5 frasi che possono ferire profondamente tuo figlio, anche senza che tu te ne renda conto

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Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi. Scrittrice e fondatore di Psicoadvisor

Le frasi che lasciano un segno in un bambino non sono sempre quelle pronunciate con rabbia. Alcune sembrano innocue, vengono dette con affetto, per educarlo, proteggerlo o aiutarlo a crescere. Una frase isolata non determina il futuro di un figlio. A contare è ciò che si ripete, il clima emotivo in cui viene pronunciata e il significato che, nel tempo, il bambino impara ad attribuirle.

Frasi che non dovresti mai dire a tuo figlio

Un bambino, infatti, non ascolta soltanto le parole. Osserva il volto dell’adulto, il tono della voce, la sua agitazione, la sua delusione. Cerca continuamente di capire che cosa deve fare per mantenere la vicinanza, per non creare problemi, per non preoccupare e per continuare a sentirsi accolto.

È così che alcune frasi quotidiane possono diventare qualcosa di più di una semplice correzione. Possono trasformarsi in indicazioni silenziose su come essere, cosa sentire e quali parti di sé mostrare.

1. «Dai, dagli un bacio. Non fare il maleducato»

È una scena molto comune. Un parente si avvicina, il bambino si ritrae e l’adulto lo invita a dare un bacio, un abbraccio o a lasciarsi prendere in braccio.

Il genitore non vuole invadere il suo spazio. Vuole insegnargli a essere affettuoso, evitare che l’altra persona ci resti male o sottrarsi all’imbarazzo di avere un figlio che non saluta. Eppure, ciò che il bambino può apprendere è molto delicato: quando qualcuno desidera avvicinarsi al mio corpo, il suo dispiacere è più importante del mio disagio.

Il bambino impara così a mettere in secondo piano quel movimento interno che gli suggerisce di mantenere una distanza. Non perché qualcuno gli abbia spiegato apertamente che non può scegliere, ma perché ha visto che dire di no crea tensione, delude gli adulti e rischia di farlo apparire cattivo o maleducato.

Con il tempo potrebbe diventare molto bravo a sorridere mentre è a disagio, a concedere vicinanza per non ferire gli altri e a dubitare del proprio diritto di sottrarsi.

Insegnare l’educazione non richiede di imporre un contatto fisico. Si può dire: «Puoi salutarlo come preferisci. Con la mano, con un sorriso oppure dicendo ciao». In questo modo il bambino scopre che può essere rispettoso senza rinunciare alla possibilità di decidere del proprio corpo.

2. «Sei grande ormai, non c’è bisogno di piangere»

Questa frase viene spesso utilizzata per consolare. Il genitore vuole ricordare al figlio che è cresciuto, che può affrontare quella situazione e che forse ciò che è accaduto non è poi così grave.

Ma il pianto non dipende dall’età. È una risposta attraverso cui il corpo esprime dolore, paura, frustrazione, stanchezza o sovraccarico. Quando l’essere grande viene contrapposto al piangere, il bambino può imparare che maturare significa non mostrare più ciò che sente.

Non smetterà necessariamente di provare paura o tristezza. Imparerà piuttosto a trattenerle, perché quelle emozioni sembrano renderlo piccolo proprio nel momento in cui desidera essere guardato con orgoglio.

Alcuni bambini diventano così precocemente autonomi. Cadono e si rialzano senza cercare nessuno. Si chiudono in camera quando stanno male. Rispondono «niente» anche quando qualcosa li ha feriti. Da fuori appaiono forti. Dentro, però, possono aver associato il bisogno di conforto alla vergogna di non essere ancora abbastanza grandi.

Si può riconoscere la loro crescita senza chiedere loro di rinunciare alla fragilità: «Sei cresciuto, ma puoi ancora piangere. Vediamo insieme che cosa ti ha fatto stare così male».

Essere grandi non significa non avere più bisogno degli altri. Significa poter attraversare gradualmente ciò che si prova, sapendo che chiedere vicinanza non ci rende meno capaci.

3. «Tu sei quello bravo, con te non ho mai problemi»

Sembra uno dei complimenti più belli che un bambino possa ricevere. Viene rivolto al figlio che ubbidisce, aspetta, comprende le difficoltà della famiglia, non protesta e non chiede troppo. È il bambino che fa i compiti senza essere seguito, che si adatta ai cambiamenti e che sembra cavarsela sempre.

Essere considerato “quello bravo” può farlo sentire speciale. Ma può anche trasformarsi lentamente in un ruolo da non tradire. Se sono quello che non dà problemi, che cosa accadrà quando sarò arrabbiato? Se sono quello maturo, chi si occuperà di me quando non riuscirò a farcela? Se i miei genitori sono orgogliosi perché non chiedo nulla, potrò ancora sentirmi amato quando avrò bisogno di molto?

Il bambino può iniziare a nascondere le parti che non coincidono con l’immagine che gli è stata assegnata. Diventa attento alle necessità degli adulti, minimizza le proprie e si abitua a essere visto soprattutto per ciò che riesce a non chiedere.

Non di rado, questi bambini diventano adulti affidabili, disponibili e capaci di sostenere tutti, ma attraversati da una stanchezza che nessuno nota. Non sanno quando fermarsi, perché hanno imparato che il loro valore si manifesta soprattutto nel momento in cui non pesano su nessuno.

A quel bambino sarebbe importante dire: «Vedo che cerchi sempre di cavartela da solo, ma non devi essere sempre quello forte. Voglio sapere anche quando qualcosa è difficile per te».

