Malattie della pelle e psicosomatica: quando le emozioni si trasferiscono sulla pelle

psicoosomatica della pelle

Siamo ciò che pensiamo. Tutto quello che siamo nasce dai nostri pensieri. Con i nostri pensieri creiamo il mondo” Buddha

La pelle può essere considerata a buon diritto come una vera e propria pagina su cui scrivere la nostra psiche. Essa è prima di tutto Identità, è Memoria (pensate alle rughe, alle cicatrici come tracce del nostro passato), è Relazione (ci mette in contatto con gli altri e allo stesso tempo ci protegge e ci isola). Si può affermare che è il nostro terzo cervello (il secondo, per chi non lo sapesse, è l’intestino).

Malattie della pelle e psicosomatica

Tutte le malattie della pelle – di pertinenza perciò del dermatologo – possono essere di origine emotiva, possono essere messaggi che si segnano sulla mappa corporea visibile per indicare una situazione di forte disagio e squilibrio interiore. Eritemi, esantemi, eczemi, psoriasi, ma anche screpolature, essudazioni, pelle seborroica, acne, colore rossastro o giallastro, edemi, verruche, couperose ecc., possono rientrare in un codice di espressività corporea, che rivela un sottostante disagio psichico e/o una difficoltà relazionale..

Il fatto poi che possiamo nascere già con certi indicatori (es. angiomi o ittero) potrebbe indicare che anche nella vita fetale l’essere reagisce emotivamente a energie perturbanti e le segnala sulla sua pelle.

L’interpretazione in chiave simbolica, psicosomatica, delle malattie consente di integrarne il messaggio profondo a livello della coscienza, in questo modo si può eliminare la vera causa di un disagio ed il corpo può guarire.

Se si elimina il sintomo, il malessere non svanisce anzi…..

Viceversa se eliminiamo solo l’effetto di uno squilibrio interiore, cioè il sintomo, con qualsiasi terapia, esso è destinato a ripresentarsi nello stesso organo o, peggio, in un altro situato più in profondità (vicariazione regressiva). A tal proposito va sottolineato, per precisione ed in estrema sintesi, che gli organi al quale la pelle è più intimamente connessa sono i polmoni, perché li assiste nello loro ruolo di assimilazione dell’energia dall’aria (= scambio gassoso).

La pelle aiuta tutti gli organi interni, quando intossicati, affaticati o ostruiti, a eliminare le tossine (con il sudore, gli arrossamenti, gli odori, le pustole, ecc.=

Non potendo essere esaustiva e scrivere un trattato sull’argomento, mi limito a citare due tra i più diffusi disturbi dermatologici, differenti tra loro, che difficilmente trovano soluzione con le cure farmacologiche: psoriasi e vitiligine.

Psoriasi in chiave psicosomatica

La psoriasi è una malattia cutanea cronica, caratterizzata da fasi di miglioramento e fasi di riacutizzazione. Esordisce solitamente in adolescenza o prima età adulta e tende a peggiorare con lo stress. Si presenta come una corazza, dura, secca, ruvida e poco avvenente. Riuscite da soli ad intuirne in messaggio?

Essa generalmente, secondo diversi esperti di psicosomatica, maschera un forte desiderio segreto di essere amati e accarezzati. Sopraggiunge quasi sempre dopo un trauma morale, in una persona vulnerabile e sensibile (una sensibilità “a fior di pelle”), che ha paura di essere ferita di nuovo e quindi si protegge in modo preventivo estremo.

C’è quindi una reazione di difesa ad un’aggressione, reale o immaginaria, ad un qualcosa che arriva dall’esterno e che la persona percepisce come pericolosa. Ci può essere stata una perdita di un oggetto ideale, reale o immaginario, inconsciamente vissuta come rifiuto o di abbandono, con conseguente sentimento di umiliazione e vergogna.

Tuttavia, la lesione conosce anche fasi di ricostruzione, nelle quali la corazza si riduce e lascia il posto a un eritema acceso che brucia e prude e che assomiglia a una “brace” in mezzo alla cenere. Simbolicamente cioè, la pulsione a lasciar fluire le emozioni tenta di farsi largo fra le difese che la persona ha messo tra sé e il mondo.

Le persone affette da psoriasi sembrano avere in comune alcuni tratti importanti

  • per quanto possano sembrare socievoli, non mettono mai in gioco, nella relazione, il loro nucleo profondo: l’interlocutore, anche il partner, sente che “oltre un certo punto” essi non permettono di entrare e che non si mettono mai in gioco del tutto; sensibili e suscettibili, non sopportano le critiche;
  • fanno fatica a esprimere le emozioni in modo diretto e lineare, e altrettanta ne fanno ad assorbirle dall’esterno senza mediazioni verbali che ne riducano l’intensità e l’immediatezza;
  • si percepiscono fragili in alcuni ambiti (soprattutto affettivi), e per non affrontare il problema si dichiarano indipendenti, senza accorgersi di cadere spesso in un atteggiamento di continua richiesta di supporto = mi sovviene la metafora con l’uovo, forte apparentemente, con un guscio protettivo, ma estremamente fragile dentro: va maneggiato con cura. Mi chiedo con curiosità quali parole e quali metafore utilizzerebbe chi ne soffre.

Lo psicoanalista Luis Chiozza, tra le varie interpretazioni, vede questo sintomo anche come un meccanismo che imita il cambiamento della pelle dei rettili, che rispondono in questo modo alla necessità di crescere.

