Modalità controllante: quando l’unico cammino è l’imposizione

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Controllo quindi esisto. Preparare, pianificare e valutare sono diventati per molti aspetti il motivo conduttore dell’esistenza di oggi. Ognuno tende ad incarnare molti ruoli nell’arco della stessa giornata e spesso è difficile riuscire a mantenere costante un alto livello di soddisfazione del proprio operato.

Ancora più difficile è riuscire nel proprio intento se vengono posti modelli ideali e standard di qualità molto alti. Il non concedersi la possibilità di non arrivare o di cedere ad un compito prefisso può lasciare un forte senso di insoddisfazione e un senso di pericolo imminente che talvolta tende a trasformarsi in ansia.

Per non trovarsi in balia dell’errore o dell’imprevisto, i campanelli di allarme si attivano con molta più facilità ed i personali sistemi di controllo divengono progressivamente più funzionali e sensibili. Tutto questo produce una ricerca del senso di autoefficacia sempre maggiore alimentando il bisogno che tutto intorno obbedisca necessariamente ad aspettative personali che non lasciano spazio ad improvvisazioni o a cambiamenti improvvisi.

La rigidità di vedute e di interventi influenzano progressivamente tutti gli aspetti di vita personale ed anche il contesto con il quale il soggetto interagisce, lentamente inizia a soffrire di questa modalità controllante e, per certi versi, anche giudicante.

Essendo molto esigente verso se stesso, lentamente il soggetto tenderà a giudicare gli altri ogni qualvolta le aspettative saranno disattese.

Non solo quindi la persona rischia di allontanarsi da se stessa in quanto la dimensione del piacere viene sacrificata in nome del controllo, della funzionalità e dell’ordine ma anche gli altri cercheranno di svincolarsi in qualche modo da una situazione così pressante allontanandosi da quest’ultima sempre di più.

La modalità controllante per massimizzare

Governare i ritmi propri, dei colleghi, dei figli, ecc. è una modalità esistenziale illusoria ed inautentica che costringe con il tempo a pretendere di negare anche le proprie emozioni, soprattutto se ritenute scomode, nascondendo quegli stati d’animo non funzionali al raggiungimento degli obiettivi prefissi.

psicoterapeuta

L’irrigidimento sul dove controllare prolifica in un terreno dove la paura del lasciarsi andare fa da padrona. Il timore che l’espressione delle proprie emozioni ed il cedere in maniera autentica coincidano con la frantumazione dell’immagine di sé così faticosamente costruita, è così forte che non è ammessa nessuna incertezza a riguardo.

Il falso sé promette l’autenticità del successo e la garanzia della realizzazione personale. Peccato che falsità e piacere difficilmente riescono ad andare a braccetto e a lungo andare questa frustrazione diventa intollerabile.

Come sempre accade, là dove il dovere comanda il senso di colpa esegue, andando a bussare alle porte di chi tenta di cedere alle lusinghe del lasciar andare. La flessibilità è come un alto tradimento alla costituzione imposta dall’ideale. Il modello prefissato è indiscutibile. Tutto deve incastrarsi all’interno delle sue forme organizzate. Se la realtà non si piega e non si adatta alle sue dimensioni, significa che sei TU l’incapace, inadatto a portare a termine il compito assegnato con successo.

Questo gioco perverso dove se tu sei te stesso fallisci la missione imposta dall’ideale del dover essere, può essere messa in crisi attraverso la sfida lanciata dalla creatività.

L’auto-imbarazzo per allentare il controllo e lasciare spazio al vero sé

L’”auto-imbarazzo” come pratica meditativa può essere utile per sperimentarsi in situazioni in cui ponendosi in condizioni improponibili agli occhi di se stessi può aiutare a rendere più morbide quelle strutture caratteriali irrigidite dalle tante, troppe aspettative illusorie verso se stessi.

Alcuni spunti interessanti:

1. Sperimentarsi nell’assunzione di posture che divergono molto da quelle abituali, opposte a quelle che ostentano sicurezza, padronanza della situazione e che lasciano dentro il senso del “non è accettabile”.

2. Provare a camminare in modalità diverse da quelle abituali, provando a scrollarsi di dosso il giudizio di quello sguardo severo interiorizzato che rimprovera e mortifica.

3. In gruppo, sperimentare il senso di inadeguatezza assumendo tutte quelle modalità espressive che riteniamo vergognose, come imbrattarsi con il colore dipingendo con le mani sulle tela, utilizzare il grido come canale comunicativo, muoversi in maniera goffa incrociando lo sguardo dell’altro.

Il lavoro di riflessione successivo su tutto ciò che emerge mediante la scrittura di sé ed il confronto verbale con gli altri membri del gruppo, aiuta a percepirsi in una prospettiva diversa da quella abituale, consentendo la possibilità di provare a vivere la quotidianità con un minore grado di tensione e di autocritica.

A cura di Andrea Guerrini, psicologo e pedagogista
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