
A prima vista sembra una contraddizione. Se davvero siamo stati amati, ascoltati, protetti e riconosciuti durante l’infanzia, perché da adulti dovremmo accontentarci di relazioni che ci fanno dubitare di noi, che ci costringono a inseguire, a giustificare continuamente l’altro o a vivere nell’attesa di una conferma?
La risposta non è semplice, perché spesso il punto non è soltanto che una persona non sia stata amata come meritava. Il punto è che potrebbe non esserne affatto consapevole.
Molti adulti non ricordano la propria infanzia come dolorosa.
Anzi, possono descriverla come serena, normale, perfino felice. Dicono di non aver mai subito violenze, di non aver avuto problemi economici, di essere stati seguiti, vestiti, accompagnati a scuola, iscritti a sport e attività. Ricordano compleanni, vacanze, pranzi di famiglia e fotografie sorridenti. Tutto questo può essere vero, ma non basta necessariamente a dire che un bambino si sia sentito emotivamente amato.
Si può ricevere molto e non sentirsi davvero raggiunti
Si può avere un genitore presente sul piano pratico, ma assente quando c’è da comprendere una paura, contenere una rabbia, accogliere una tristezza o restare accanto a un bambino senza giudicarlo. Si può essere cresciuti con qualcuno che ha fatto enormi sacrifici, ma che non ha mai saputo dire: “Quello che provi ha senso, puoi restare dentro questa emozione, io sono qui con te”.
È proprio qui che nasce una delle mancanze più difficili da riconoscere, perché non riguarda necessariamente ciò che è accaduto, ma ciò che non è mai potuto accadere.
A volte non c’è stato un episodio preciso da ricordare
Non c’è stata una scena evidentemente traumatica da indicare. C’è stata piuttosto una lunga esperienza di solitudine emotiva, spesso così silenziosa da non essere percepita nemmeno da chi l’ha vissuta.
Il bambino non pensa: “Mia madre non sa contenere le mie emozioni” oppure “mio padre non possiede gli strumenti per aiutarmi a comprendere ciò che provo”. Non ha ancora questa capacità di lettura. Il bambino dipende dall’adulto e ha bisogno di percepirlo come sufficientemente buono, affidabile e protettivo.
Se il genitore si irrita quando lui piange, il bambino non conclude che l’adulto non tollera la tristezza. Può pensare di piangere troppo. Se prova paura e viene deriso, non pensa che il genitore non sappia rassicurarlo. Può convincersi di essere fragile o ridicolo.
Se si arrabbia e viene accusato di essere cattivo, ingrato o difficile, non impara che la rabbia può segnalare un limite oltrepassato. Impara che la rabbia mette a rischio l’amore. Se racconta di essere stato ferito e si sente rispondere “sei troppo sensibile”, non conclude che l’adulto stia minimizzando il suo dolore. Comincia a dubitare della propria percezione. È così che un bambino può continuare ad amare e proteggere il genitore, ma perdere gradualmente fiducia in sé stesso.
Per proteggere il legame, il bambino può smettere di credere a ciò che sente
Dire “ho avuto un’infanzia felicissima” non significa necessariamente mentire. Molto spesso la persona crede davvero a ciò che sta dicendo, perché quella narrazione si è formata molto presto ed è diventata indispensabile per mantenere un senso di continuità e sicurezza.
Un bambino non può facilmente ammettere che le persone da cui dipende non riescono a vederlo, comprenderlo o proteggerlo sul piano emotivo. Sarebbe una consapevolezza troppo destabilizzante.
Non può cambiare famiglia. Non può andarsene. Non può procurarsi da solo l’ambiente di cui avrebbe bisogno. Deve quindi trovare un modo per restare legato a quelle persone e, spesso, lo fa modificando la percezione di ciò che accade. Quindi, il genitore rimane buono. Il problema diventa il bambino. Per esempio…
- “Mamma è stanca, sono io che chiedo troppo.”
- “Papà scherza, sono io che non so stare allo scherzo.”
- “Non mi ascoltano perché i miei problemi non sono davvero importanti.”
- “Mi rimproverano perché vogliono il mio bene.”
