Se i tuoi genitori non approvano il tuo partner, leggi questo

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Dott.ssa in biologia e psicologia. Esperta in genetica del comportamento e neurobiologia. Scrittrice e founder di Psicoadvisor

Ammettiamolo, questo evento non è poi così improbabile: non sempre i genitori condividono le scelte amorose dei figli. Allora cosa si fa? In questi casi le conflittualità sono in agguato, pronte ad esplodere, soprattutto se questa disapprovazione arriva in contesti familiari sotto stress o peggio, disfunzionali. La famiglia perfetta non esiste, è vero. Sai cosa esiste? Esiste il rispetto e la stima. Un genitore può non condividere le scelte amorose del figlio ma può rispettarle. Quando ne’ figlio, ne’ genitore, cercano di imporsi l’uno sull’altro, allora gli scambi possono essere pacifici e tutto può filare liscio, ma solo raramente è così.

Il problema insorge quando la scelta del partner non è la causa della conflittualità genitore-figlio, bensì una sua conseguenza: talvolta l’intento di un figlio è proprio quello di cercare la disapprovazione genitoriale o addirittura ferirlo mediante la scelta di partner inadeguati. Altre volte, invece, sono i genitori a voler decidere per il figlio, usando sistematicamente la disapprovazione come un’arma emotiva per determinare potere e controllo. In questi due scenari, il supporto di uno psicologo/psicoterapeuta potrebbe essere una manna dal cielo per la salute dell’intero sistema familiare. Poi, vi sono dei casi in cui il partner scelto semplicemente non piace… allora bisogna scandire dei nuovi confini con i genitori affinché questi possano rispettare (e non necessariamente condividere) la scelta fatta.

Quando ai tuoi genitori non piace il tuo partner

La questione è vecchia quanto il mondo, ci hanno scritto romanzi («I promessi sposi», «Romeo e Giulietta»…), girato film («Proprio lui?», «Ti presento i miei», «Animali notturni»…), drama televisivi di successo come «Downton Abbey» e si sono diffusi anche molti modi di dire («fra suocera e nuora ci si sta in malora»…). La questione rimarca una sorta di lotta generazionale ma soprattutto di potere: il figlio, entrato nella relazione, avrà maggiore bisogno di autonomia e non sempre il genitore è pronto a farsi da parte e concedere spazio.

Per quanto vecchia e scontata possa sembrare questa questione, apre sempre nuove ferite in chi la vive. Nella famiglia funzionale, chi presenta ai genitori il proprio compagno o compagna, lo fa con le migliori speranze di accettazione. Il problema insorge quando il genitore vede nel suo compagno/a qualcosa di sbagliato, inadatto o addirittura una minaccia dalla quale proteggersi.

Le speranze dell’innamorato si infrangono, e costui finisce col vivere una situazione difficile: rispetta e ama i suoi genitori, ma ama e ammira anche il partner. Passato il trambusto iniziale, il divario dovrebbe colmarsi esperienza dopo esperienza. In contesti disfunzionali, invece, colmare il divario è impossibile e gli attriti tra suoceri e generi (o nuore) tendono ad accumularsi e farsi sempre più invivibili.

La disapprovazione mascherata

Talvolta, la disapprovazione dei genitori non arriva in modo trasparente ma giunge all’ultimo arrivato in famiglia in modo subdolo e sottile. Quando antipatie ribollono sotto la superficie, il clima diventa ancora più invivibile perché genera conflittualità che non possono essere affrontate apertamente. In condizioni così difficili, la nuova coppia ha bisogno di scandire dei confini ben definiti e far capire al prossimo quali sono i bisogni fondamentali, cosa permettere e non permettere agli altri. Il rispetto reciproco diventa un imperativo multi-direzionale.

Genitori invadenti possono fare pressioni e diventare il terzo componente della coppia, generando squilibri e malumori costanti. Il figlio disapprovato è chiamato ad assolvere un compito arduo: mediare tra partner e famiglia d’origine. Il figlio disapprovato sarà chiamato a compiere delle scelte, fare concessioni e costruire un territorio sicuro entro il quale far prosperare la coppia. Tale territorio non potrà essere troppo stretto perché dovrà garantire il benessere di coppia, oltre che il proprio.

