5 comportamenti tipici di un figlio che non crede abbastanza in se stesso

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Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi. Scrittrice e fondatore di Psicoadvisor

Non sempre lo dice. Anzi, spesso non lo sa nemmeno dire. Un bambino o un ragazzo con poca autostima raramente arriva dal genitore e dice: “mi sento inferiore”, “ho paura di sbagliare”, “non penso di essere capace”. Molto più spesso lo mostra attraverso il corpo, attraverso il modo in cui evita, si ritrae, si adatta, si svaluta o cerca continuamente conferme.

L’autostima, infatti, non è solo “pensare bene di sé”

È la possibilità interna di sentire: posso esserci, posso provare, posso sbagliare, posso essere visto anche quando non sono perfetto. È una sicurezza che non nasce dalle frasi motivazionali, ma dalla qualità delle prime esperienze relazionali. Un figlio impara a stare con se stesso anche attraverso il modo in cui qualcuno, nei primissimi anni di vita, è riuscito a stare con lui.

Ecco perché non basta essere genitori presenti, accudenti, premurosi. Tutto questo conta moltissimo, ma non sempre è sufficiente. Un genitore può esserci fisicamente, può fare tanto, può occuparsi di tutto, eppure non riuscire a contenere davvero gli stati emotivi del figlio. Non per cattiveria, ma perché magari nessuno lo ha mai fatto con lui.

Nei primi anni di vita il bambino non sa calmarsi da solo, non sa dare un nome a ciò che prova, non sa distinguere una frustrazione da una catastrofe, una paura da un pericolo reale, una separazione temporanea da un abbandono. Ha bisogno che qualcuno lo aiuti a organizzare il suo sentire. Questa è la coregolazione: un adulto che presta al bambino una calma che il bambino non possiede ancora, una presenza che gli permette di attraversare ciò che prova senza esserne travolto.

Quando questa esperienza è fragile, intermittente o assente, il bambino può crescere facendo molta fatica ad autoregolarsi. E spesso, dietro una bassa autostima, non c’è semplicemente un pensiero negativo su di sé. C’è una difficoltà più profonda: stare dentro ciò che si prova senza sentirsi sbagliati, eccessivi, incapaci, ingestibili.

5 comportamenti tipici di un figlio che non crede abbastanza in se stesso

Questa difficoltà, però, non resta nascosta nella mente. Si vede nel corpo, nelle scelte, nelle rinunce, nel modo in cui un figlio occupa lo spazio e si autorizza, o non si autorizza, a esserci. Di seguito, vediamo 5 comportamenti tipici che possono raccontare una bassa autostima molto prima che un figlio riesca a dirla con le parole.

1. La postura di chi sembra chiedere scusa per esserci

Uno dei segnali più sottovalutati è la postura. Alcuni figli non comunicano la loro insicurezza con le parole, ma con il modo in cui occupano lo spazio.

Spalle chiuse, sguardo basso, voce che si abbassa quando devono parlare, corpo che si rimpicciolisce appena entrano in un gruppo, movimenti trattenuti, sorriso di circostanza, mani che cercano continuamente qualcosa da toccare, sistemare, stringere.

Non è solo timidezza. A volte è un corpo che ha imparato a non esporsi troppo. Come se mostrarsi fosse rischioso. Come se prendere spazio potesse disturbare qualcuno. Come se ogni gesto dicesse: “non voglio dare fastidio”, “non voglio essere troppo”, “non voglio attirare l’attenzione”.

Un figlio che non crede abbastanza in se stesso può crescere con una presenza fisica ridotta, quasi prudente. Non perché non abbia valore, ma perché non ha ancora interiorizzato il diritto di occupare il suo posto senza doverlo giustificare.

2. Rinuncia prima ancora di provarci

Un altro comportamento tipico è la rinuncia anticipata. Non dice sempre “non valgo”. A volte dice: “non mi va”, “è inutile”, “tanto non ci riesco”, “non sono portato”, “non mi interessa”.

Ma dietro quel disinteresse può esserci una paura enorme: la paura di esporsi al fallimento.

Quando un figlio non crede abbastanza in se stesso, spesso preferisce non tentare piuttosto che scoprire di non riuscire. La rinuncia diventa una protezione. Se non provo, non fallisco. Se non mi metto in gioco, nessuno può vedere quanto mi sento incapace. Se dico che non mi importa, posso fingere di non essere ferito.

Questo comportamento può trarre in inganno molti genitori, perché dall’esterno sembra pigrizia, svogliatezza, mancanza di ambizione. In realtà, a volte, è vergogna anticipata. È il bambino che ha già immaginato lo sguardo degli altri su di sé e ha deciso di sottrarsi prima ancora di cominciare.

3. Cerca conferme, ma non riesce a crederci

Ci sono figli che chiedono continuamente rassicurazioni: “secondo te va bene?”, “ho fatto bene?”, “sei sicuro?”, “ti piace?”, “non è brutto?”, “non ho sbagliato?”.

All’inizio può sembrare solo bisogno di approvazione. Ma il punto più importante è un altro: spesso quella conferma non viene davvero interiorizzata. Il genitore rassicura, l’insegnante incoraggia, l’amico fa un complimento, ma dentro qualcosa resta instabile.

È come se la conferma arrivasse, ma non trovasse un luogo sicuro in cui depositarsi.