Queste spiegazioni proteggono il legame, ma creano una frattura profonda nel rapporto con il proprio mondo interno. Il bambino sente dolore, però impara a chiamarlo esagerazione. Sente paura, ma la interpreta come incapacità. Sente rabbia, ma la trasforma in colpa. Si sente solo, ma si convince di essere fortunato e di non avere diritto a lamentarsi.
Da adulto può continuare a fare esattamente la stessa cosa nelle relazioni sentimentali.
- Il partner lo ignora, ma lui pensa che sia molto impegnato.
- Lo svaluta, ma si dice che forse ha frainteso.
- Non rispetta i suoi confini, ma teme di essere troppo rigido.
- Scompare e ritorna quando vuole, ma lui continua a cercare una spiegazione che renda quel comportamento accettabile.
Il problema non è che la persona non percepisca la sofferenza. Spesso la percepisce molto chiaramente. Non sa, però, utilizzare quel dolore come un’informazione sulla qualità della relazione, perché ha imparato a dubitare di sé prima ancora di mettere in discussione l’altro.
Un bambino ha bisogno di qualcuno che gli insegni a stare nel proprio sentire
La capacità di riconoscere, nominare e regolare le emozioni non si sviluppa semplicemente con l’età. Nasce all’interno della relazione. All’inizio della vita, il bambino non sa ancora cosa sta provando. Sente tensione, agitazione, paura, rabbia, fame, frustrazione, ma ha bisogno che qualcuno dia un significato a questi stati e gli mostri che possono essere attraversati.
Quando un adulto riesce a restare presente, senza fuggire, irritarsi o svalutare, il bambino impara gradualmente che ciò che sente non è pericoloso. e quindi impara che:
- la tristezza può essere tollerata
- la rabbia non distrugge il legame
- la paura può diminuire
- il bisogno può essere espresso
- essere vulnerabili non significa perdere valore.
Questa esperienza ripetuta diventa la base della futura autoregolazione. In altre parole, prima di imparare a calmarsi da solo, il bambino ha bisogno di essere calmato dentro una relazione.
Se questo passaggio manca, la persona può crescere senza una vera dimestichezza con il proprio sentire
Potrà essere molto intelligente, capace di analizzare ogni situazione, dare consigli agli altri e comprendere razionalmente ciò che accade, ma non riuscire a capire che cosa prova davvero. Quindi potre:
- dire “non lo so” quando le viene chiesto come sta
- accorgersi di essere arrabbiata solo quando è già esplosa
- percepire il disagio attraverso insonnia, tensioni corporee, stanchezza o sintomi fisici
- essere bravissima a occuparsi degli stati emotivi altrui e completamente disorientata davanti ai propri.
Anche una bella infanzia può contenere una grande solitudine
Uno degli ostacoli più forti alla comprensione del proprio passato è l’idea che un’infanzia debba essere stata terribile per lasciare conseguenze profonde. Non è sempre così.
Un’infanzia può essere stata piena di momenti felici e, nello stesso tempo, non aver fornito al bambino gli strumenti emotivi di cui aveva bisogno.
- Una madre può essere stata affettuosa, ma incapace di tollerare l’autonomia del figlio.
- Un padre può aver provveduto economicamente a tutto, ma non aver mai saputo ascoltare.
- Un genitore può essere stato presente, ma troppo fragile per accogliere il dolore del bambino.
- Può aver chiesto implicitamente al figlio di essere sempre sereno, maturo, riconoscente o facile da gestire.
Non è necessario cancellare i ricordi belli per riconoscere ciò che è mancato. Le due cose possono coesistere.
- Si può voler bene ai propri genitori e ammettere che non hanno saputo vedere alcune parti di noi.
- Si può essere grati per ciò che hanno fatto e riconoscere il costo di ciò che non hanno saputo offrire
- Si può riconoscere che non hanno saputo amarci, senza continuare a mettere in discussione noi stessi
- Si può avere avuto una famiglia considerata normale e aver trascorso l’infanzia sentendosi profondamente soli.
Questa possibilità, però, può generare un forte senso di colpa. Molte persone, quando cominciano a guardare il passato con maggiore attenzione, sentono immediatamente il bisogno di difendere i genitori.
- “Hanno fatto quello che potevano.”
- “Anche loro hanno sofferto.”
- “Erano altri tempi.”
- “Non mi hanno mai fatto mancare niente.”
