Perché la dieta fallisce?

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“Da domani mi metto a dieta”. È una frase tormentone, che almeno una volta nella vita chiunque ha pronunciato, magari dopo un weekend di pranzi e cene abbondanti, magari dopo aver visto l’amico/a in splendida forma dopo aver seguito una dieta.

La società ed i mass media attuano quotidianamente un “bombardamento” incessante proponendo prodotti dimagranti, la dieta all’ultima moda e testimonial che consigliano un’alimentazione priva di grassi e zuccheri.

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Per quanto si cerchi di resistere a tali condizionamenti, i messaggi sono così numerosi e costanti che risulta difficile non esserne influenzati anche solo superficialmente. Inoltre non dimentichiamo che molto spesso siamo “vittime” delle richieste veicolate dalla società che ci vuole omologati, performanti, in buona forma fisica e rispettosi di determinati canoni estetici.

L’aspetto fisico, l’immagine corporea, l’ideale estetico, sono tutti elementi che in un certo grado spingono le persone a compiere alcune scelte e comportamenti, quali per esempio seguire una dieta (nella maggior parte dei casi restrittiva perché la società appare “grassofobica”), cimentarsi in sport e attività fisica dalla quale occorre “necessariamente” ottenere buone performance, possibilmente documentate da selfie e video pubblicati sui social.

E non dimentichiamoci delle ultime “tendenze” in ambito alimentare inneggiate dal concetto del “mangiare bene”: cibi rigorosamente light, poveri di grassi e zuccheri, possibilmente integrali eccetera eccetera. Non c’è nulla di male nel prediligere alimenti con queste caratteristiche ad altri, a patto che tutto ciò non diventi un’ossessione la quale non permette “strappi alla regola” che porterebbero ad andare su tutte le furie qualora al supermercato fosse esaurita la mozzarella light o a rinunciare ad una cena tra amici se al ristornate non venisse servita pizza con impasto integrale.

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Quando “mangiare bene” non è più salutare?

Sicuramente, come precedentemente accennato, nel momento in cui si innesca un comportamento ossessivo per la qualità dei cibi e di conseguenza, regole alimentari rigide, tanto da condurre all’evitamento di occasioni sociali pur di non trasgredire alle regole, rischiando così di mangiare alimenti considerati “cattivi”. Inoltre, può considerarsi problematico, quando vi sia un persistente pensiero riguardo “cosa” e “quanto” mangiare, molto spesso accompagnato dal disprezzo per chi non segue quelle stesse regole.

Perché la dieta fallisce?

Non riuscire ad aderire alla dieta, è qualcosa di molto comune e quasi sempre può determinare sentimenti di inadeguatezza e frustrazione. Altre volte si può arrivare a condannare la dieta stessa considerandola come non adatta a sé.

In realtà le motivazioni del fallimento della dieta sono da ricercare nell’approccio ad essa, ma sopratutto nelle caratteristiche intrinseche del concetto di dieta, che mal si sposano con il funzionamento della nostra mente.

1. Imposizione e trasgressione

Essere a dieta significa doversi attenere ad alcune regole riguardanti i pasti, quali per esempio la quantità di cibo, il tipo di alimenti, condimenti da utilizzare con parsimonia eccetera. Tutto questo sarebbe semplice se solo la nostra mente non fosse anarchica e ribelle.

Posso dimostrartelo con questo semplice esperimento.
Se ti dicessi: “Non pensare ad un gatto nero”. Qual’è l’immagine apparsa nella tua mente? Fammi indovinare… un gatto nero!

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Bene, questo per dire che il “non” e le imposizioni vengono mal sopportate dalla nostra mente, sopratutto quando interessano l’alimentazione, essendo questa una necessità primaria, determinata si da fattori psico-sociali, ma anche biologici-organici.

Per esempio infatti, molto spesso il desiderio rivolto a determinati cibi (ad esempio dolci), nasce da spinte ormonali; in quel caso sarà molto difficile non cedervi, in quanto la spinta biologica-organica è molto forte.

Il desiderio è nutrito dal divieto (sopratutto quando auto-imposto), quindi tanto maggiore sarà l’atteggiamento rigido ed intransigente, tanto maggiore sarà il desiderio…e di conseguenza la trasgressione.

Per evitare tutto ciò, meglio tenersi alla larga da diete eccessivamente ferree e che mal si adattano alla vita quotidiana, meglio orientarsi su un’alimentazione flessibile, che possa diventare uno stile di vita ben assimilabile dalla persona.

2. Evitamento e la regola del “tanto ormai…”

Si è portati a pensare che attenersi ad una dieta significhi eliminare completamente i cibi preferiti (o la maggior parte), in quanto nella maggior parte dei casi, sono calorici, zuccherini o ricchi di grasso. Difficilmente l’alimento preferito per qualcuno sarà il finocchio crudo o gli spinaci lessi sconditi, generalmente si tratta di pizza, dolci, patatine fritte eccetera; perché è si vero che mangiare è una necessità, ma è anche un piacere.