Questo accade perché l’autostima non si costruisce solo ricevendo complimenti. Si costruisce quando il bambino sente che può restare in contatto con sé anche quando non viene approvato, anche quando sbaglia, anche quando qualcuno non è d’accordo, anche quando non è il migliore.

Se un figlio dipende continuamente dallo sguardo esterno, non significa che sia vanitoso. Spesso significa che non ha ancora sviluppato un senso interno sufficientemente stabile. Non riesce a sentirsi valido se qualcuno, da fuori, non glielo conferma.

4. Si adatta troppo e non sa dire cosa vuole

Un figlio con poca autostima non è sempre oppositivo, ribelle o chiuso. A volte è “bravissimo”. Troppo bravo.

Si adegua, non crea problemi, osserva l’umore degli adulti, cerca di non deludere, sceglie ciò che è più comodo per gli altri, dice “va bene” anche quando non va bene, rinuncia a preferenze, desideri e opinioni pur di mantenere armonia.

Questo è un segnale molto delicato, perché spesso viene scambiato per maturità. Ma un figlio che non dà mai fastidio non è necessariamente un figlio sereno. A volte è un figlio che ha imparato a non pesare.

Quando un bambino cresce sentendo che le emozioni dell’altro sono più importanti delle proprie, può diventare molto competente nel leggere gli altri e molto poco capace di leggere se stesso. Sa cosa desidera la madre, cosa irrita il padre, cosa si aspetta l’insegnante, cosa conviene dire agli amici. Ma quando gli chiedi: “tu cosa vuoi davvero?”, si blocca. Non perché non abbia desideri. Ma perché ha imparato troppo presto a metterli in secondo piano.

5. Si giudica con parole più dure di quelle che userebbe con chiunque altro

Un figlio che non crede abbastanza in se stesso può avere un dialogo interno molto severo. Lo si sente in frasi apparentemente piccole: “sono stupido”, “faccio schifo”, “non capisco mai niente”, “sono brutto”, “sono incapace”, “tanto sbaglio sempre”.

Molti adulti cercano subito di correggere: “non dire così”, “non è vero”, “ma che dici?”. La correzione nasce dall’amore, ma spesso non basta. Perché quel figlio non sta solo pronunciando una frase. Sta rivelando il modo in cui ha imparato a guardarsi.

Quando un bambino parla di sé con durezza, il problema non è soltanto la frase. Il problema è la familiarità con quella frase. È il fatto che quel tono gli sembri credibile, naturale, quasi meritato.

In questi casi, il compito dell’adulto non è solo smentire, ma aiutare il figlio a riconoscere cosa accade dentro di lui quando sbaglia, quando viene criticato, quando si sente esposto. Perché l’autostima non cresce dicendo a un figlio che è bravo. Cresce quando quel figlio può attraversare il senso di errore senza trasformarlo in identità.

Non “ho sbagliato”, quindi “sono sbagliato”.
Ma “ho sbagliato”, e posso restare degno di amore, rispetto e possibilità.

Il punto centrale è questo: molti comportamenti che chiamiamo insicurezza sono, in realtà, difficoltà di regolazione emotiva.

Un figlio che non crede in se stesso spesso non riesce a stare nel proprio sentire. Non riesce a contenere la vergogna, la paura, la frustrazione, la delusione, il confronto, l’attesa, il rifiuto. E quando non sappiamo contenere ciò che ci attraversa, iniziamo a difenderci da noi stessi. Evitiamo, compiacciamo, ci svalutiamo, ci ritiriamo, cerchiamo conferme, ci irrigidiamo. Per questo il regalo più grande che un genitore possa fare a un figlio non è soltanto esserci. È prendersi cura di sé.

Un adulto che impara a riconoscere le proprie emozioni, a non scaricarle sul figlio, a non spaventarsi davanti alla sua tristezza, a non reagire con irritazione davanti alla sua paura, a non trasformare ogni suo limite in un giudizio, sta già facendo educazione emotiva. Anche senza nominarla.

L’educazione emotiva non è insegnare ai figli a essere sempre calmi. È insegnare loro che dentro si può provare molto senza perdersi. Che un’emozione può essere intensa senza essere pericolosa.  È ciò che provo a portare spesso negli eventi, nelle scuole, negli incontri con le persone: una cultura emotiva capace di dare parole a ciò che per anni è rimasto solo nel corpo, nei comportamenti, nelle relazioni.

Naturalmente non basta un incontro. Non basta una frase. Non basta un libro. Ma un buon libro può diventare un primo luogo in cui iniziare a guardarsi diversamente. Nel mio ultimo libro, “Lascia che la felicità accada”, il punto non è convincersi di essere felici. È imparare a stare dentro ciò che si prova senza scappare subito da sé. Perché molti figli, e poi molti adulti, non soffrono solo perché non hanno ricevuto abbastanza conferme. Soffrono perché non hanno imparato a sentirsi al sicuro dentro la propria esperienza emotiva.

E forse è da qui che dovremmo ripartire.

Non dall’ossessione di crescere figli perfetti, sicuri, vincenti, sempre forti. Ma dal desiderio più profondo di crescere figli che possano abitarsi. Figli che non debbano chiedere scusa per ciò che sentono. Figli che possano sbagliare senza crollare. Figli che, un giorno, davanti alla vita, non debbano continuamente domandarsi se valgono abbastanza, perché avranno imparato a sentirsi abbastanza anche quando non tutto va come speravano.

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