Perchè odiamo la parola devi: la reattanza psicologica

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«Devi perdere peso se non vuoi peggiorare la tua salute», «Devi smetterla di fumare!», «Devi bere meno alcool data la tua condizione», «Devi continuare con la terapia», «Devi importi di più a casa”. Ammettiamolo, quando sentiamo la parola “devi”, andiamo su tutte le furie! Perchè?

Per introdurre il concetto di reattanza psicologica mi rifaccio a un classico esempio. Sono a dieta, chiedo al mio compagno di supportarmi e aiutarmi a seguire un’alimentazione sana e bilanciata. Andiamo a cena fuori; esagero con le portate e peggio ancora ordino anche il dessert. Il mio partner mi dice: “ma non eri a dieta!”

È una semplice osservazione! È probabile che cerchi solo di aiutarmi, ma io invece di ringraziarlo per avermi ricordato i miei obiettivi, sento che la rabbia sta crescendo dentro di me. Penso: come osa dirmi cosa posso mangiare?!

Se questa situazione o situazioni simili vi sono familiari,  non siete gli unici. Siamo tutti infastiditi dal sentirci dire cosa dobbiamo fare. Questo processo di pensiero impatta con un meccanismo dal nome difficile ma facilmente comprensibile, la reattanza psicologica.

Lo stesso obiettivo ma comunicato in modo diverso provoca nella mente umana reazioni completamente diverse come dimostrato dalla psicologia sociale.

In pratica, tutto ciò che il nostro cervello limbico (quello più legato al passato e alle esperienze..) collega a limitazioni della nostra libertà, imposizioni o costrizioni finisce per attivare inconsciamente dialogo interiore negativo.nQuesto meccanismo è frutto delle migliaia di anni di evoluzione e tende a preservarci, per salvarci la vita , da tutto quello che potrebbe portarci verso l’estinzione della specie.

La mancanza di cibo e la prigionia hanno segnato in modo indelebile la nostra evoluzione, ecco perché molte attività come il mettersi a dieta o dover iniziare a fare attività fisica spesso finiscono per essere boicottate dal nostro dialogo interiore negativo.

Il nostro cervello le associa infatti a restrizioni (non mangiare questa o quella cosa..) o a imposizioni ( ti dico cosa devi fare per essere in forma….) e come detto inizia un lento inesorabile lavoro di dissuasione. Le parole togliere, levare non risultano gradite al nostro cervello per lo stesso motivo collegandole al dolore il quale al contrario garantisce semaforo verde per le parole aggiungere conquistare perché collegate al piacere.

Cos’è la reattanza psicologica?

Secondo gli studiosi, la reattanza psicologica non è una decisione razionale, non è un capriccio, né spirito di contraddizione, ma è una risposta diretta e inconsapevole, non mediata dai processi cognitivi e quindi non pensata e non pianificata. L’unica cosa che conta, in quel momento, anche a costo di nuocere a noi stessi e alla nostra salute, è opporci alla pressione e ripristinare il senso della nostra libertà di scelta.

Di chi si comporta così, di chi persevera nel non seguire le indicazioni date per il suo bene, diciamo di solito che «Non è motivato». In realtà, avviene proprio il contrario: è “ostaggio” di una motivazione molto potente e prioritaria, quella di sentirsi ancora libero di controllare le proprie scelte.

Questo desiderio di opporsi compare la prima volta intorno al secondo anno di vita, periodo in cui il bambino sviluppa un atteggiamento oppositivo. Nel 1966 lo psicologo Brehm introdusse il concetto di reattanza psicologico attraverso una ricerca condotta sui bambini.

L’esito della ricerca

Un esperimento condotto in Virginia in un gruppo di maschi di 24 mesi coglie bene questo comportamento. I bambini introdotti in una stanza con la madre avevano di fronte due giocattoli posti l’uno davanti all’altro e separati in un caso da una barriera trasparente alta 30 cm facilmente valicabile, nell’altro caso da una barriera di 60 cm che richiedeva per forza di essere aggirata.

Con lo schermo basso , 30 cm, che non costituiva un impedimento, i bambini non presentavano nessuna preferenza per l’uno o l’altro giocattolo. Invece con quella di 60 cm. i bambini aggiravano subito l’ostacolo per raggiungere per primo il giocattolo posteriore.

Questo è la classica risposta che avviene intorno ai due anni perché è il periodo in cui il bambino arriva per la prima volta a riconoscersi pienamente come individuo e non più semplice prolungamento dell’ambiente. Sapere che può essere autonomo lo porta a saggiare la libertà ed i suoi limiti ed in questo modo arrivano a capire dove possono aspettarsi di esercitare un controllo e dove di subirlo.

Scoprì che i bambini piccoli non mostrano una preferenza speciale per i giocattoli che sono alla loro portata, ma mostrano un interesse tre volte maggiore per quelli che sono nascosti dietro una barriera di plexiglass trasparente.

Continuando a studiare questo fenomeno, scoprì che quando percepiamo che la nostra libertà di comportamento è minacciata, sviluppiamo un’intensa risposta emotiva, che chiamò reattanza psicologica, che sarebbe il risultato di una limitazione o restrizione – reale o immaginata – delle nostre possibilità comportamentali e capacità di prendere decisioni.

5 aspetti che intensificano la reattanza psicologica

A volte riusciamo ad accettare i limiti o i divieti che provengono dall’ambiente o da altre persone, altre volte reagiamo ribellandoci. Da cosa dipende l’intensità della nostra reazione?

