Numerosi studi evidenziano una tendenza sorprendente: quasi il 90% delle donne e un terzo degli uomini finiscono per conservare, nel proprio armadio, capi di abbigliamento e accessori che non hanno mai varcato la soglia dell’indosso. Ma cosa si cela dietro questa abitudine, che va ben oltre una semplice passione per la moda?
L’Acquisto Impulsivo e il Rimorso Post-Acquisto
Spesso, l’iniziale entusiasmo al momento dell’acquisto si trasforma ben presto in rimpianto. Molti di noi si lasciano coinvolgere da promozioni irresistibili o dal fascino di articoli particolarmente attraenti, senza riflettere a sufficienza sulla reale utilità del prodotto. Il risultato è un guardaroba costellato di capi mai utilizzati: vestiti dalla taglia sbagliata, modelli troppo fantasiosi o accessori che, pur brillando sugli scaffali, non trovano spazio nella vita quotidiana. Questi acquisti impulsivi, guidati da una speranza di trasformazione personale, possono lasciarci con un senso di insoddisfazione e un accumulo che sfocia in un vero e proprio “ammassamento”.
Dal Collezionismo al “Hoarding”: Una Sindrome da Molteplici Facce
Quando l’atto dello shopping diventa un rituale ripetuto, si può innescare una dinamica psicologica complessa nota anche come “hoarding” – l’accumulo compulsivo. Questo fenomeno, che va ben oltre il semplice collezionismo, può essere interpretato come una risposta a insicurezze profonde o a carenze emotive. Conservare capi e accessori che non verranno mai utilizzati diventa, in tal modo, un tentativo di colmare un vuoto interiore: ogni oggetto si trasforma in un simbolo di protezione e di continuità, un modo per rassicurarsi contro la paura della perdita o del cambiamento.
Il Legame Emotivo: Oggetti che Raccontano Storie
Gli abiti e gli accessori non sono meri oggetti funzionali: spesso assumono un significato simbolico e personale. Un vestito colorato, intatto nel tempo, può richiamare alla mente ricordi di momenti felici o di una fase della vita ormai trascorsa. Allo stesso modo, un paio di jeans appartenuti alla giovinezza può rappresentare un legame indissolubile con un passato ricco di emozioni. Liberarsi di questi oggetti, per quanto logico possa sembrare, equivale a chiudere un capitolo della propria storia, rendendo il distacco un processo doloroso e complesso.
L’Illusione di un Futuro Migliore
Un ulteriore aspetto riguarda la funzione compensatoria dello shopping. Spesso, acquistare un capo nuovo non è semplicemente un atto di consumo, ma un tentativo di proiettarsi verso una versione ideale di sé stessi. Che si tratti della speranza di trasformare il proprio corpo o di rinnovare la propria immagine, questi acquisti diventano simboli tangibili di un cambiamento desiderato. Tuttavia, l’oggetto in sé perde rapidamente il suo potere trasformativo, relegandosi a testimone silenzioso di una fantasia che non si realizza nella quotidianità.
Il Difficile Addio: Liberarsi dai Ricordi Materiali
La sfida più ardua resta quella di separarsi dagli oggetti accumulati. Anche se a livello razionale siamo consapevoli che certi abiti non verranno mai indossati, il legame emotivo che li unisce alla nostra identità rende il gesto di buttarli via paragonabile a un vero e proprio addio. Ogni capo diventa un microcosmo di memorie e sentimenti, e lasciarli andare può far emergere paure profonde: quella di perdere una parte di sé o di rinunciare a un passato che, per quanto doloroso, ha contribuito a formare il proprio essere.
In definitiva, l’accumulo di abiti e accessori non è solo una questione di moda o di gusto personale, ma il riflesso di dinamiche psicologiche ed emotive molto articolate. Dall’impulso dell’acquisto alla difficoltà di lasciar andare il passato, ogni oggetto custodito nel guardaroba racconta una storia: la nostra storia. Comprendere questi meccanismi può rappresentare il primo passo per ritrovare un equilibrio, che permetta non solo di valorizzare lo spazio fisico, ma anche di fare pace con le emozioni che ogni capo evoca.
A cura di Ana Maria Sepe, psicologo e fondatrice della rivista Psicoasvisor
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