Quella sensazione di non bastarsi: da dove nasce (e come liberarsene)

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Dott.ssa in biologia e psicologia. Esperta in genetica del comportamento e neurobiologia. Scrittrice e founder di Psicoadvisor

Passiamo la vita a relazionarci: con un partner, con la famiglia, con il lavoro, con gli amici, con il salumiere o persino con chi ci osserva e chi ci giudica da lontano: non sono presenti direttamente nella nostra vita ma sono lì, nella nostra mente. Ci costringono a pensare a noi stessi, a come siamo in relazione all’altro. Eccoci qui. Sembriamo individui a sé, eppure – a livello psicologico – il nostro stesso sé non vive mai da sola. Cresce, si modella e si definisce nel rapporto con qualcun altro: con uno sguardo, una risposta, una presenza desiderata o negata.

È ciò che in psicologia possiamo chiamare Sé relazionale: l’idea che io esisto nella misura in cui esisto per qualcuno. È un funzionamento così radicato da diventare invisibile. Posto all’estremo, il sé relazionale è onnipresente, ci fagocita completamente e occupa tutto lo spazio nella nostra vita. Il risultato? Non sappiamo più chi siamo se non dentro la reazione che l’altro ha con noi.

  • «Sono brava se qualcuno lo nota.»
  • «Valgo se vengo scelto.»
  •  «Sto bene se qualcuno mi vuole.»
  • «Mi sento viva solo se mi relaziono.»
  • «La mia vita non vale se l’altro mi rifiuta»
  • «Sto bene con me stesso solo se sono migliore di…»
  • «Mi sento inferiore di…»

Questa dipendenza identitaria, come puoi immaginare, può assumere connotazioni disfunzionali ma non è patologica in sé: è il risultato di un cervello che si forma nell’altro prima ancora che in noi stessi. Alla nascita, infatti, ognuno di noi inizia a conoscersi in relazione all’altro. Il neonato esiste dentro una relazione, non può fare altrimenti.

Ma quando diventiamo adulti, se quella modalità non si integra con un’altra parte fondamentale – mediante quella che si acquisisce con la propagazione del Sé – rischiamo di vivere una vita che non sentiamo mai davvero nostra. Ed è qui che molte persone inciampano: credono che la propria vita ha senso solo se la condividono, anzi, solo se qualcuno di importante è lì a restituire costantemente quel senso perduto del proprio sé. In realtà, queste persone, non hanno mai avuto l’opportunità di incontrare se stesse. Non più tu in relazione all’altro ma semplicemente chi sei tu per te.

Il Sé Relazionale: io con l’altro 

Il Sé relazionale è la versione di noi che si forma attraverso gli scambi, le approvazioni, le conferme, i rifiuti, le umiliazioni, gli abbandoni…  È la parte di noi che sa incontrarsi: dare, ricevere e, all’occorrenza, sa adattarsi, compiacere, sintonizzarsi, costruire legami, essere funzionale all’ambiente sociale. È una dimensione necessaria, ma può diventare soffocante quando diventa l’unica. Dal punto di vista psicoanalitico, se il Sé relazionale è predominante succede che:

  • la propria identità si costruisce sull’immagine riflessa negli altri;
  • le emozioni vengono regolate dall’apprezzamento o dalla delusione altrui;
  • il senso di valore personale dipende dall’essere scelti o dal paragone con gli altri;
  • la solitudine non è uno spazio, ma un vuoto;
  • il silenzio non è tregua, ma minaccia, così abbiamo paura della calma

“Chi sono io, se non c’è nessuno?” È questa la domanda nascosta che ognuno di noi dovrebbe imparare a rispondere. Dal punto di vista neuroaffettivo, questo accade perché il cervello, se esploso continuamente a pressioni sociali – abituato fin da piccolo a decifrare la realtà attraverso il volto dell’altro – non ha mai potenziato la capacità di autoriferimento interno: riconoscere i propri stati, leggerli, legittimarli senza mediazioni.

