Se l’infanzia è stata instabile, da adulti si cercano emozioni estreme: ecco perché

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Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi. Scrittrice e fondatore di Psicoadvisor

Ti sei mai chiesto perché alcune persone sembrano inseguire sempre esperienze forti, intense, persino rischiose, mentre altre trovano appagamento nella calma e nella quotidianità?

Dietro questo diverso modo di vivere l’esistenza non c’è solo una questione di temperamento: spesso affonda le radici nel tipo di cure ricevute nell’infanzia. Crescere in un ambiente stabile, fatto di attenzioni prevedibili e di affetto costante, non solo costruisce fiducia e sicurezza emotiva, ma educa il cervello a riconoscere la calma come nutrimento. Al contrario, chi ha sperimentato incoerenza, assenze emotive o cure altalenanti, spesso da adulto percepisce la tranquillità come “vuoto” e va alla ricerca di emozioni estreme per sentirsi vivo.

In questo articolo vedremo le frasi, i comportamenti e i meccanismi che raccontano questa dinamica, scopriremo le radici psicologiche e neurobiologiche del fenomeno, le conseguenze sulla vita adulta e cosa si può fare per imparare a riscoprire la stabilità come fonte di benessere.

Quando l’infanzia non offre stabilità

Un bambino che cresce in un ambiente stabile sa che i suoi bisogni verranno accolti: se piange, qualcuno lo consola; se ha paura, qualcuno lo protegge. Questo tipo di esperienza costruisce la base della fiducia.
Ma quando le cure sono incoerenti — un genitore presente a tratti e assente altre volte, una figura affettuosa un giorno e svalutante il giorno dopo — il bambino interiorizza un messaggio diverso: “l’amore non è prevedibile, devo fare qualcosa per meritarlo, e non so mai quando arriverà”.

Questa incertezza non resta confinata all’infanzia: si imprime nella memoria implicita, cioè in quelle tracce che guidano le emozioni e i comportamenti senza che ne siamo consapevoli.

Perché l’instabilità porta alla ricerca di emozioni estreme

Dal punto di vista neurobiologico, la spiegazione è chiara:

  • La dopamina, che regola la motivazione, non si attiva tanto sulla ricompensa certa, quanto su quella incerta. Se da bambino l’amore arrivava in modo imprevedibile, il cervello ha imparato ad associare proprio l’attesa e l’incertezza alla sensazione di intensità.
  • L’amigdala, centro dell’allerta, registra l’assenza o la critica come minaccia, e si attiva anche in situazioni emotive non pericolose, rendendo il sistema nervoso più incline alla ricerca di stimoli forti.
  • La corteccia prefrontale, che dovrebbe modulare queste risposte, resta spesso “scavalcata” da circuiti emotivi più antichi.

In pratica…

La calma può sembrare stranamente vuota o persino minacciosa, in quanto il sistema nervoso di chi è cresciuto senza cure stabili non la riconosce come esperienza sicura. Se l’infanzia è stata segnata da incoerenza affettiva, il corpo si è abituato a vivere in uno stato di allerta costante: il silenzio non era pace, ma attesa ansiosa di ciò che poteva accadere; il vuoto non era riposo, ma presagio di abbandono. Così, da adulti, la stabilità emotiva non viene interpretata come sollievo, ma come un segnale che “qualcosa manca” o che “prima o poi arriverà lo scossone”.

Anche sul piano neurobiologico questo meccanismo è evidente: l’amigdala, allenata a reagire a incoerenze e assenze, associa la riduzione di stimoli all’incertezza, mentre il sistema dopaminergico, abituato a premi intermittenti, fatica a riconoscere nella continuità una fonte di gratificazione. Di conseguenza, ciò che per altri rappresenta serenità viene percepito come noia, vuoto o preallarme, spingendo a ricercare inconsciamente nuove scosse emotive pur di tornare a una condizione familiar

Comportamenti tipici di chi cerca emozioni estreme

Questi comportamenti non sono occasionali: hanno significato quando si ripetono nel tempo, diventando veri e propri schemi di vita.

1. Relazioni turbolente

Chi non ha avuto stabilità emotiva da bambino tende a scegliere partner imprevedibili: affettuosi un giorno, distanti il successivo. È un copione familiare che ricorda l’infanzia.

