5 (+3) caratteristiche del Dipendente affettivo

La Dipendenza Affettiva è una modalità patologica di vivere le relazioni sentimentali, ed è caratterizzata da comportamenti che portano la persona dipendente a sentirsi sempre meno capace, autonoma e meritevole.

Le emozioni e gli stati d’animo che tipicamente caratterizzano il vissuto interiore di chi ne è affetto, sono la paura di essere abbandonato o tradito, sfiducia e diffidenza, gelosia patologica, ossessività nel pensare al partner, desiderio di controllo, vergogna, senso di inadeguatezza e/o scarso valore personale, un senso di identità debole e sfocato e confini estremamente labili.

I comportamenti agiti nel rapporto, finalizzati a consolare dalla paura, a lenire il dolore e l’insicurezza purtroppo, non fanno che esasperare il clima nella relazione, portando i partner coinvolti a reazioni reciproche e cicliche che peggiorano il rapporto, sfociando a volte nella violenza.

Secondo il modello di Pia Mellody – che si occupa da anni di dipendenze e relazioni disfunzionali – ecco cosa accade nella relazione in cui uno dei partner è affetto da DA (dipendenza affettiva).

ATTRAZIONE: IL POTERE DELLA SEDUZIONE

Il DA è attratto dalla seduzione e dall’apparente potere che vede nel partner “evitante”: solitamente una persona impegnata in molte cose, che appare forte, sicura di sé e capace di gestire la propria vita, poiché il DA si sente incapace di farlo da solo.  La seduzione esercitata da un partner percepito come forte e “perfetto”, trasmette al DA la sensazione di sentirsi protetto, forte ed importante.

1. LA “FANTASIA DEL SALVATORE”

Si riattiva la fantasia infantile dell’eroe che salva e solleva dalle difficoltà e dalla paura e si prende cura del DA. Il DA si sente rinvigorito dalle attenzioni e dalla vicinanza dell’altro, come se fosse sotto l’effetto di una droga e, in un certo senso, in questa fase la presenza dell’altro agisce effettivamente come una sostanza che dà dipendenza. Il partner viene idealizzato e spinto a coincidere con l’eroe delle fantasie infantili mentre le sue reali caratteristiche sono negate e non viste.

2. IL SOLLIEVO DAL DOLORE

La fantasia si riattiva e il DA si sente riempito, importante, rassicurato e sostenuto dalla presenza del partner idealizzato. Cessano momentaneamente le dolorose sensazioni di vuoto, solitudine e assenza di valore personale. Questa fase del ciclo viene chiamata romancee corrisponde al picco di innamoramento verso il partner. Ricordiamo sempre che il partner evitante è incapace di donare davvero tutto ciò, non è in grado di costruire una vera intimità e soprattutto non è in grado di accogliere e gestire la dipendenza dell’altro. Perciò tende a concentrarsi all’esterno della relazione, tipicamente in una dipendenza esterna o in un’attività che lo “distrae” e che occupa molto tempo ed impegno (sport, dipendenze, lavoro, amici o altri impegni ecc.).

3. INCREMENTO DEL BISOGNO E NEGAZIONE DELLA REALTA’

Il DA inizia a percepire e manifestare un bisogno di attenzioni, contatto e presenza sempre crescente, e diventa maggiormente richiedente poiché sente che non è mai abbastanza ciò che riceve, per colmare il suo vuoto. Il partner inizia dunque a sfuggire, infastidito, rendendosi sempre meno disponibile nella relazione: Il DA non accetta di vedere questi segnali e ne nega l’evidenza, giustificando il partner con impegni professionali, stanchezza o altre ragioni che ne possano superficialmente spiegare il comportamento di allontanamento. Nonostante la negazione, il disagio interiore ed il malessere crescono.