Questo processo di emancipazione, di individuazione del sé a prescindere dall’altro, dovrebbe essere una tappa spontanea dello sviluppo ma spesso non accada. Non ci interessa scoprire “di chi è la colpa”, solo prenderne atto e scoprire come invertire la rotta di questo adattamento.  Un adattamento che, nell’età adulta, può diventare la radice della dipendenza affettiva, della paura di restare soli, della sensazione di non avere un senso quando si è senza legami.

La Propagazione del Sé: io con me

La propagazione del Sé è la capacità di esistere a partire da se stessi. Non si tratta di isolamento, né di narcisismo, né di autosufficienza estrema (quella che ci spingerebbe a dire “non ho bisogno di nessuno” – “faccio tutto da solo” o “non posso fidarmi di nessuno”). Si tratta di un principio psicologico tanto semplice quanto sottovalutato: prima di portarmi all’altro, devo scoprirmi, affermarmi nella mia identità individuale. È un movimento interno che ci porta a fare chiarezza

  • verso i nostri bisogni, ci consente di esprimerli in modo assertivo e soddisfarli;
  • verso i nostri ritmi, ci consente di rispettare i nostri tempi senza pretendere da noi stessi tutto e subito;
  • verso le nostre sensazioni corporee, comprese le emozioni, senza negarci nulla;
  • verso ciò che ci nutre e ciò che ci sottrae energia (confinandoci a un ruolo, a un sé relazionale, che altri hanno scelto per noi)

Attivarsi nella propagazione del sé, significa avere una base interna stabile a cui tornare. Significa poter dire: “Io sono io, anche quando non sono in relazione con nessuno.” A livello emotivo, la propagazione del Sé permette:

  • stabilità nei momenti di vuoto;
  • capacità di sostare nelle pause senza percepirle come minacce;
  • libertà di scegliere chi far entrare e chi no;
  • autonomia decisionale;
  • capacità di creare significato a partire dalla propria interiorità.

A livello neuroscientifico, questa autonomia nasce dalla progressiva maturazione dei circuiti che regolano interocezione, autopercezione e autoregolazione, processi superiori che il cervello sviluppa solo quando gli viene concesso di ascoltarsi, non solo di rispondere agli input dall’esterno. Troppo spesso passiamo la vita a reagire agli stimoli esterni, dimenticandoci di concederci quello spazio d’ascolto che ci consentirebbe la piena autoaffermazione che, ripeto, non è isolamento! La propagazione del Sé è l’opposto dell’isolamento, dell’egoismo e, contemporaneamente è anche l’opposto della dipendenza. È semplicemente l’opposto di una vita vissuta “in funzione di”.

È ciò che permette di non perdere sé stessi nei legami, nel lavoro, nell’immagine che vogliamo dare di noi… Ci consente di sostare dentro noi stessi, sentirci, esplorarci e cominciare a viverci in modo inediti. Tante persone sentono il bisogno di controllare tutto, controllare l’altro, di distanziarsi o, al contrario, fondersi con l’altro. Tutto questo avviene per la medesima ragione:  non si è sviluppata una sana affermazione del sé. Allora c’è chi sente il bisogno di prevaricare e sottomettere e chi, insicuro, si rifugia nell’altro. Accade quando durante la propria storia affettiva, non si è mai sperimentato un “io con me” funzionante, sicuro, accogliente.

Chi ha vissuto:

  • invalidazione,
  • trascuratezza emotiva,
  • instabilità affettiva,
  • confusione relazionale,
  • genitori emotivamente assenti,
  • modelli fusionali (iperaccudimento, iperprotettività)
  • genitori ipercritici (che pretendevano, che facevano pressioni, che ti paragonavano spesso a un fratello o un amico…)

…non ha mai potuto interiorizzare l’esperienza di essere “casa per sé stesso”. Si è sempre percepito come regolato dall’esterno. Il proprio valore era un riflesso, non una fonte da intercettare e sentire dentro di sé. E allora è logico che, anche la solitudine o una minima distanza, diventi un abisso. Perché se l’altro non c’è: come mi regolo io? Dove abito io? Qual è il mio senso? Il mio scopo? Dove appoggio la mia identità? Come colloco la mia esistenza?

