Quando è stata l’ultima volta che hai rivolto a te stesso un complimento? Non per qualcosa che hai prodotto, raggiunto o dimostrato. Non perché sei riuscito a essere efficiente, disponibile, impeccabile o all’altezza delle aspettative. Quando è stata l’ultima volta che ti sei riconosciuto qualcosa di buono semplicemente per il modo in cui hai attraversato una giornata difficile, per la pazienza che hai avuto, per la sensibilità che conservi o per il coraggio con cui continui a provarci?
Ti sei mai chiesto se, rivolgendoti a te stesso in modo più compassionevole, potresti cambiare non soltanto ciò che pensi di te, ma anche il modo in cui reagisci agli errori, alle critiche e ai rifiuti?
Molte persone credono che il proprio valore sia qualcosa che gli altri debbano riconoscere
Aspettano di essere scelte, apprezzate, desiderate, confermate. E quando quella conferma non arriva, iniziano a dubitare di sé. Il problema è che, se affidi agli altri il compito di stabilire quanto vali, il tuo senso di te diventa instabile. Cambia a seconda di chi hai davanti, di come vieni trattato, del risultato che ottieni e persino dell’umore delle persone che incontri. Non sei tu a sentirti valido. Ti senti valido soltanto quando qualcuno te lo concede.
Il valore personale non nasce nel vuoto.
Durante l’infanzia impariamo chi siamo attraverso il modo in cui veniamo guardati, ascoltati e trattati. Quando un bambino riceve attenzione soprattutto se si comporta bene, ottiene risultati o non crea problemi, può iniziare ad associare il proprio valore alla prestazione. Non pensa consapevolmente: “Valgo soltanto quando sono bravo”. Eppure il suo sistema emotivo può organizzarsi proprio intorno a questa regola. Ecco cosa interiorizza un bambino:
- Se viene confrontato spesso con gli altri, imparerà a misurarsi.
- Se viene criticato più di quanto venga incoraggiato, svilupperà un osservatore interno severo.
- Se le sue emozioni vengono accolte con fastidio, potrà convincersi che ciò che sente sia eccessivo o inappropriato.
- Se riceve affetto in modo discontinuo, inizierà a domandarsi cosa debba fare per meritarselo.
Crescendo, queste esperienze possono trasformarsi in una voce interiore che giudica, corregge, anticipa il fallimento e ridimensiona ogni successo. Anche quando gli altri non stanno criticando, la persona continua a farlo al loro posto. È così che lo sguardo esterno diventa un giudice interno.
Perché i complimenti non riescono mai a bastare
Quando il valore personale dipende dal riconoscimento esterno, ogni conferma produce un sollievo temporaneo, ma difficilmente diventa una certezza stabile. Puoi ricevere dieci complimenti e restare turbato dall’unica critica. Puoi ottenere un risultato importante e pensare che sia stato un caso. Puoi essere amato e continuare a temere che l’altro, conoscendoti davvero, cambi idea.
Questo accade perché il cervello non registra soltanto ciò che ti viene detto nel presente. Interpreta ciò che accade attraverso le aspettative costruite nel tempo. Mi spiego meglio! Se hai imparato a percepirti come inadeguato, tenderai a dare più peso alle informazioni che confermano quell’idea. Un’espressione distratta, una risposta tardiva o un commento poco delicato possono diventare prove della tua insufficienza, mentre l’affetto, la stima e la presenza degli altri vengono minimizzati o considerati provvisori.
Non è semplice pessimismo. È una forma di coerenza interna: la mente tende a proteggere l’immagine di sé che conosce, anche quando quell’immagine fa soffrire. Per questo non basta che qualcuno ti dica che vali. Se dentro di te continui a trattarti come una persona che deve guadagnarsi il diritto di essere amata, ogni conferma resterà fragile.
Decidere il proprio valore non significa sentirsi superiori
Stabilire autonomamente il proprio valore non significa considerarsi migliori degli altri, ignorare i propri limiti o evitare qualsiasi confronto con la realtà. Significa smettere di confondere il valore della persona con il risultato del momento. Ovvero…
- Puoi commettere un errore senza diventare un errore.
- Puoi essere rifiutato senza essere privo di valore.
- Puoi non piacere a qualcuno senza essere sbagliato.
- Puoi fallire in un progetto senza trasformare quel fallimento in una definizione della tua identità.
Una persona con un senso di sé sufficientemente stabile riesce a riconoscere le proprie responsabilità senza umiliarsi. Può correggersi senza disprezzarsi, ascoltare una critica senza lasciarsi annientare e accettare di avere dei limiti senza considerarli una colpa.
Come si ricostruisce il valore personale
La prima piccola rivoluzione consiste nell’accorgerti di come ti parli. Prova a osservare cosa accade dentro di te quando sbagli, quando qualcuno non ti risponde, quando ti senti escluso o quando non riesci a raggiungere un obiettivo. Quali parole utilizzi? Ti incoraggi a comprendere ciò che è successo oppure trasformi immediatamente la difficoltà in un’accusa contro di te?
Molte persone si rivolgono a se stesse con una durezza che non userebbero mai con qualcuno a cui vogliono bene. Credono che giudicarsi serva a migliorare, ma una critica interna costante non aumenta necessariamente la responsabilità. Spesso aumenta la vergogna, l’ansia da prestazione e la paura di esporsi.
Essere compassionevoli con se stessi non significa giustificare ogni comportamento. Significa creare le condizioni interiori per guardare ciò che non funziona senza dover proteggersi dall’umiliazione. Per esempio, puoi chiederti:
- “Che cosa direi a una persona che amo, se si trovasse nella mia situazione?”