2. Autosabotaggio della calma

Quando una relazione è sana e prevedibile, può sembrare noiosa. Alcuni finiscono per creare conflitti o scosse emotive pur di ritrovare quell’adrenalina che associano all’amore.

3. Ricerca di passioni totalizzanti

Che sia nello sport, nel lavoro o in passioni coltivate con un’intensità quasi febbrile, può capitarti di buttarti anima e corpo come se da quell’esperienza dipendesse la tua stessa esistenza. In quei momenti non stai solo vivendo: stai cercando di ritrovare quell’adrenalina che un tempo ti teneva vivo nei legami instabili, quando ogni carezza arrivava dopo un’attesa, ogni gesto d’amore era raro e imprevedibile.

È per questo che oggi la calma può sembrarti spenta, quasi estranea, mentre l’intensità, anche se logorante, ti appare come l’unico modo per sentirti davvero presente a te stesso.

4. Comportamenti a rischio

Uso di sostanze, gioco d’azzardo, guida pericolosa o altre condotte rischiose possono essere tentativi inconsci di “scuotere” un sistema nervoso abituato a vivere solo nell’intensità.

5. Polarizzazione emotiva

Oscillare tra momenti di entusiasmo e crolli improvvisi: il cervello resta allenato a vivere l’altalena, più che la continuità.

6. Dipendenza dall’imprevedibilità

Anche nelle piccole cose — cambiare continuamente lavoro, città, interessi — si cerca il nuovo, il diverso, l’imprevisto, come se la stabilità fosse intollerabile.

Perché ci comportiamo così?

Il motivo sta nel legame profondo tra esperienza affettiva e sviluppo neurologico. Il bambino non può permettersi di pensare che il genitore sia incoerente o inadeguato, perché da lui dipende la sopravvivenza. Così interiorizza il messaggio: “sono io che devo cambiare, io che devo fare di più”.

Questo meccanismo porta all’idealizzazione del genitore: meglio credere che sia buono e che io sia sbagliato, piuttosto che affrontare il dolore di una figura di riferimento non affidabile. Da adulti, questo schema non scompare: si ripete, portandoci a cercare relazioni o esperienze che ci facciano rivivere quell’altalena emotiva che il cervello conosce bene.

Cosa puoi fare per spezzare questo schema

Spezzare lo schema non significa rinunciare all’intensità o “accontentarsi della calma”, ma imparare a distinguere ciò che ti nutre da ciò che ti consuma. È un lavoro delicato, perché i copioni che ripetiamo da adulti sono gli stessi che ci hanno fatto sopravvivere da bambini: per questo possono sembrare familiari, persino rassicuranti, anche quando fanno male.

Riconoscere queste dinamiche è già un primo passo di liberazione: ti permette di osservarti dall’esterno e dire a te stesso “questa attrazione non è amore, è un vecchio schema che si ripete”. Da lì inizia la possibilità di scegliere in modo diverso, di sperimentare legami e spazi interiori che non hanno bisogno di scosse per farti sentire vivo.

Riconosci il copione

Diventa consapevole delle situazioni che ti attirano per la loro intensità, ma che alla lunga ti logorano. Non si tratta di colpevolizzarti, ma di osservare con lucidità: quali relazioni, quali esperienze sembrano darti “vita” solo perché ti fanno stare sulle spine? La ripetizione è la chiave. Quando inizi a vedere il filo che lega le tue scelte, puoi finalmente distinguere ciò che viene dal presente da ciò che nasce da vecchi automatismi radicati nell’infanzia.

Dai valore alla calma

La calma non è vuoto, anche se all’inizio può sembrarlo. È un terreno nuovo che il tuo sistema nervoso deve reimparare ad abitare. Prova a restare nei momenti di tranquillità senza scappare subito verso nuove stimolazioni: ascolta il disagio, osserva la resistenza che nasce, nota il bisogno di “fare qualcosa”. È lì che si apre lo spazio per imparare a riconoscere la calma come nutrimento, non come assenza.

