
E subito dopo arriva la frase che dovrebbe sistemare tutto: “Ma dai, stavo scherzando.”
Solo che non sempre lo sistema. A volte lo rende persino più difficile da pensare. Perché da quel momento non dobbiamo più soltanto fare i conti con ciò che è stato detto. Dobbiamo anche dimostrare di non essere troppo suscettibili, troppo fragili, troppo permalosi.
Ed è qui che una semplice battuta può trasformarsi in qualcosa di psicologicamente molto più complesso un’aggressione che conserva sempre una via di fuga. Ti colpisco, ma posso negare di averti colpito. Se reagisci, il problema diventi tu. Questa ambiguità è uno degli aspetti più interessanti dell’ironia utilizzata nelle relazioni.
Quando veniamo derisi, per qualche istante succede qualcosa di più sottile: la nostra immagine passa nelle mani dell’altro. Non siamo più soltanto ciò che sentiamo di essere. Diventiamo quello che qualcuno sta mostrando di noi. Il goffo. Quella troppo sensibile. Quello che non capisce mai niente. La gelosa. Il fallito della famiglia. Quella che ingrassa sempre. Quello che “tanto lo conosciamo”. Ed è proprio qui che la presa in giro incontra un terreno profondamente psichico: la rappresentazione di sé sotto lo sguardo dell’altro.
6 segnali che non è solo una battuta
Naturalmente, l’ironia non è di per sé aggressiva. Può essere intimità, intelligenza, gioco, erotismo, complicità. Nelle relazioni sufficientemente sicure possiamo prenderci in giro anche ferocemente sapendo che, sotto la battuta, il nostro valore non è realmente in discussione. Il problema nasce quando l’umorismo comincia a svolgere un’altra funzione. E ci sono alcuni segnali che aiutano a riconoscerlo.
1. La battuta torna sempre sul punto in cui sei più vulnerabile
Una presa in giro occasionale può essere semplicemente maldestra. Diverso è quando l’ironia possiede una sorta di precisione chirurgica e torna sempre lì: sul corpo, sull’età, sul lavoro, sul denaro, su un insuccesso sentimentale, sulla famiglia, magari perfino su qualcosa che avevamo raccontato in un momento di intimità.
Non significa necessariamente che l’altro stia pianificando consapevolmente di ferirci. Molte dinamiche relazionali si organizzano ben al di sotto dell’intenzione cosciente. Ma alcune aree della nostra identità sono narcisisticamente più investite di altre, e “narcisistico”, qui, non significa vanitoso. Riguarda il bisogno di mantenere una rappresentazione di sé sufficientemente integra, degna e riconoscibile.
Se qualcuno scherza proprio sulla zona nella quale siamo già vulnerabili — sono abbastanza desiderabile? abbastanza intelligente? valgo quanto gli altri? — la battuta non arriva mai da sola. Incontra materiale già emotivamente carico. È anche per questo che certe parole riescono a entrare tanto in profondità: non creano necessariamente la ferita, ma trovano esattamente il punto in cui esiste già una sensibilità.
2. La presa in giro funziona meglio quando c’è un pubblico
Certe battute vengono fatte soprattutto davanti agli altri: a tavola, tra amici, durante una riunione, in famiglia. E spesso diventano ancora più insistenti se qualcuno ride.
È un dettaglio importante, perché la derisione pubblica introduce qualcosa che nella critica privata non esiste: la gestione della nostra immagine sociale. Non dobbiamo più confrontarci soltanto con chi ha pronunciato la frase. Improvvisamente entrano nella scena gli sguardi degli altri e ciò che immaginiamo stiano pensando di noi.
Staranno pensando che abbia ragione? Adesso noteranno tutti questa cosa? Sembro davvero ridicolo? La vergogna possiede proprio questa struttura: contiene un Sé che, per qualche istante, si osserva dall’esterno. Smettiamo di essere semplicemente dentro la nostra esperienza e iniziamo a guardarci dalla platea. È uno dei motivi per cui l’umiliazione può risultare così invasiva: non suggerisce soltanto hai fatto qualcosa di sbagliato, ma può insinuare qualcosa di molto più corrosivo, cioè “c’è qualcosa di ridicolo in ciò che sei, e adesso lo vedono tutti”.