4. DEL CROLLO DELLA NEGAZIONE

Gradualmente, il DA realizza la concretezza dei comportamenti di allontanamento e la distanza posta dal partner. Inizia a guardare la realtà in faccia e la negazione cessa: si accorge di non essere centrale e fondamentale, come desidererebbe, nella vita del partner. Con il crescere del dolore il DA cerca di controllare sempre più il partner in un’escalation di richieste, rinfacci, liti e minacce.  A questo punto il DA sovrappone l’ancestrale esperienza di abbandono a quella presente e continua a NON vedere realmente il partner poiché vede in lui l’antica figura di riferimento che lo ha abbandonato in passato. Iniziano allora i tipici comportamenti ossessivi di controllo dell’altro e di continua rinegoziazione della relazione; il DA diventa incontrollato e rabbioso e racconta all’esterno di essere stato abbandonato, cercando aiuto dagli altri per affinché impediscano al partner di continuare con i suoi comportamenti. Fa di tutto per riportare sotto controllo l’altro ricorrendo anche a modalità manipolatorie, minacciose, ricattatorie, abusanti, e autodistruttive.

5. IL RITIRO

Il DA finalmente comprende di essere stato lasciato per qualcuno o qualcosa che è più importante per il partner. Entra nella fase del ritiro in seguito alla rimozione della “sostanza” (il partner).

Tuttavia, se nelle dipendenze da sostanza la cessazione dell’assunzione porta al recupero e alla guarigione dalla dipendenza, nella DA questo non accade perché l’allontanamento definitivo del partner riattiva brutalmente le antiche emozioni di vuoto, abbandono, paura, gelosia, rabbia e, con esse, quelle più attuali di perdita di una persona amata, della sicurezza economica, di una casa o altri beni materiali, di un ruolo sociale ecc. A questo punto del ciclo, il DA sperimenta un SOVRACCARICO EMOTIVO che non sa gestire (spesso nella DA ritroviamo aspetti di disregolazione emotiva) e possono fare la loro comparsa comportamenti estremamente distruttivi: ideazione omicida o suicidaria spesso accompagnate da ricatti emotivi e stalking, estrema rabbia o depressione, ansia, panico, idee ossessive di vendetta e rivalsa.  E’ difficile restare in questa situazione il tempo necessario per guarire, sarebbe necessario un aiuto esterno.

La fase successiva

Il DA spesso dunque, per superare il dolore che tutto ciò comporta, automaticamente passa alla fase successiva.

1. OSSESSIONE

A questo punto del ciclo il DA sposta il fuoco dell’ossessione su come fare per riportare indietro il partner o su come vendicarsi del torto subito.  Se prevalgono la mancanza e il DOLORE DELL’ABBANDONO il DA cercherà in tutti i modi di recuperare il partner.

Se prevale la RABBIA sarà ossessivamente assorbito da fantasie di vendetta, a volte al limite della legalità o oltre. Quando il dolore emotivo è molto forte e sovrapposto all’abbandono vissuto in passato, compaiono forme di addiction e compulsioni finalizzate a dare sollievo dal dolore (sex addiction, ricerca di un nuovo partner, abuso di alcol, shopping compulsivo, binge eating, attaccarsi ad uno dei figli se ce ne sono, fumare in modo compulsivo ecc.).

2. ACTING-OUT COMPULSIVO

Il DA a questo punto agisce compulsivamente comportamenti atti a avere sollievo dal dolore, la cui gravità o disfunzionalità dipendono dalla gravità del disturbo:

  • Nuovo ciclo emotivo con un altro partner
  • Recuperare la relazione con il partner evitante e ricominciare il ciclo precedente
  • Comportamenti provocatori per avere l’attenzione dell’ex
  • Tentativi di seduzione dell’ex
  • Minacce per ottenere attenzioni
  • Piani di vendetta
  • Autolesionismo
  • Omicidio/suicidio

3. FASE DI RE-INNESCO

Il DA ripete il ciclo con lo stesso partner se questi ritorna nella relazione (per senso di colpa o del dovere) oppure ricerca compulsivamente un altro partner (con caratteristiche verosimilmente simili), con il quale ricomincerà molto probabilmente lo stesso ciclo disfunzionale.