Aspettativa di libertà

Affinché la risposta di reattanza psicologica venga attivata, è fondamentale essere consapevoli della nostra libertà, percepire che abbiamo il potere di prendere le nostre decisioni e che siamo in grado di dirigere le nostre azioni. Ciò significa che più siamo liberi di pensare, più intensa sarà la nostra reazione quando qualcuno o qualcosa cercherà di limitare quella libertà. Se aspiriamo a decidere da soli e prendere in mano le redini della nostra vita, qualsiasi tentativo di decidere al posto nostro o di limitare le nostre opzioni sarà percepito come una enorme minaccia alla nostra libertà.

 Importanza data alla libertà

Quanto più importante è la libertà per noi, tanto più ci sentiremo minacciati e più forte sarà la nostra reazione quando qualcuno cercherà di vietarci qualcosa o dettarci ciò che dovremmo fare. Naturalmente, deve essere presa in considerazione anche la libertà minacciata. In generale, più importante è la libertà minacciata, più intensa sarà la reazione psicologica. Non è la stessa cosa impedirci di mangiare un dessert (per questione di salute) che decidere per noi dove andare a cena

 Intensità della minaccia

Non tutte le minacce provocano una risposta di reattanza psicologica. Più una minaccia limita la nostra sensazione di libertà, più forte sarà la nostra risposta. In effetti, le minacce dirette provocano spesso un rifiuto più intenso. Non è lo stesso sentirci dire con voce autoritaria che non possiamo mangiare un dessert che suggerirci che non dovremmo mangiarlo, per la nostra salute.

In effetti, diversi studi hanno dimostrato che dire alle persone che sono libere di decidere da sole ciò che è buono per loro, dopo avergli indicato un comportamento salutare, è di solito sufficiente a ridurre la reattanza psicologica poiché non percepiranno il suggerimento come una minaccia alla loro capacità di decidere.

Legittimità della minaccia

La reattanza dipende anche dalla legittimità della fonte che minaccia la nostra libertà. Se la minaccia proviene da una fonte autorevole, importante e significativa per noi, la reattanza è di solito minore. In altre parole, se proviene da una persona importante, che esercita una certa autorità su di noi, avremo maggiori probabilità di ascoltare le sue parole senza reagire mettendoci sulla difensiva.

Come reagiamo alla reattanza psicologica? Luci e ombre

Non c’è dubbio che, di fronte a un’importante limitazione della nostra indipendenza, la reattanza psicologica è un meccanismo che ci spinge a difendere e preservare quella libertà. Lottando per ciò in cui crediamo e, soprattutto, per il nostro diritto di decidere, prendiamo in mano le redini della nostra vita e preserviamo la nostra identità. Ma non è tutto “rose e fiori”. La reattanza psicologica ha anche delle ombre.

Le emozioni che di solito innescano la reattanza non sempre ci aiutano a prendere le decisioni migliori o raggiungere i nostri obiettivi. In alcuni casi possono persino diventare controproducenti, mostrandosi essere una reazione immatura. Perché?

Non possiamo dimenticare che la nostra reazione quando sentiamo che le nostre libertà sono minacciate ha due componenti: cognitiva ed emotiva. Quando vengono innescati pensieri negativi, spesso proviamo rabbia, ira, ostilità e frustrazione. Questi sentimenti ci spingono all’azione. Riteniamo di dover fare qualcosa per difendere la nostra libertà.

Quindi possiamo scegliere percorsi diversi. Possiamo rispondere con un recupero diretto, nel qual caso cerchiamo di recuperare la libertà minacciata sviluppando precisamente la condotta proibita, un’opzione che spesso crea più conflitti e scontri.

Un’altra alternativa è il recupero indiretto, che consiste in sviluppare un comportamento equivalente a quello minacciato, come ad esempio non mangiamo il dessert ma chiediamo invece un caffè con panna extra e un liquore, che sarebbe l’equivalente in calorie. Il problema con questa alternativa è che raramente è soddisfacente.

Infine, una terza via è quella che viene definita risposta soggettiva, che prevede l’implementazione di un meccanismo di ristrutturazione cognitiva della situazione che ha innescato la reattanza, come ad esempio: trovare gli aspetti positivi delle possibili alternative e cambiare idea.

Come usare la reattanza psicologica a nostro favore?

I pensieri e le emozioni negative che spesso accompagnano la reattanza psicologica devono portarci a valutare con più obiettività  quanto sia realmente pericolosa la situazione. Dobbiamo semplicemente prenderci del tempo prima di reagire, al fine di valutare i pro e i contro, ripensando l’esperienza in una luce più razionale.

Alcuni studi hanno scoperto che cercare di metterci al posto della persona che presumibilmente sta limitando la nostra libertà e provare empatia, può aiutarci a ridurre la reattanza psicologica. Ciò non significa che faremo necessariamente ciò che ci viene chiesto o che accetteremo che limitino la nostra libertà, significa solo che possiamo decidere, con maturità e obiettività, cosa è meglio per tutti, incluso noi stessi, rompendo i fili del sequestro emozionale che scatena la reattanza.

Come fare allora quando vogliamo aiutare qualcuno a cessare un comportamento dannoso o pericoloso, o ad adottare un comportamento più funzionale che ha però dei risvolti sgradevoli?

Invece che limitarci a imporlo, scatenando la reattanza e provocando solitamente un insuccesso, è più utile affrontare insieme tutti gli aspetti del problema. Cosa percepisce come un ostacolo? Quali sono le sue convinzioni, le sue attese, i suoi timori, i suoi pregiudizi? E quali le sue speranze? Cosa gli piacerebbe cambiare? Quale vantaggio potrebbe avere dal cambiare?

Solo se sente che i vantaggi possono superare gli ostacoli, sarà motivato ad affrontare una scomoda rinuncia. Quando sentiamo che le nostre difficoltà sono comprese e siamo aiutati a gestirle, e quando siamo sostenuti nei nostri punti di forza, possiamo trovare dentro di noi la motivazione per cambiare.

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