Il figlio disapprovato può spesso sentirsi sotto pressione, una pressione che molto presto potrebbe trasformarsi in trascuratezza per il partner o risentimento e rabbia per i propri genitori. Per evitare che ciò accada, è opportuno affrontare i genitori a viso aperto. Chiedere spiegazioni, comprenderle e archiviarle. Un figlio non può pretendere che il proprio partner piaccia ai genitori, può però pretendere rispetto per sé e per le sue scelte di vita.

Per fortuna esistono soluzioni meno drastiche di quelle scelte da Romeo e Giulietta. Un figlio autonomo, troverà il modo di scandire i propri spazi e, col tempo, i genitori avranno modo di accettare e rispettare le scelte dei loro figli adulti. Quando la mancata accettazione del partner non è causa del conflitto ma la conseguenza di un conflitto pre-esistente tra genitore-figlio, gli scenari sono più tragici e non conducono all’accettazione.

La scelta del partner come vendetta trasversale

Un figlio che ha avuto attenzioni eccessive dal genitore, non compie il suo sviluppo in modo ottimale. Le attenzioni eccessive non sempre si traducono in maggior sicurezza. Un genitore eccessivamente focalizzato sul figlio, infatti, non gli trasmetterà la giusta sicurezza per instaurare legami maturi. Lo stesso legame genitore-figlio non si evolverà mai nel tempo: il bisogno di autonomia del figlio, negato fin dalle esperienze precoci, finirà per essere assopito, al suo posto insorgerà rabbia e frustrazione. Rabbia e frustrazione sfociano in comportamenti disfunzionali che spesso si traducono in vendette trasversale da attuare per quell’emancipazione mai concessa.

In questi contesti, il potere che esercita il genitore (generalmente la madre) sul figlio diviene uno status permanente: si va a creare una sorta di “cordone ombelicale” che al contempo nutre e vincola il figlio. Il figlio, anche in età adulta, vivrà questo vincolo con impotenza e sentendosi impossibilitato a uscirne e ripudiare il genitore in maniera esplicita, lo farà scegliendo il partner sbagliato.

La scelta di un partner difficile da accettare diventa il mezzo per punire un genitore ingombrante (ipercontrollante, invadente e opprimente). A livello consapevole, il figlio non sempre riconosce il genitore come invadente: con il passar del tempo, la mancanza di un’autentica emancipazione emotiva è divenuta parte di un sistema malsano che ha generato uno status quo con ruoli immutati nel tempo.

Il partner come mezzo per punire il genitore

Pur di punire il genitore attuando questa vendetta trasversale, il figlio è disposto a compromettere la sua intera esistenza. La scelta del partner può cadere su soggetti bisognosi sia economicamente, come persone senza lavoro, sia fisicamente come persone ipocondriache o effettivamente malate. Tali persone non solo hanno più chance di essere disapprovate dai genitori ma sarebbero anche più semplici da vincolare a sé così il figlio potrà assicurarsi un ulteriore legame di dipendenza (così come lui dipende da sua madre, ci sarà qualcuno a dipendere da lui).

Non solo soggetti bisognosi ma anche persone che possono minacciare le tradizioni di un sistema familiare di vecchio stampo (già sposati, extracomunitari, super-tatuati, disadattati…). Le casistiche sono tante, il partner scelto per compiere una vendetta trasversale si pone in antitesi a quello che sarebbe stato il “partner ideale” per l’ambiente culturale familiare o per le stesse preferenze esplicitate dal figlio.

Per esempio, un uomo che osanna l’autonomia economica della donna, potrebbe finire con lo sposare una scalatrice sociale che non ha affatto intenzione di lavorare. Oppure, una donna che osanna i valori della famiglia, potrebbe intrecciare la relazione con un uomo già sposato o esplicitamente libertino.

