Il falso io: le maschere invisibili che ci rendono prigionieri

Chi è “ingabbiato nella maschera” non vede il proprio Sé ma coglie in essa l’unico ed esclusivo modo di esserci.

Nessuno di noi può mostrare interamente sé stesso perché quasi nessuno accetta interamente sé stesso per cui, tutti in maniera più o meno evidente, sviluppiamo delle maschere che sono sia di copertura che di protezione. Esse nascono dal fatto che, fin da piccoli, siamo chiamati ad intrecciare complicatissimi rapporti tra la nostra coscienza individuale, la famiglia e la società.

E’ chiaro che le esigenze ed i bisogni personali non sempre possono collimare con ciò che ci viene richiesto dall’esterno per cui,  in questo sfondo di situazioni, siamo costretti a forgiare delle maschere che, se da un lato ci aiutano a relazionarci con il mondo evitando di sentirci troppo spesso “nudi e senza difesa”, dall’altro, soprattutto quando sono troppo rigide, ci spingono a nascondere la nostra vera natura fino al punto di sviluppare un falso Sé.

Le maschere tuttavia, sono necessarie e, se ne siamo un minimo coscienti, ci aiutano ad entrare ed uscire dai vari ruoli a cui la società ci chiama: ci sono circostanze in cui dobbiamo mimetizzarci di più ed altri dove possiamo respirare perché possiamo lasciarci andare ed essere più veri e spontanei.

Pur di garantirsi “a tutti i costi” la protezione dell’altro, si è disposti ad “affidare la propria anima al diavolo”, ossia si è disposti a qualsiasi menzogna, a non essere mai se stessi. Nell’inautenticità si rimane fissati in ruoli, maschere, false modalità dell’esserci.

Ogni maschera è un “troppo” che ci caratterizza (troppo buono, troppo servizievole, troppo iroso, troppo passivo, ecc.). che fa emergere emozioni parassite, che occulta emozioni indesiderate. E’ un eccesso, un comportamento automatico che si ripete, una finzione funzione, che raggiunge lo scopo di mitigare l’angoscia della solitudine attraverso dinamiche di controllo e potere.

Le maschere o finzioni funzionali secondo la psicologia

Chi è “ingabbiato nella maschera” non vede il proprio Sé ma coglie in essa l’unico ed esclusivo modo di esserci. Le maschere o “finzioni funzionali” o “rappresentazioni abituali del falso Sé” o “enneatipi in regressione” più frequenti sono:

La maschera persecutoria

Le azioni della quale si concentrano sulle seguenti modalità comportamentale: il ricattare e l’intimidire, con il ricorso ad un atteggiamento aggressivo verbale e fisico; il chiedere con comportamenti arroganti, vendicativi, colpevolizzanti e pretenziosi; la colpevolizzazione.

La maschera narcisistica

Rappresentata da un eccesso di innocenza o ingenuità o falsa e melensa modestia, attraverso la quale il soggetto, impossibilitato a vedere l’altro per quello che è tende ad idealizzarlo o a manipolarlo.

La maschera vittimistica o depressiva

Si manifesta con la tendenza alla svalutazione di sé per avere il controllo dell’altro. E’ una delle forme di manipolazione più potente che esista.

La maschera del salvatore

Si manifesta attraverso il soccorrere, l’iper-accudire, un’accentuata sollecitudine a soddisfare tutte le necessità dell’altro per renderlo ulteriormente dipendente.

La maschera dell’evitante

Il soggetto, al fine di evitare una condizione di assorbimento intersoggettivo  che lo porrebbe nella condizione di sentirsi invaso dall’altro, reagisce assumendo un atteggiamento di freddezza, noncuranza, assenza di passione e cinico distacco.

La maschera del manipolatore affettivo

Il soggetto cerca di corrompere l’altro, con il potere, il denaro, l’amore, il sesso, la generosità, l’adulazione, la compiacenza, lo squadro magnetico e il fascino.

La maschera del dipendente

Si manifesta attraverso l’elemosinare affetto e il pietire l’amore dell’altro.

La maschera della falsa ricettività o remissiva compiacenza

Si manifesta nella forma della falsa disponibilità o della compiacenza o nel non dire mai di no di fronte ad ogni richiesta.

La maschera della falsa passività

Si manifesta attraverso il mancato coinvolgimento affettivo, energetico e la paura di amare, con l’intento non solo di deresponsabilizzarsi, ma soprattutto di ottenere che l’altro faccia qualcosa al nostro posto.

La maschera della falsa autosufficienza

Nasconde la paura di essere rifiutato ed abbandonato.

Per concludere…

Se la  maschera è “di inadeguatezza” ecco che la visione del mondo sarà caratterizzata da insicurezza, senso di difficoltà, paura, svalutazione e diffidenza nei confronti dell’esterno: questa “maschera”, anche se non corrisponde alla vera identità del soggetto – che avrà ovviamente anche altre qualità –  farà sì che lo stesso venga percepito come un soggetto di cui  “diffidare” in quanto persona piena di difficoltà e di difese che non stimolano fiducia negli altri.

Ecco che la maschera – il nostro falso Sé – si impadronisce della nostra essenza non permettendoci di contattarla anzi, finisce per produrre pensieri e comportamenti che attraggono esattamente l’uguale.

Una maschera troppo rigida tende a portare a regressioni il che può essere un vero pericolo per la psiche che si trova a non avere un sufficiente spazio per crescere.

E’ quindi importantissimo capire bene quali sono le “maschere” che abbiamo dovuto indossare in modo da utilizzarle al meglio per sviluppare le qualità e capacità intrinseche che possono poi guidarci alla costruzione della reale identità dell’Io.

Per evolvere, conoscere ed amare in autenticità d’intenti, per guarire le nostre relazioni ed il nostro corpo, occorre che diventiamo consapevoli delle nostre maschere e del modo in cui ci imprigionano nelle nostre quotidiane menzogne.

Testo parziale tratto da “La natura dei conflitti” di F. Manetti”

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Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi. Admin del sito

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