Possiamo ipotizzare quindi che nel modello psoriasico possa essersi installato un comportamento arcaico e la continua rigenerazione della pelle rappresenti un tentativo fallito di adattarsi alle richieste di una vita che cambia. Alla mancanza di flessibilità di cambiamento fa da riflesso una mancanza di adattamento del comportamento.

C’è un tentativo di cambiare identità da un lato, ma dall’altro la convinzione di essere inferiore agli altri. Si osserva infatti che i pazienti affetti da psoriasi, più di altri pazienti con malattie cutanee diverse, si sentono inutili, sporchi, intoccabili ed hanno paura di essere isolati, respinti; fantasticano di essere abbandonati e di vivere l’emarginazione e la mancanza di riconoscimento d’identità proprio come avviene alla casta degli “intoccabili” indù.

Questa sofferenza ha ripercussioni sull’aspetto emotivo-psicologico (ecco come la somatopsichica che si integra con la psicosomatica!) e va affrontata per non aggravare i sintomi.

Vitiligine in chiave psicosomatica

La vitiligine si manifesta invece con come chiazze bianco-latte sulla pelle prive di melanina e/o con piccole parti di ciglia, sopracciglia o ciocche di capelli completamente bianchi.Compare all’improvviso prima dei vent’anni e può anche coprire tutto il corpo.

La guarigione completa sembra essere impossibile. Eppure non è sempre cosi. Essa esprime la difficoltà a superare una separazione, una perdita di contatto o di comunicazione. Può comparire dopo un lutto (non dimentichiamo che in molte culture il bianco è il colore del lutto) o dopo un rifiuto sentito come rottura definitiva. Spesso nei bambini la vitiligine compare alla nascita di un fratellino, oppure nel bambini più emotivi di fronte alle difficoltà scolastiche”.

Scompare la melatonina, il colorante della pelle, e pertanto siamo privi di protezione nei confronti del sole, ma c’è anche un abbassamento delle difese immunitarie: un evento traumatico può farci sentire “senza difese”, non protetti in senso lato. Secondo un’altra interpretazione la vitiligine può essere collegata ad un segno di vergogna, sviluppato in passato dopo un tradimento (fatto o subito), dopo aver subito una violenza, aver avuto una malattie venerea, o ancora aver scoperto di essere sieropositivo, ecc

La zona in cui le malattie della pelle si manifestano

Non meno importante dell’interpretazione generale, è la zona in cui le malattie della pelle si manifestano: il viso è strettamente legato all’immagine sociale di sé, e quindi un disturbo in quest’area può indicare una eccessiva sensibilità al giudizio degli altri e una difficoltà ad amarsi, i gomiti e le ginocchia (punti di appoggio del corpo) possono indicare che la persona, magari in modo ambivalente, tende ad appoggiarsi troppo e a pretendere troppo da chi gli sta accanto, ecc.

Davvero è molto importante decodificare il sintomo, ma comprendo che chi vive uno stato di disagio non voglia più provarlo, chi ha dolore vuole eliminarlo “prima di subito”: è legittimo! Ciò che la psicosomatica suggerisce è di curare la malattia e i sintomi (magari con terapie dolci, “alternative” al farmaco di sintesi, come la fototerapia, le terme, l’omeopatia, ecc.), ma permettendosi di prendersi cura di se stessi a 360° e quindi concedendosi del tempo e la possibilità di cercare la risposta alle domande: “Perché mi sono ammalato?”, “Cosa vuole dirmi questo sintomo?”.

Una seconda doverosa precisazione è questa: tutte le migliori o più recenti interpretazioni fornite dai grandi psicosomatisti non saranno mai esaustive del panorama delle malattie, che si manifestano in maniera differente in ogni singolo individuo; per riuscire a interpretare i nostri sintomi dobbiamo lavorare in prima persona facendoci delle domande e chiedendoci ad esempio: “cosa mi costringe a fare questo disturbo (che in condizioni normali non farei)?” e, parallelamente, “Che cosa mi impedisce di fare (che in condizioni normali farei)?”.

Da tenere presente che un lavoro razionale ed esclusivamente verbale non è sufficiente per rispondere a queste domande. Per interpretare correttamente un sintomo è necessaria una visione distaccata ed esterna: il contenuto che esso trasporta è già stato rifiutato dalla coscienza, altrimenti non sarebbe necessario manifestarlo con il corpo!

Qualsiasi interpretazione data ad una persona e da questa accettata di buon grado, o non è corretta o è troppo superficiale! L’interpretazione corretta è quella relativa ad un aspetto di sé che la persona non vede, che tenderà quindi a negare più o meno aspramente qualora gli si presenti davanti (così come tenderà ad essere particolarmente irritato da quelle persone che lo manifestano apertamente nella propria vita, in base al “meccanismo dello specchio”).

Io ritengo a questo proposito, che attraverso l’uso delle fiabe, della lettura, della scrittura, colorando o dipingendo sia possibile entrare in punta di piedi nell’inconscio, recuperare informazioni e inserirne delle altre più funzionali, senza “rompere in mille pezzi il guscio o la corazza”, perché rimanere senza pelle non è auspicabile.

La risposta alle domande arriva spesso come una folgorazione, un’illuminazione o uno choc improvviso. E può anche essere seguita da una risata catartica – sarebbe l’optimum! – che ci indica chiaramente una presa di distanza dalla malattia ed è quindi un indice prognostico molto favorevole!

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