3. Quando dici che ti ha ferito, improvvisamente il problema diventi tu
«Ma stavo scherzando», «non si può dire niente con te», «quanto sei permalosa», «te la prendi sempre». Sono frasi interessanti perché introducono un piccolo rovesciamento. Prima qualcuno dice qualcosa che ci colpisce, noi manifestiamo il disagio e, pochi secondi dopo, non stiamo più parlando di ciò che è stato detto. Stiamo parlando del fatto che noi avremmo reagito male.
È una dinamica psicologicamente molto efficace perché permette a chi ha formulato la battuta di mantenere il controllo sia sul messaggio sia sulla sua interpretazione. Potremmo parlare di aggressività denegabile: posso colpirti conservando contemporaneamente la possibilità di negare che si sia trattato di un colpo. Se ridi, tutto bene. Se protesti, diventa un problema della tua eccessiva sensibilità.
E c’è un passaggio ancora più sottile. Non viene semplicemente contestata la nostra reazione: viene messa in discussione la nostra autorità sulla nostra stessa esperienza. Io dico qualcosa, tu mi comunichi che ti ha ferito e io stabilisco che non avevi motivo di sentirti ferito. A quel punto non stiamo più discutendo di umorismo. Stiamo negoziando chi, nella relazione, abbia il diritto di definire ciò che è appena accaduto.
4. Cominci a prenderti in giro da solo, prima che possano farlo gli altri
Questo è forse uno dei segnali meno evidenti, perché la persona presa in giro non sempre protesta. A volte diventa la più divertente del gruppo, anticipa la battuta, si svaluta da sola, offre spontaneamente agli altri il punto sul quale potrebbero colpirla.
«Sono proprio un’idiota.» «Tanto lo sappiamo che sono quella incapace.» «Con questo fisico, figurati.» «Io scelgo sempre uomini impossibili, ormai sono un caso clinico.»
L’autoironia può naturalmente essere una forma di libertà psichica. Saper ridere di sé significa anche non avere bisogno di proteggere continuamente un’immagine perfetta. Ma esiste un’altra autoironia, molto meno libera, che potremmo chiamare auto-svalutazione preventiva. La logica implicita è semplice: se dico io per primo la cosa peggiore su di me, nessuno potrà sorprendermi dicendola.
È un modo per recuperare controllo sulla ferita
Se so già che il gruppo potrebbe colpirmi lì, posso prendere possesso della scena anticipandolo. E in questo senso la persona non si sta semplicemente divertendo: si sta mettendo dalla parte di chi potrebbe giudicarla, per non restare completamente dalla parte di chi viene giudicato.
Quando questa modalità affonda molto indietro nella storia personale, può ricordare una forma di identificazione con l’aggressore: assumere qualcosa della posizione di chi possiede il potere può rendere meno intollerabile sentirsi nella posizione di chi lo subisce. Da fuori sembra sicurezza. A volte, invece, è una protezione molto antica diventata brillante.
5. Il gruppo ti assegna un personaggio e le battute servono a mantenerlo in vita
Quasi tutte le famiglie e i gruppi costruiscono piccole mitologie sui propri membri. C’è “quella ansiosa”, “quello tirchio”, “il disastro con le donne”, “la principessa”, “quello che non combina mai niente”. All’inizio può sembrare soltanto un tormentone, ma a forza di ripeterlo quella definizione può cominciare a precedere la persona.
Se sei “quella ansiosa”, verranno notati soprattutto i momenti in cui ti agiti. Se sei “quello egoista”, ogni tuo no diventerà una conferma. Se sei “quella incapace”, il tuo errore avrà molta più visibilità dei tuoi successi. La battuta smette così di descrivere un comportamento e comincia a cristallizzare un’identità.
Dal punto di vista psicodinamico, i gruppi tendono spesso a stabilizzare i propri membri dentro rappresentazioni relativamente fisse, perché i ruoli rendono le relazioni più prevedibili. Il problema nasce quando quella prevedibilità viene pagata da qualcuno con la propria complessità. Non vieni più visto per ciò che sei: vieni riconosciuto soprattutto quando corrispondi alla parte che ti è stata assegnata.
Ed è così che una battuta ripetuta cento volte può finire per sembrare una verità. Non perché lo sia, ma perché il gruppo ha imparato a guardarti soltanto attraverso quella lente.