Sono considerazioni spesso vere e importanti, ma possono diventare un modo per interrompere troppo presto l’ascolto di sé. Comprendere la storia del genitore non dovrebbe significare negare l’esperienza del bambino. Sappi che sapere perché un adulto non ha saputo amare in un certo modo non cancella gli effetti di quella mancanza.
La memoria racconta una storia, il corpo può raccontarne un’altra
Una persona può:
- non ricordare episodi particolarmente dolorosi e, tuttavia, vivere come se il pericolo fosse sempre vicino.
- descrivere un’infanzia felice, ma agitarsi profondamente quando qualcuno cambia tono di voce
- dire di essere stata amata e, nello stesso tempo, temere continuamente di essere abbandonata
- non ricordare grandi conflitti familiari, ma sentirsi responsabile di ogni emozione negativa degli altri
- raccontare di aver avuto genitori meravigliosi, ma non riuscire a porre un limite senza sentirsi cattiva.
Questo accade perché la memoria non conserva soltanto eventi e immagini. Conserva anche associazioni corporee, aspettative, sensazioni di sicurezza o minaccia e modalità automatiche di risposta.
La memoria esplicita può custodire le vacanze, i regali, le feste e le fotografie. La memoria implicita può aver registrato il silenzio che seguiva un errore, la tensione prima di parlare, la paura di deludere, la necessità di controllare l’umore del genitore o la sensazione di essere accolti soltanto quando si era bravi e compiacenti.
La persona, quindi, può ricordare di essere stata felice e continuare a vivere secondo gli adattamenti costruiti per sopravvivere a ciò che non poteva riconoscere.
Perché da adulti scegliamo proprio chi ci fa sentire di nuovo così
Quando una persona cresce imparando che l’amore è qualcosa da meritare, da rincorrere o da proteggere, rischia di sentirsi particolarmente attratta da chi ricrea quelle stesse condizioni. Non perché desideri soffrire, ma perché quel tipo di relazione le appare familiare.
Sa come comportarsi accanto a una persona distante. Sa aspettare. Sa interpretare i silenzi, ridurre i propri bisogni. Sa cercare di essere migliore. Sa colpevolizzarsi, sopportare l’incertezza. Non sa, invece, che cosa fare quando qualcuno è chiaro, stabile, presente e affettuoso senza condizioni.
- La sicurezza può sembrare piatta, mentre l’imprevedibilità può essere percepita come intensità.
- La distanza può accendere il desiderio.
- L’attesa può rendere l’altro più importante.
- Il ritorno dopo un allontanamento può produrre un sollievo così forte da essere confuso con l’amore.
Questa alternanza tra tensione e rassicurazione può diventare molto potente, soprattutto per chi ha conosciuto durante l’infanzia una vicinanza incostante.
Se l’affetto arrivava solo in alcuni momenti, dopo un successo, dopo essere stati bravi o quando il genitore era emotivamente disponibile, il bambino può aver imparato che l’amore non è una presenza stabile, ma qualcosa che appare e scompare. Da adulto può dunque sentirsi profondamente coinvolto proprio quando deve aspettare.
Il partner può diventare la persona da cui ottenere finalmente la riparazione
Nelle relazioni dolorose non cerchiamo sempre soltanto l’altro. A volte cerchiamo, attraverso l’altro, una risposta a una domanda molto più antica.
- “Sono abbastanza importante da essere scelto?”
- “Se mi impegno, riuscirò finalmente a farmi amare?”
- “Se questa persona così distante mi amerà, allora significherà che valgo davvero?”
Il partner indisponibile assume così un valore enorme, perché essere scelti da lui non rappresenterebbe soltanto l’inizio di una relazione. Sembrerebbe la prova definitiva di essere amabili. Per questo alcune persone non si chiedono più se stanno bene in quel rapporto. Si chiedono che cosa devono fare per essere amate.
- Non osservano se l’altro sia capace di reciprocità, ma quanto ancora possano adattarsi.
- Non valutano se il legame le rispetti, ma cercano la strategia giusta per non perderlo.
Più il partner è difficile da raggiungere, più la sua eventuale scelta sembra acquistare valore. L’amore offerto da una persona disponibile può sembrare ordinario, mentre quello ottenuto da una persona fredda o ambivalente appare come una conquista.