A cura di Annalisa Barbier, psicoterapeuta


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Psicoterapeuta cognitivo comportamentale, dottore di Ricerca in Neuropsicologia ed esperta in Mindfulness.

1 Commento a “5 (+3) caratteristiche del Dipendente affettivo”

  1. Preferisco l’anonimato

    Ott 05. 2018

    Cavoli!! È la descrizione della mia vita. Povera mia figlia; è lei la figlia a cui mi sono attaccata e che mi subisce; mio figlio riesce a difendersi un po’. In questi due inverni passati sono passata al binge eating, mi è costato un + 20 kg. Mio marito scappa da quando eravamo fidanzati, non riesce a gestire la situazione, il suo carattere è così complementar al mio, nella disfunzione… ci stiamo massacrando dal 1985. Io sono esausta, completamente isolata pur essendo estroversa, mi sono licenziata due volte (la prima dopo un anno di matrimonio, ero impiegata di ruolo nella Pubblica amministrazione, vigile urbano; la seconda quando ero super felice, con due figli, lavoravo in una cooperativa rossa con un part time verticale annuale, contratto a tempo indeterminato, mi ha preparato la lettera di dimissioni mio marito, mia madre mi ha convinta, quattro ore di lavoro al giorno, dal lunedì al venerdì, estate libera, lavoravo nella mensa delle scuole pubbliche e nessuno disposto a tenermi i figli e andare a prenderli a scuola, nemmeno i miei genitori giovani e prepensionati, sono figlia unica, rientravo dal lavoro alle 15:30 a riprendere i figli, portavo il piccolo ai miei alle 11:00). Ora i figli sono grandi (per fortuna sua la ragazza è all’università lontano da casa; il piccolo ha la maturità quest’anno ed è indipendente da me, diciamo che mi tiene s bada con un sorriso e un abbraccio e poi fa quello che vuole) e io non ho più nemmeno lavoro di accudimento da fare, solo pulire una piccola casa e aspettare mio marito, il mio compagno che mi delude sempre. Facciamo insieme tutto quello che serve per la famiglia, ci dicono che siamo una coppia innamorata, ma io so qual è il mio vuoto, quanto grande è la mia solitudine, so quanto mi rifiuto di dare a mio marito quello che vuole, giustamente mi rifiuto, ma così anche lui è insoddisfatto. Il suicidio è stato per anni un chiodo fisso, solo l’attaccamento ai figli mi àncora alla vita. Non trovo niente da fare fuori di casa, la mia prigione, quello che inizio lo mollo sempre perché non mi trovo a mio agio mai, mi vergogno se apprezzano (mi viene una paura, un’ansia), è sempre difficile anche respirare quando sono in mezzo agli amici, collaboratori, colleghi, parenti, vicini, la sensazione è che mi vergogno di me, anche se non ho niente di cui vergognarmi e la tentazione è poi la scelta è il ritiro in casa, lunghi periodi stesa sul letto a leggere, finiti gli impegni domestici. Sono stata dallo psicologo per tre volte nella mia vita, le prime due mi sono caricata le pile e poi ho vissuto benissimo per anni, la terza non è andata bene, non sono riuscita ad aprirmi, non sono riuscita a mostrarmi, a raccontarmi e nemmeno lui è riuscito a farmi dire la verità, parlava d’altro, lo ascoltavo e mi sentivo come se non ci fosse più rimedio, lui non capiva, mi apprezzava e diceva che stavo facendo tutto per bene, di continuare così nella mia vita di apparenza perfetta, mandando giù la mia solitudine. Ma io credevo che poiché che i figli erano cresciuti avrei potuto cambiare me stessa, vivere di verità. Quindi con una mail lo ho salutato, lui mi ha risposto con affetto. E io ho messo su 20kg e non ci provo nemmeno più ad uscire dalla confort zone che così confortevole non è.
    Vi racconto tutto questo forte dell’anonimato. Io so che in nuce ho le qualità per vivere una vita di qualità, ma non conosco i modi per attuarla, non so la via giusta per me, i passi da fare, le insidie da evitare, le scelte non evitabili.
    Grazie dell’ascolto.

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