La lamentela per rinforzare la vendetta

La lamentela è un altro segnale distintivo della vendetta trasversale. Perché sì, ci può stare che un figlio possa innamorarsi di qualcosa che è agli antipodi rispetto al suo stesso sistema di credenza… tuttavia, in caso di vendetta trasversale, il figlio si lamenterà spesso in famiglia della sua condizione con il partner. Sottolineerà costantemente quando è difficile o duro vivere “con una persona così“… non facendo altro che confermare le credenze del sistema familiare e alimentare un ambiente malsano.

Un partner che compie una scelta matura, fa in modo di restituire al genitore un’immagine della coppia sana. Un partner che compie una vendetta trasversale, invece, manifesterà fino ad enfatizzare una situazione di malessere.

Quando il genitore vede nel partner del figlio una minaccia

Un genitore vittimista, specializzato in sofferenza patologica, tenderà a sacrificarsi in maniera inopportuna per il figlio o almeno è questo ciò che mostrerà alla prole fin dalle prime esperienze di vita insieme.

Il genitore sacrificante non solo sarà alla base di un sistema familiare disfunzionale ma tenderà ad invadere anche la nuova famiglia che il figlio cercherà di costruirsi con fatica. Nel mio vecchio articolo «tipologie di mamma e ripercussioni in età adulta» questo profilo genitoriale è sovrapponibile con: la madre totale, la madre vittima, la madre narcisista, la madre istrionica e anche la madre depressa (sempre bisognosa).

Man mano che il rapporto genitore-figlio si struttura, il genitore farà di tutto per innescare una sudditanza psicologica nella prole. Con quali mezzi? Sensi di colpa, ricatti emotivi e manipolazione sono gli strumenti più usati. Con il genitore vittimista, non c’è posto per il piacere ma solo per il sacrificio. Il sacrificio fittizio della madre prima e il sacrificio/sottomissione costante del figlio prima e dopo. Il figlio accondiscendente dovrà sacrificare dapprima se stesso per soddisfare le aspettative materne. In età adulta, per gratificare le aspettative materne, il figlio dovrà scegliere il partner congeniale al genitore o addirittura rinunciare all’idea di una famiglia propria.

Nella famiglia sacrificante predominano sentimenti come:

  • Gelosia
  • Possesso
  • Bisogno di controllo
  • Sottomissione
  • Impotenza appresa

È importante chiarire che il genitore vittimista non agisce con cattiveria ma solo perché in passato ha introiettato modelli relazionali basati su potere e controllo.

«Ti concedo il mio amore in cambio della tua sudditanza»

Il genitore vittimista crede ciecamente che l’amore materno sia un sacrificio tanto grande da essere doloroso. Il genitore sacrificante accondiscende alle richieste del figlio eletto, ritenendo che, un giorno, tutte le sue rinunce saranno ricompensate dal successo raggiunto dal figlio stesso e da tutto ciò che lui è riuscito ad avere. Anzi, il genitore vittimista attribuirà (impropriamente) a se stesso il merito di ogni successo del figlio.

Per intenderci, ciò è molto diverso da «essere fiero di...»! In realtà, un genitore così non potrà mai essere fiero in modo genuino del figlio ma solo di se stesso, perché nel figlio non riconoscerà mai un “essere a sé” ma sempre un’estensione del proprio ego e dell’impeccabile operato. Un genitore vittimista non metterà mai in dubbio se stesso o il suo operato, anche dinanzi a una realtà palese, il motivo? Vede in se stesso l’incarnato del genitore perfetto.

Il partner come una minaccia

E’ chiaro che in un contesto del genere, l’entrata in scena di una nuora (o genero) non può che costituire una minaccia. Quando subentra una minaccia, le parole più ricorrenti del genitore sacrificante diventano: “sacrificio” e “dovere”. Nel corso degli anni, il genitore vittimista ha instillato nel figlio una lunga serie di doveri morali. Il non assolvere a tali doveri, innescherà nel genitore una profonda delusione che caricherà il figlio di pressioni.