Concediti rituali di cura

Non servono gesti eclatanti, ma costanza. Respirare profondamente, scrivere quello che provi, concederti un momento di silenzio senza distrazioni: sono piccole pratiche che insegnano al tuo sistema nervoso che la continuità può essere sicura. Ogni volta che ripeti questi gesti, mandi al corpo un messaggio diverso: “non ho bisogno di scosse per sentirmi vivo, posso nutrirmi anche della stabilità”.

Circondati di relazioni sicure

Circondati di persone che non ti fanno vivere montagne russe emotive, ma che offrono presenza costante. All’inizio potrà sembrare insolito, persino “poco eccitante”, ma è solo la voce del vecchio copione che parla. Imparare a scegliere chi ti fa sentire al sicuro è un atto di cura profonda: significa dire a te stesso che meriti stabilità, che non sei più costretto a rincorrere l’imprevedibile per sentirti amato.

Valuta un percorso terapeutico

Alcune memorie sono troppo radicate per sciogliersi da sole. Lavorare con un professionista permette di dare voce a quelle esperienze implicite che il corpo ricorda anche quando la mente non le riconosce. La terapia offre un contenitore sicuro per rivivere e rielaborare ciò che un tempo è stato fonte di instabilità, aprendo la possibilità di riscrivere la percezione di sé e degli altri.

I traumi dell’infanzia e i microtraumi invisibili

Non sempre si parla di eventi eclatanti: spesso il trauma nasce da piccole mancanze ripetute nel tempo. Una frase svalutante ascoltata ogni giorno, un genitore emotivamente assente, incoerenze affettive che creano insicurezza. È la loro reiterazione a lasciare un segno duraturo.

Perché i traumi condizionano la nostra vita

Il cervello registra le esperienze infantili nella memoria implicita: non si tratta di ricordi narrativi che possiamo raccontare a parole, ma di tracce emotive e corporee che restano attive sotto la soglia della coscienza. Quando parliamo di “emozioni”, non intendiamo solo uno stato d’animo passeggero, ma reazioni precise: l’ansia che sale senza motivo apparente, la paura che immobilizza di fronte a un conflitto, la rabbia che esplode sproporzionata, il senso di vuoto o di vergogna che si riaccende in certe situazioni.

Sono risposte automatiche che il corpo ha imparato molto presto, quando non poteva fare affidamento su cure stabili, e che continuano a riemergere anche da adulti, come se il passato fosse ancora presente.

Il corpo come archivio della memoria

Dal punto di vista neurobiologico, queste tracce si imprimono perché l’ippocampo — l’area deputata a costruire ricordi narrativi e contestualizzati — nei primi anni di vita non è ancora pienamente sviluppato. A fare da “archivio” rimane soprattutto l’amigdala, che registra le esperienze attraverso il linguaggio delle sensazioni e delle reazioni corporee.

È per questo che un trauma infantile non viene ricordato come una storia, ma riemerge sotto forma di emozioni automatiche: paura improvvisa, vergogna, senso di solitudine o allerta costante. In altre parole, il corpo diventa il luogo della memoria e il sistema nervoso continua a rispondere come se fosse ancora immerso in quelle condizioni originarie.

Riscoprire la calma come nutrimento

Se cerchi emozioni estreme, non è perché sei “sbagliato”, ma perché il tuo sistema nervoso ha imparato a riconoscere solo l’intensità come segno di vita. La buona notizia è che questo schema si può trasformare: non eliminando il bisogno di emozioni, ma imparando a sentire la calma come fonte di pienezza.

È proprio questo il cuore del mio libro “Il mondo con i tuoi occhi“. Lì troverai strumenti concreti ed eserciizi efficaci per riconoscere i copioni invisibili che ti portano a inseguire ciò che ti ferisce, e per imparare a costruire un rapporto diverso con te stesso e con gli altri. Non un manuale di regole, ma una guida per comprendere il linguaggio silenzioso delle tue emozioni e riscrivere il tuo modo di stare al mondo.

Leggerlo significa intraprendere un viaggio dal vuoto alla pienezza, dal bisogno di scosse alla scoperta che la stabilità può essere la forma più autentica di intensità. Perché la vera libertà non è inseguire ciò che ti scuote, ma scegliere finalmente ciò che ti nutre. Il mio libro è disponibile in libreria e qui su Amazon

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