“Non ti sento, non ti parlo” quando qualcuno smette di parlare con te per ferirti

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Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi. Scrittrice e fondatore di Psicoadvisor


Prima o poi a tutti capita di incontrare quella persona che quando si indispone per qualcosa, offesa, non ci parla più. “Se lo fai non ti parlo più”. E magari  lo abbiamo fatto anche noi. Le ragioni per cui attuiamo questo trattamento possono essere diverse, ma quello di cui non ci rendiamo conto è che questo atteggiamento non lenisce i problemi, anzi, li rafforza.

Il trattamento del silenzio comunica: tu non esisti

Nelle interazioni umane è impossibile non comunicare. “Perché non mi hai chiamato per dirmi che facevi tardi?” “Dove ho sbagliato?” “Perché mi hai mentito?” Di domande se ne possono fare tante. E’ giusto discutere, confrontarsi, chiarire il proprio pensiero per trovare un punto di incontro…Il problema sorge quando in risposta ciò che otteniamo è “silenzio assoluto”. Cosa avviene quando il silenzio è l’unico messaggio che ci arriva dalle persone a noi più care?

L’uso del silenzio ostinato, nelle interazioni interpersonali, può innescare uno stato di pesante incertezza emotiva, come se ci arrivasse il messaggio “tu non esisti“. Diceva Elias Canetti ” Ci sono alcuni che nel silenzio raggiungono la loro massima cattiveria“. In effetti, un silenzio determinato e severo, a volte, può risultare più umiliante e devastante rispetto un giudizio verbalizzato. Chi subisce il trattamento del silenzio si ritrova a camminare in punta di piedi, spaventato, con l’ansia di pronunciare le parole sbagliate, con la paura e la confusione di non capire cosa sta succedendo.

Nelle relazioni sentimentali e familiari c’è chi usa il silenzio come punizione, per manipolare o addirittura svilire l’altro… In questi casi il silenzio diviene una vera e propria arma. C’è chi, dopo un diverbio o uno screzio, o anche senza causa apparente, riesce a “tenere il muso” e alla classica domanda che viene fatta: “Cosa c’è che non va?” si ottiene una risposta fredda e disarmante, “Niente!”. E poi, ancora silenzio. Per quanto banale possa sembrare il fatto di “tenere il muso”, in realtà stare in una relazione affettiva con una persona che usa sistematicamente il silenzio può rivelarsi un’esperienza molto pesante.

La mancanza di dialogo può impedirci di comprendere per che cosa veniamo effettivamente “puniti” (e cioè dove abbiamo sbagliato, se pure abbiamo sbagliato) e comunque ci nega la possibilità di spiegare le nostre ragioni, di difenderci dalle accuse, di rimediare in qualche modo al danno. Il silenzio infatti interrompe il ponte tra noi e l’altro e ci consegna a una condanna senza motivazione e senza appello, togliendoci l’unico appiglio possibile: il contatto.

La storia di Laura

Per comprenderne la risonanza di questo fenomeno, mi servirò di esempi pratici. Ecco il racconto di Laura. “Ricordo che quando avevo uno screzio con Luca, (il mio partner), si comportava come si io non fossi lì, come se fossi diventata invisibile, un fantasma; non mi parlava, ne mi degnava di uno sguardo. Questo era il suo modo di reagire ai disaccordi, il trattamento del silenzio era la mia punizione ma io non capivo neanche per cosa. Diciamo che per molto tempo, nella mia vita, ho cercato di comprendere Luca”

“Si sedeva sul divano con la sua faccia di marmo, sembrava imperturbabile, come se non provasse nulla. Io iniziavo a scusarmi anche se non sapevo di cosa! Iniziai a soffrire d’ansia e attacchi di panico. Solo dopo aver fatto un percorso psicoterapeutico ho capito che il trattamento del silenzio scattava quando io non l’assecondavo in tutto, quando io smettevo, almeno per un attimo, di essere ciò che voleva lui e provavo a essere ciò che ero realmente.”

“Avevo sprecato 10 anni della mia vita a elemosinare amore e attenzioni. Nell’attesa che qualcuno mi dicesse “brava, hai fatto un buon lavoro”, nell’attesa che qualcuno riconoscesse il mio valore, nell’attesa che Luca cambiasse, che io cambiassi…. Nell’attesa di… “

L’uso del silenzio nasconde tante verità

Certo, tutti abbiamo il diritto di non rispondere a una domanda ma non nell’ambito di una relazione, di un’amicizia o di semplice frequentazione, quando la richiesta rappresenta qualcosa di importante. E non si parla di gente con problemi di memoria che dimentica la tua domanda ma gente che sceglie di non rispondere, ne con le parole, ne con i fatti. E non per un periodo definito: non ti risponde e basta.

Perché alcune persone reagiscono ai conflitti con il silenzio?

In primo luogo, è bene non confondere il silenzio che nasce dalla volontà di non discutere: si è compreso che il conflitto ha raggiunto una fase di stallo e non si vuole aggiungere benzina sul fuoco. In questo caso il silenzio non viene utilizzato come arma per punire o castigare l’altro. La persona che invece ricorre al silenzio come punizione di solito lo fa perché non ha altre risorse psicologiche per affrontare la situazione.