Il “genitore sacrificante” manipola suo figlio in modo da fargli credere che è e deve sempre essere il protagonista della sua vita, e quindi garantire presenza. Il “genitore sacrificante” trasforma  il figlio in una marionetta, con il chiaro scopo di garantirsi sempre ciò di cui ha bisogno.

Il partner del figlio è visto come una minaccia, come quel qualcuno che può sottrargli potere e controllo. Il genitore sacrificante, inoltre, tende a sottovalutare il figlio, quindi attribuirà a qualsiasi suo comportamento una connotazione negativa letta come una “cattiva influenza del partner“.

E’ il tuo partner che ti mette queste strane idee in testa!”, “Ti stai facendo plagiare”. Una lettura distorta della realtà perché è stato il genitore in primis ad aver plagiato il figlio. Così, lotte di potere, possesso, gelosie, invidie, frecciatine subdole… diventano una costante nel rapporto tra la nuova coppia e la famiglia sacrificante di origine.

In questi casi sarebbe opportuno che entrambi i partner seguissero sia un percorso di psicoterapia individuale, sia un percorso di coppia. Gli interventi sull’intero sistema familiare sacrificante sono molti difficili (ma non impossibili) in quanto il genitore vittimista si metterà in dubbio solo in apparenza, per poter continuare a indossare la maschera del genitore perfetto.

Un genitore sacrificante, potrà mai accettare il partner del figlio?

Il genitore vittimista, non solo ha precise aspettative nei confronti del figlio ma anche del suo nuovo partner. Dato che il partner è colui che ha preso il frutto del suo duro lavoro (il figlio), dovrà mostrare rispetto e gratitudine nei confronti del genitore sacrificante. Un partner particolarmente accondiscendente e capace di lusinghe mirate nei confronti del suocero dominante, potrebbe essere accolto in famiglia ma… a caro prezzo. Il prezzo da pagare prevede una parziale compromissione dell’autonomia di coppia.

Genitore sacrificante e autonomia emotiva del figlio

Non sempre un figlio è consapevole di essere cresciuto in un ambiente disfunzionale. Un figlio cresciuto con un genitore sacrificante è stato deprivato della sua autonomia emotiva. L’autonomia emotiva, nello sviluppo normativo, è una conquista che avviene in età infantile, tuttavia può essere anche una conquista posticipata.  E’ chiaro che questo figlio avrà tre opzioni davanti a sé:

  • Riconquistare l’autonomia perduta con esperienze emotive correttive atte a modificare i modelli disfunzionali appresi durante l’infanzia.
  • Vivere in costante sudditanza e nel tentativo di compiacere il genitore (soprattutto se è cresciuto come capro espiatorio della famiglia o come figlio messo da parte).
  • Adottare vendette trasversali come ripicca alla sua mancanza di autonomia (soprattutto se si tratta del figlio preferito).

Una lettura per crescere

Nel mio libro bestseller «Riscrivi le Pagine della Tua Vita», ti propongo un percorso di auto-analisi, in cui potrai esplorare ogni parte di te e comprenderti nel profondo. Le scelte che facciamo in amore e nella vita, sono la diretta manifestazione dei nostri desideri o… paradossalmente, delle nostre paure! Talvolta rischiamo di vivere una vita fatta di tante profezie che si auto avverano, rischiando di sabotarci da soli. Ciò capita perché il funzionamento mentale, le interazioni con l’altro e i sentimenti, sono estremamente complessi e, durante la nostra crescita, nessuno ci ha spiegato come districarci tra impulsi, emozioni, relazioni affettive e bisogni emotivi! Ecco perché ho deciso di scrivere un libro sull’argomento. Ho racchiuso in un manuale tutte quelle nozioni che avrei voluto conoscere io ancor prima di diventare una psicologa! Sono sicura che potrà esserti utile. Lo trovi in libreria o su Amazon

Autore: Anna De Simone, psicologo esperto in neuropsicobiologia
Autore del bestseller «Riscrivi le pagine della tua vita» edito Rizzoli
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