6. Dopo quelle battute inizi a modificarti anche quando nessuno sta scherzando
Questo è probabilmente il segnale più importante. La presa in giro finisce, ma tu continui ad anticiparla. Pensi due volte prima di raccontare qualcosa, eviti certi vestiti, controlli quanto mangi davanti agli altri, non racconti più un errore, prepari una risposta prima di incontrare qualcuno, diventi più silenzioso in determinate compagnie.
Ed è qui che la dinamica ha già fatto un salto di qualità, perché l’altro non ha più bisogno di prenderti in giro: hai cominciato a regolarti in funzione della possibilità che possa farlo.
La scena esterna si trasforma in una forma di sorveglianza interna. Dopo essere stati osservati, giudicati o derisi molte volte, possiamo finire per guardarci con quegli stessi occhi anche quando chi ci giudicava non è presente. Ed è spesso questa la conseguenza più dolorosa: non la battuta in sé, ma il fatto che lentamente cominciamo a restringere la nostra spontaneità per non offrire agli altri qualcosa che possa essere utilizzato contro di noi.
Perché a volte continuiamo a stare proprio con chi ci fa sentire così?
Perché l’appartenenza pesa moltissimo, e lo impariamo molto presto. Immaginiamo un bambino che venga frequentemente preso in giro in famiglia. Ogni volta che protesta, gli adulti ridono ancora di più: «Eccolo, si è offeso!», «Ma come sei pesante», «Guarda che faccia».
Quel bambino dispone di poche strategie. Può arrabbiarsi, ritirarsi, piangere oppure fare qualcosa di estremamente adattivo: ridere insieme agli altri. Se ride anche lui, la distanza dal gruppo diminuisce. Per qualche istante smette di essere soltanto l’oggetto della scena e torna dalla parte di chi la osserva. Non sta scegliendo consapevolmente una strategia. Sta proteggendo il legame con gli strumenti che possiede.
Il problema è che gli adattamenti infantili hanno un talento particolare: possono sopravvivere all’ambiente che li ha resi necessari. E così, anni dopo, possiamo continuare a tollerare battute che ci feriscono, minimizzarle, parteciparvi e magari sentirci persino in colpa quando finalmente proviamo a dire: «Questa cosa non mi fa ridere».
Il vero criterio non è quanto sia pesante la battuta
Tutti possiamo dire qualcosa di infelice, non conoscere un punto sensibile dell’altro, sbagliare tono o pensare di essere divertenti e scoprire di non esserlo affatto. Una singola battuta, da sola, racconta relativamente poco di una relazione. Molto più interessante è ciò che succede dopo.
Le relazioni sufficientemente sicure possiedono una capacità fondamentale: la riparazione. Non servono grandi discorsi. A volte basta: «Non avevo capito», «mi dispiace», «su questo non scherzerò più».
Non è necessario che l’altro comprenda fino in fondo perché quella frase ci abbia ferito. La mentalizzazione consiste anche nella capacità di riconoscere che l’altro possiede una mente distinta dalla nostra. Quello che per me pesa tre grammi, per te può pesarne cento. Non dobbiamo sentire nello stesso modo per poterci rispettare.
Quando invece il confine viene ridicolizzato, contestato o utilizzato per un’ulteriore presa in giro, il problema non è più avere sensibilità differenti. È che uno dei due pretende che la propria lettura dell’esperienza cancelli quella dell’altro.
Ritornare a sé, per non farsi più definire dagli altri
Smettere di farti ferire dagli altri non significa diventare insensibile. Significa diventare libero. Libero da ciò che non ti rappresenta. Libero da quel bisogno continuo di approvazione. Libero di restare in contatto con le tue emozioni, senza esserne travolto.
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È un viaggio che parte dalle ferite del passato e arriva a un punto essenziale: la possibilità di costruire una felicità su misura, che non dipenda più da quanto vieni validato o compreso, ma da quanto impari a vederti, riconoscerti e accoglierti. Perché c’è una forza immensa nel dire: Quello che pensi di me non è quello che sono. E anche se mi ferisce, posso guarire.” E ogni volta che lo ripeti, stai insegnando al tuo cuore – e al tuo cervello – che sei al sicuro, anche quando il mondo non lo è. Per immergerti nella lettura e farne tesoro, puoi ordinarlo a questo link su Amazon e in tutte le librerie d’Italia…ti aspetto tra le pagine.
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