Viene messo in atto, perlopiù, da chi ha un comportamento manipolatorio o da chi è immaturo emotivamente. Non accade solo nelle relazioni amorose: può essere il comportamento ricorrente di un genitore, di una sorella o un fratello, ma anche di un amico.

Qualunque sia la ragione, l’uso del silenzio ha come fine quello di piegare l’altro, è una sorta di punizione attraverso la quale si incolpa l’altra persona e si mette la responsabilità della relazione nelle sue mani. È come dire “non dirò nient’altro, vedi tu cosa vuoi fare, la responsabilità ultima è la tua”. Cosa significa? Che non si è interessati a risolvere il conflitto attraverso il dialogo, ma si vuole semplicemente che l’altra persona accetti il ​​proprio punto di vista.

L’atteggiamento manipolatore e aggressivo attraverso il silenzio

“Ogni parola ha conseguenze. Ogni silenzio anche”. (Jan Paul Sarte). Utilizzare il silenzio come punizione è un atteggiamento infantile che non risolve nulla, perché anche se prevede un gratificazione egoistica per chi lo applica, lascia un sapore amaro in bocca a chi lo subisce, lasciando anche dei segni nel rapporto.

Non c’è dubbio che il silenzio può avere più significati, ma usarlo come punizione comporta un atteggiamento passivo-aggressivo. Cioè, smettere di parlare ad una persona è un’aggressione velata. Infatti, in alcuni casi questo tipo di silenzio può lasciare cicatrici più profonde dell’aggressione verbale diretta, perché il silenzio è un vuoto suscettibile di qualsiasi tipo d’interpretazione.

Come si sente la persona che soffre la strategia del “silenzio”?

L’uso del silenzio come punizione  è uno dei fattori che portano alla separazione, non solo perché queste persone si sentono meno soddisfatte del rapporto, ma anche perché percepiscono il loro partner come emotivamente più distante. Infatti, uno dei problemi è che chi subisce il silenzio si sente sempre più frustrato per la mancanza di una risposta e del coinvolgimento dell’altro, così il rapporto diventerà sempre più teso e ci saranno più conflitti.

Gli usi positivi del silenzio

A volte è meglio tacere, come ad esempio:

  • Quando siamo troppo arrabbiati e ci rendiamo conto che potremmo dire cose di cui ci pentiremmo più tardi.
  • Quando il nostro interlocutore è troppo esaltato e la discussione sta degenerando.
  • Quando il silenzio viene utilizzato come una pausa nella discussione perché l’altro rifletta sulle sue parole.

Come reagire al silenzio

Chi mette in atto il trattamento del silenzio si nutre degli stati d’animo negativi che mostra la vittima. Di conseguenza, è meglio evitare di cercare – inutilmente – il dialogo. La risposta ideale è mettere da parte tutta la sofferenza e i sentimenti di sconforto naturalmente scaturiti e prendere atto che si ha di fronte una persona che ha fatto ricorso a un abuso emotivo perché non è in grado di fare altro.

Per rompere il meccanismo, bisogna distaccarsi e non fomentarlo. A lungo andare, il passivo aggressivo cederà perché capirà di non ottenere il risultato sperato. Questa, certamente, è la risposta più saggia quando il silenzio è punitivo, manipolatorio e vuole controllare.

Un altro modo di reagire è attraverso il distacco e il dialogo semplice: un messaggio unidirezionale che avrà effetti differenti in base al soggetto che lo riceve. Bisogna chiarire che si è stati vittime di un atteggiamento immaturo e che non sortirà alcun effetto.

Ricorda sempre…chi ti ignora volutamente vuole ferirti

La storia di Laura non è insolita. Quando si normalizza un comportamento abusivo è facile passare da una relazione d’abuso a un’altra. Vivere di attese non serve a nulla: bisogna vivere di azioni, di intenti e con la volontà di migliorare sempre le proprie condizioni di vita.

Prendi la decisione di non continuare a subire il mutismo, non perdere tempo a cercare di capire come fare con lui/lei. Nessuno merita di sentirsi indegno di attenzione: corri a vivere la tua meravigliosa esistenza LONTANO DAL SILENZIO!

La vita è una scelta e la scelta non si riferisce a sentire dolore oppure no. Riguarda se vivere o non vivere una vita significativa e di valore. Riguarda il recuperare l’integrità, il sentirci degni, il bisogno di riappropriarci delle parti di noi che sono rimaste sotto le macerie di giudizi, confronti, svilimenti, negazioni, imposizioni. E quindi, cosa hai da perdere? Non sarebbe stupendo se potessi uscire dalla aspettative altrui ed entrare nella tua vita? E io miei cari lettori ve lo auguro di cuore.

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A cura di Ana Maria Sepe, psicologo e fondatrice della rivista Psicoasvisor
Autore del libro Bestseller “Riscrivi le pagine della tua vita” Edito Rizzoli
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