Molte sono infatti le sensazioni piacevoli che possono essere sperimentate mangiando la propria pietanza preferita o alimenti che ci piacciono; quindi perché privarci di tali gradevoli sensazioni?

“Mangiare è uno dei piaceri della vita”, non è la classica “frase fatta”, ma la realtà delle cose… anche da un punto di vista “chimico”. Gustare il proprio cibo preferito infatti, attiva la neurotrasmissione delle cosiddette “sostanze del piacere” come la serotonina, che sono in grado di infondere una sensazione di benessere.

Evitare totalmente quei cibi considerati “proibirti” attuando un eccessivo controllo e dominio sull’impulso di cedervi, altro non farà che aumentarne il desiderio e il rischio di cadere in un’abbuffata, con successivo senso di colpa e di fallimento.

In questo caso infatti vige la regola del “tanto ormai”, ovvero l’errato pensiero che se non sono in grado di resistere al divieto, cadendo nella tentazione di mangiare anche una piccola quantità di quell’alimento, allora, sono legittimato/a a perdere il controllo totalmente.

È inoltre importante sottolineare che un tale comportamento può riflettersi anche su quello che è il atteggiamento della persona nella vita in generale, rendendola “fredda” e isolata; non è raro infatti che si evitino occasioni sociali (cene insieme ad amici, aperitivi eccetera) per non correre il rischio di trovarsi nella condizione di non poter resistere al “cibo proibito”.

La parola chiave in questo caso è: equilibrio; è solo grazie a questo infatti, che si può scongiurare l’eventualità di cadere in un’abbuffata, o di soffrire troppo a causa della restrizione.

Nel momento in cui si decide di aderire ad una dieta, concedersi di tanto in tanto anche solo una piccola quantità di quei cibi che tanto ci piacciono, aiuta ad avere la consapevolezza di non aver divieti assoluti…che alla nostra mente, proprio non piacciono.

3. L’antidoto miracoloso

Parto subito col dire che non esiste l’antidoto miracoloso per la dieta.

Ultimamente assistiamo a pubblicità spietate di prodotti dimagranti, diuretici, brucia grassi e chi più ne ha più ne metta. Purtroppo, l’intento dei venditori di questi prodotti è proprio quello di far passare il messaggio che il processo di dimagrimento può essere delegato ad un preparato chimico sotto-forma di pillole, frullati eccetera, facendo leva sulla difficoltà psico-fisica che s’incontra nell’aderire ad una dieta.

Inoltre viene promessa la possibilità di velocizzare la fisiologica perdita di peso, andando contro a quelle che sono le leggi fisiologiche naturali.

Dimagrire, avere un corpo che ci piace, non sono cose che possono essere ottenute con escamotage, ma sono frutto di propri comportamenti e della propria motivazione a raggiungere gli obiettivi preposti.

4. Compensare con l’attività fisica

“Oggi ho mangiato davvero troppo, domani devo fare minimo due ore di palestra”
Chi non ha mai detto, e magari poi messo in pratica, tale proposito?. Immagino sia capitato più o meno a tutti. È una sorta di compensazione, un “rimedio” ad un “guaio” commesso.

Non è qualcosa di preoccupante se succede di tanto in tanto, è invece un meccanismo da disinnescare, quando diventa “la regola”, determinando una vera e propria ossessione.

In questo caso l’esercizio fisico viene vissuto come punizione, non assolvendo così agli obiettivi reali, ovvero quelli ludici e di benessere. S’innesca così un circolo vizioso destinato a fallire in quanto un prolungato sforzo fisico determina maggior appetito, e allora si mangia di più e ci si allena di più, fino ad arrivare alla totale stanchezza psico-fisica (in certi casi overtraining). Tale meccanismo è un labirinto senza uscita, nel quale è preferibile non addentrarsi. L’attività fisica dev’essere un piacere un’ossessione o un dovere inderogabile.

Il segreto sta nei piccoli passi

Stravolgere la propria vita e le proprie abitudini alimentari, non è mai la scelta più vantaggiosa. Inizia da piccoli cambiamenti giornalieri, sia a tavola (per esempio riducendo leggermente i cibi iper-calorici), che nei comportamenti quotidiani (per esempio usa le scale anziché l’ascensore).

Sono le piccole cose a far la differenza. I piccoli accorgimenti di ogni giorno sono in grado di orientare verso uno stile di vita più sano senza dover ricorrere a repentini stravolgimenti della propria routine, che si rivelano nella maggior parte dei casi, fallimentari.

Ricorda sempre che la magrezza non è sinonimo di bellezza e desiderabilità. Ricorda che il tuo sé non dipende da ciò che mangi o da quanto siano performanti i tuoi allenamenti… la tua essenza, è molto di più.

Veronica Rossi, Psicologa e Mental Coach 
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