atto motorio complesso, attiva nel cervello le stesse connessioni ed aree che si attiverebbero se il movimento fosse realmente effettuato.

In questo modo si rinforzano gli schemi motori mentali di quella data azione motoria. Tutto questo è stato confermato grazie agli studi effettuati con le nuove tecniche di neuroimaging o emg (elettromiografia).

Le esperienze riportate dagli atleti, forniscono ulteriore supporto a questa tesi. Essi sottolineano l’elemento della vividezza, intesa come la capacità dell’atleta di «provare», durante la visualizzazione dell’esecuzione di un gesto tecnico relativo alla sua disciplina sportiva, le medesime sensazioni (visive, uditive, cinestesiche, ecc.) che avverte durante l’effettiva esecuzione motoria del medesimo gesto (Fegatelli, 2011).

Andiamo ora a vedere nel dettaglio, come questa tecnica si rivela molto efficace per gli sportivi.

Consente di poter prevedere ipotetici accadimenti

Prima di una competizione o una gara, l’atleta potrebbe anticipare diversi scenari e immaginarsi eventuali risposte o modalità di azione per quella determinata eventualità. Così facendo, se si dovesse verificare realmente, l’atleta si ritroverà pronto ad agire in quanto, è come se quella situazione l’avesse già vissuta.

Affinare la tecnica

La ripetizione mentale dell’atto motorio equivale ad un ripasso e ad un allenamento reale, il che comporta una maggior efficacia nella realizzazione del gesto tecnico. Il vantaggio è che l’atleta può “allenarsi” pochi istanti prima della gara, anche semplicemente restando seduto.

Concentrarsi e rilassarsi

La Mental Imagery aiuta l’atleta nella concentrazione sul compito e distogliendo l’attenzione dagli stimoli ansiogeni ne permette il rilassamento.

Il ruolo dei neuroni specchio

Si deve a Giacomo Rizzolatti, neuroscienziato italiano, la scoperta di quelli che sono i neuroni alla base della Mental Imagery, ma sopratutto quei neuroni che permettono la vita.

Essi, hanno infatti permesso l’evoluzione umana in quanto sono responsabili di tutti gli apprendimenti che si acquisiscono fin dalla nascita, come l’empatia, il linguaggio il movimento, la comprensione degli stati emotivi altrui eccetera.

La loro funzione nello sport è fondamentale, è proprio solo grazie a loro che è possibile far propria la pratica di un determinato sport.

Come funzionano i neuroni specchio?

Per una descrizione sintetica ma puntuale, si può dire si attivino per imitazione. Se per esempio si osserva Federer giocare a tennis, nel nostro cervello si attiveranno quei neuroni deputati per quei particolari movimenti. Un po’ come se al posto di Federer ci fossimo noi stessi in campo.

In questo caso si parla di meccanismo esterno, ovvero, l’input di attivazione neuronale, arriva da fuori (visione del movimento altrui). Il meccanismo interno opera in maniera omologa, ma in questo caso abbiamo un input interiore (immaginazione) che si traduce in una precisa attivazione neuronale.

Se per esempio immagino me stesso/a giocare a tennis, si attiveranno le stesse aree cerebrali coinvolte nella visione del campione Federer durante una partita di tennis appunto.

L’uso della mental imagery nell’atleta infortunato

Dal momento che la mental imagery si rivela efficace nel processo riabilitativo e per gli sportivi nella performance, connettendo i due ambiti, è evidente come essa stessa può rivelarsi molto importante nella fase post infortunio, essendo questo evento molto comune nello sport e in molteplici casi può ostacolare l’allenamento motorio standard.

L’atleta infortunato può quindi trovare giovamento nel suo iter riabilitativo, attraverso la Mental imagery, grazie ad un’azione diretta al fine di:

  • Ridurre e gestire l’aspetto del dolore
  • Superare efficacemente le problematiche che potrebbero emergere durante la riabilitazione
  • Mantenere il più possibile inalterato il livello di prestazione ottenuto prima dell’evento lesivo.

Veronica Rossi, Psicologa e Mental Coach 
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BIBLIOGRAFIA:
Fegatelli, D.(2011). L’imagery nello sport. In F. Lucidi (ed.), Sportivamente, pp. 427-470. led Edizioni: Milano.
Kosslyn, S. M., Ganis, G., & Thompson, W.L. (2001). Neural foundations of imagery. Nature Review: Neuroscience, 2, 635-42.
Richardson, A.(1969). Mental Imagery. Routledge & Kegan Paul PLC

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