Non è debolezza, ne’ mancanza: è un percorso neuroaffettivo incompleto che, per fortuna, con gli strumenti giusti, può essere portato a compimento. Una sana educazione affettiva può indurci a una spontanea propagazione del sé, così da colmare proprio questo vuoto.

Autonomia non è “farcela da soli”. È “riuscire a essere se stessi”.

La propagazione del Sé diventa autonomia quando permette:

1. Di riconoscere i propri bisogni prima di quelli altrui
Non per egoismo, ma perché non puoi donare ciò che non senti.

2. Di scegliere legami nutritivi, non necessari
Le relazioni smettono di essere un’àncora di salvataggio e diventano una scelta libera.

3. Di sostare nel silenzio senza crollare
Il vuoto non è più mancanza: è spazio per espandersi.

4. Di coltivare scopi che non dipendono da nessuno
Quando la tua esistenza non deve essere sempre convalidata, può finalmente fiorire.

5. Di sentire che la tua vita ha un senso, anche se nessuno ti guarda
La propagazione del Sé ti restituisce un punto di origine interno: il tuo.

Come iniziare? Non certo forzandoci a fare qualcosa che non ci sentiamo di fare. Ne’ con la mera volontà o con frasi motivazionali che, seppur dolci e carine, alla fine ti lasciano con il tuo vuoto. Possiamo iniziare a propagare il nostro sé  attraverso piccoli atti di autonomia emotiva quotidiana:

  • Scegliere momenti per sé senza sentirsi sbagliati.
    La tua compagnia, non è un ripiego.
  • Non rimanere sempre in attività per non sentire il vuoto.
    Il vuoto è una stanza da riempire, non un nemico da evitare. È il tuo punto di inizio!
  • Riconoscere che il corpo si calma quando smetti di compiacere.
    Ogni sì detto a denti stretti è un tradimento del Sé.
  • Permettersi di decidere da soli.
    Anche sbagliare fa parte dell’autonomia.
  • Dare valore al proprio tempo anche se nessuno lo vede.
    Le attività in autonomia – leggere, camminare, creare, respirare – non “tolgono”: propagano.

È così che un individuo cresce dall’interno e smette di vivere solo in funzione dell’altro.  Se senti di avere bisogno di un legame per esistere, non c’è nulla di cui vergognarsi. Il tuo cervello ha imparato a costruire sicurezza solo attraverso l’altro perché nessuno ti ha insegnato – e nessuno ti ha permesso – di costruirla dentro. Ciò che vivi è la testimonianza che esiste uan parte di te che non è mai stata accolta davvero, e che ha imparato che solo il “noi” può compensare un “io”… mai affermato.

La buona notizia è che il Sé può sempre propagarsi, a qualunque età. È un processo graduale, dolce, corporeo. Non serve diventare distaccati, forti, autosufficienti: serve diventare… interiori.  Quando questo accade, il mondo cambia: le relazioni diventano scelte, non stampelle, la solitudine diventa respiro, non minaccia, e la tua vita comincia a esistere non perché qualcuno la conferma, ma perché finalmente sei tu a viverla, da dentro. Se hai voglia di iniziare questo viaggio fatto di un modus vivendi inedito, ti consiglio di leggere il mio libro bestseller: «lascia che la felicità accada – lezioni di educazione emotiva per imparare a vivere e viversi meglio», lo trovi a questa pagina amazon o in qualsiasi libreria. È il libro più consigliato dagli psicologi.

Autore: Anna De Simone, psicologo esperto in psicobiologia
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