Riconoscere ciò che è mancato non significa condannare i genitori
Molte persone resistono a guardare la propria infanzia perché temono di dover trasformare i genitori in colpevoli ma non è questo lo scopo. Riconoscere di non essere stati amati come si meritava non significa affermare che i genitori non abbiano provato amore. Significa ammettere che l’amore provato non sempre coincide con l’amore che il bambino riesce a ricevere e utilizzare per crescere.
Un genitore può amare e non sapere ascoltare. Può amare e svalutare. Può amare e chiedere al figlio di occuparsi delle sue emozioni. Può amare e non tollerare la sua autonomia. Può amare e non riuscire a offrirgli sicurezza. Il punto non è stabilire quanto abbia amato, ma comprendere come quel bambino si sia sentito dentro la relazione.
- È stato libero di essere triste?
- Ha potuto dire di no?
- Ha avuto il diritto di essere arrabbiato?
- È stato ascoltato senza sentirsi un peso?
- Ha potuto sbagliare senza temere di perdere affetto?
- Ha imparato che le sue emozioni avevano dignità?
Queste sono le domande che permettono di elaborare l’infanzia.
Per cambiare relazione bisogna prima cambiare il modo in cui si ascolta se stessi
Non basta promettersi di non scegliere più persone sbagliate. Finché una persona continua a diffidare del proprio sentire, rischia di ripetere la stessa dinamica con volti diversi. Il cambiamento comincia quando…
il disagio non viene più considerato automaticamente un difetto personale.
- la tristezza diventa un’informazione
- la rabbia può segnalare un confine violato
- la paura non viene immediatamente ridicolizzata
- la solitudine provata dentro una relazione viene finalmente ascoltata.
Non basta chiedersi: “Amo questa persona?” Bisogna anche domandarsi: “Come divento quando sono con lei/lui?”
- Mi sento libero o costantemente sotto esame?
- Posso esprimere un bisogno oppure temo di essere rifiutato?
- Posso dire che qualcosa mi ferisce senza essere accusato di esagerare?
- Devo ridurre continuamente me stesso per conservare il legame?
- Sto costruendo una relazione o sto ancora cercando di meritare un posto?
Queste domande non servono a individuare relazioni perfette, perché nessun legame è privo di difficoltà. Servono a distinguere il conflitto dalla svalutazione, la distanza temporanea dall’indisponibilità cronica, la fatica reciproca dall’autoannullamento.
Forse non stai proteggendo soltanto i tuoi genitori, ma anche l’idea che ti ha permesso di sopravvivere
Ammettere di non essere stati amati nel modo in cui si meritava può essere doloroso, perché significa entrare in contatto con una mancanza che per anni è rimasta senza nome.
Significa riconoscere che alcune difficoltà adulte non sono nate dal nulla. Può essere vero che ti sei sentito amato e, nello stesso tempo, può essere vero che non ti abbiano dato gli strumenti necessari per stare dentro ciò che sentivi, riconoscere ciò che ti feriva e fidarti dei tuoi segnali interiori.
E se continui a dire “non mi è mancato niente”, ma nelle relazioni ti senti sempre costretto a rincorrere, aspettare, meritare o giustificare, forse ciò che è mancato non era visibile dall’esterno. Forse non ti è mancata una casa, una famiglia o una presenza fisica. Ti è mancato qualcuno capace di aiutarti a riconoscere che cosa stava accadendo dentro di te.
“Lascia che la felicità accada” può essere il libro giusto per te se desideri comprendere perché certe relazioni sembrano irresistibili proprio quando ti fanno soffrire, perché continui a dubitare del tuo sentire e perché proteggere il passato può portarti, ancora oggi, ad abbandonare te stesso. L’ho scritto per aiutarti a riconoscere come il corpo, la memoria, il sistema nervoso e le esperienze affettive continuino a orientare le scelte adulte, spesso prima ancora che tu possa comprenderle razionalmente.
Perché non si tratta di condannare chi ti ha cresciuto, ma di restituire finalmente valore a ciò che hai sentito. E forse, per la prima volta, smettere di chiamare amore tutto ciò che ti ha chiesto di non ascoltarti. Il libro è disponibile a questo link su Amazon e in tutte le librerie d’Italia…ti aspetto tra le pagine.
E se ti va, seguimi sul mio profilo Instagram: @anamaria.sepe.
Ti aspetto lì per continuare il viaggio