- “Sto valutando ciò che è successo oppure sto mettendo sotto processo tutta la mia identità?”
- “Questa voce mi aiuta a crescere oppure mi sta soltanto facendo sentire più piccolo?”
Inizia inoltre a riconoscere qualità che non dipendono dalla produttività. La capacità di comprendere, la sensibilità, la lealtà, l’ironia, la perseveranza, la curiosità, il modo in cui sai esserci, la disponibilità a rivederti e persino la capacità di chiedere aiuto raccontano qualcosa di te che nessun risultato può misurare interamente.
Un altro passaggio fondamentale consiste nel tollerare che non tutti ti approvino
Finché avrai bisogno di piacere a chiunque, sarai costretto a modificarti continuamente, a reprimere parti di te e a interpretare ogni disaccordo come una minaccia. Non essere scelti da qualcuno non significa non essere degni di scelta. A volte significa semplicemente che due persone desiderano cose diverse, hanno sensibilità differenti o non possono incontrarsi nel modo sperato.
Il modo in cui ti tratti cambia anche ciò che accetti
Quando non riconosci il tuo valore, puoi abituarti a relazioni, ambienti e situazioni che continuano a metterlo in discussione. Potresti rimanere dove vieni svalutato perché speri di ottenere finalmente approvazione. Potresti dare troppo, spiegarti troppo, aspettare troppo. Potresti cercare di dimostrare di essere abbastanza proprio davanti a chi continua a farti sentire insufficiente.
Ma non tutte le persone devono essere convinte del tuo valore.
Forse dovresti iniziare a scegliere con più attenzione le persone di cui ti circondi. Chiediti come si pongono nei tuoi confronti: sanno ascoltarti, rispettano i tuoi limiti, accolgono anche le tue fragilità oppure sono esigenti, poco empatiche e ti fanno sentire costantemente in difetto? In quest’ultimo caso, forse è il momento di prendere le distanze. La tua serenità deve diventare una priorità, non il prezzo da pagare per mantenere qualcuno nella tua vita
Questo non significa diventare rigidi o intolleranti. Significa distinguere una relazione in cui puoi crescere da una relazione in cui devi continuamente ridurti per poter restare. E fidati, quando il tuo valore non è più continuamente negoziabile, inizi a scegliere con maggiore chiarezza dove restare e da cosa allontanarti.
Non devi aspettare di crederci completamente
Può darsi che oggi tu non riesca ancora a sentirti una persona di valore. Può darsi che le parole gentili rivolte a te stesso ti sembrino artificiali, esagerate o persino imbarazzanti. Non è necessario passare improvvisamente dal disprezzo all’amore incondizionato. A volte il primo passo è molto più semplice: smettere di aggiungere dolore al dolore. Per esempio…
- Invece di dirti “Sono incapace”, puoi riconoscere: “Questa cosa non mi è riuscita”.
- Invece di pensare “Nessuno mi amerà”, puoi dirti: “In questo momento mi sento rifiutato e questo mi ferisce”.
- Invece di concludere “Non valgo abbastanza”, puoi chiederti: “Quale vecchia paura si sta riattivando dentro di me?”
Le parole contano perché definiscono il modo in cui il sistema nervoso interpreta ciò che stai vivendo. Un linguaggio interno aggressivo mantiene il corpo in una condizione di minaccia, mentre una voce più comprensiva permette di restare a contatto con l’esperienza senza esserne travolti.
Il tuo valore non deve essere meritato ogni giorno
Forse per molto tempo hai pensato che, diventando più bravo, più bello, più forte, più utile o più facile da amare, avresti finalmente raggiunto una versione di te degna di approvazione. Ma il valore non è un premio che ricevi quando hai corretto ogni difetto. È il punto da cui dovresti poter partire.
Se riconosci il tuo valore, puoi migliorare senza odiarti, amare senza annullarti, ricevere una critica senza crollare e affrontare un rifiuto senza trasformarlo nella prova che non meriti nulla. Gli altri potranno apprezzarti oppure no. Potranno comprenderti, fraintenderti, sceglierti o allontanarsi. Il loro comportamento potrà ferirti e avrà certamente un significato, ma non dovrebbe possedere il potere di stabilire definitivamente chi sei.
Il tuo valore non aumenta quando qualcuno ti sceglie e non diminuisce quando qualcuno non sa vederti
Comincia dal modo in cui ti rivolgi a te stesso, soprattutto nei giorni in cui hai meno motivi per essere fiero di te. È proprio lì che puoi interrompere la vecchia abitudine di offrirti rispetto soltanto quando te lo sei guadagnato. Perché decidere il proprio valore significa, prima di tutto, non abbandonarsi ogni volta che qualcosa va storto.
Ho approfondito queste tematiche nel mio ultimo libro, “Lascia che la felicità accada”, perché molte persone non soffrono soltanto per ciò che gli altri pensano di loro, ma per aver interiorizzato quello sguardo fino a trasformarlo nel proprio modo di giudicarsi. Quando per anni hai imparato a sentirti adeguato solo se approvato, utile, scelto o all’altezza, non basta ripeterti che devi volerti bene.
È necessario riconoscere da dove nasce quella misura così severa e costruire, poco alla volta, un criterio interno più stabile. Un modo di guardarti che non cambi ogni volta che qualcuno ti delude, ti critica o non riesce a vedere ciò che sei. Il libro è disponibile a questo link su Amazon e in tutte le librerie d’Italia…ti aspetto tra le pagine.
E se ti va, seguimi sul mio profilo Instagram: @anamaria.sepe.
Ti aspetto lì per continuare il viaggio