4. «Lascia stare, faccio io che facciamo prima»

Questa frase nasce quasi sempre perchè si va di fretta! Il bambino impiega troppo tempo ad allacciarsi le scarpe, versa l’acqua fuori dal bicchiere, piega male i vestiti, apparecchia in modo disordinato. L’adulto interviene perché deve uscire, lavorare, preparare la cena o semplicemente perché sa svolgere quel compito in pochi secondi.

Una volta non cambia nulla. Ma quando accade spesso, il bambino può apprendere che i suoi tentativi sono un ostacolo e che il modo più efficace per aiutare gli altri è farsi da parte.

Ogni competenza nasce attraversando una fase di lentezza, imprecisione e frustrazione. Per diventare capace, un bambino deve poter essere temporaneamente incapace senza vedere l’adulto spazientirsi o sostituirsi continuamente a lui. Quando viene anticipato in ogni gesto, può finire per convincersi di non essere portato, di essere troppo lento o di aver bisogno di qualcuno che controlli e corregga ciò che fa.

Alcuni bambini, crescendo, smettono di provare prima ancora di incontrare una difficoltà. Altri diventano perfezionisti e accettano di fare qualcosa soltanto quando sono certi di riuscirci bene. In entrambi i casi, l’errore non viene vissuto come una parte dell’apprendimento, ma come la prova di non essere abbastanza capaci.

Nei momenti in cui è possibile rallentare, può essere più utile dire: «Prova tu. Non importa se ci metti un po’ di più, io resto qui».

5. «Non far preoccupare mamma» oppure «Non fare arrabbiare papà»

Queste frasi possono essere dette da un genitore, da un nonno o dall’altro adulto della famiglia. Servono a convincere il bambino a obbedire, essere prudente o smettere di protestare.

Sembrano richiamare l’affetto: comportati bene perché mamma ti vuole bene; non fare questa cosa perché papà si preoccupa per te. Ma spostano sul bambino la responsabilità dello stato emotivo dell’adulto.

Il problema non è insegnargli che le sue azioni hanno conseguenze. È suggerirgli che la serenità delle persone che ama dipenda dalla sua capacità di controllarsi, accontentarle e non contraddirle.

Un bambino, soprattutto quando è piccolo, ha bisogno di percepire gli adulti come figure sufficientemente solide. Se sente che le sue scelte possono farli crollare, arrabbiare in modo incontrollabile o stare troppo male, potrebbe iniziare a sorvegliare continuamente le loro reazioni.

Prima di chiedersi «che cosa desidero?», imparerà a domandarsi «che cosa succederà a mamma se lo faccio?» oppure «come reagirà papà?». È così che alcuni figli diventano esperti nel prevedere gli umori familiari. Controllano il tono della voce, le espressioni del viso e i silenzi. Rinunciano a protestare non perché abbiano compreso una regola, ma perché temono di destabilizzare l’ambiente da cui dipendono.

Si può indicare un limite senza renderli responsabili delle emozioni adulte: «Questa cosa è pericolosa e non posso permetterti di farla». Oppure: «Sono arrabbiato per quello che è successo, ma della mia rabbia mi occupo io. Adesso parliamo di ciò che hai fatto».

Un bambino deve imparare a rispondere delle proprie azioni, non a sentirsi responsabile dell’equilibrio emotivo dell’intera famiglia.

Non basta trovare le parole giuste

Ogni genitore, prima o poi, perde la pazienza, forza un saluto, minimizza un pianto o interviene al posto del figlio. Non è una frase isolata a definire una relazione. Ciò che fa la differenza è la possibilità di accorgersi di ciò che è accaduto e riparare.

Un genitore può tornare dal figlio e dire: «Prima non ti ho lasciato provare». Può riconoscere: «Non volevi essere abbracciato e avrei dovuto ascoltarti». Può spiegare: «Ero molto agitato e ti ho fatto sentire responsabile della mia preoccupazione, ma non lo sei».

Questi momenti insegnano qualcosa di decisivo

Le relazioni possono attraversare una frattura senza spezzarsi, gli adulti possono sbagliare senza negarlo e ciò che il bambino sente continua ad avere un posto anche quando è difficile da gestire.

Ma per aiutare un figlio a regolare ciò che prova non basta conoscere le frasi corrette. Un bambino non impara a calmarsi perché l’adulto gli dice di farlo. Impara attraverso l’esperienza ripetuta di qualcuno che riesce a rimanere presente mentre lui attraversa un’emozione intensa.

Quando un bambino piange, protesta, si spaventa o perde il controllo, osserva il volto, la voce e il corpo dell’adulto. Cerca di capire se ciò che sente può essere attraversato oppure se è qualcosa di così pericoloso da travolgere anche chi dovrebbe aiutarlo.

Per questo un genitore può pronunciare parole rassicuranti, ma se è sopraffatto dalla paura, dalla rabbia o dall’impotenza, il bambino percepirà soprattutto quella disregolazione.

Coregolare non significa spegnere rapidamente l’emozione, distrarre il bambino o convincerlo che non c’è motivo di stare male. Significa offrirgli una presenza sufficientemente stabile da permettergli di restare in ciò che prova senza sentirsi sommerso. Significa comunicargli: «Quello che senti è intenso, ma può essere attraversato. Non devi liberartene immediatamente e non devi affrontarlo da solo».

È attraverso queste esperienze che il bambino costruisce gradualmente la propria capacità di autoregolarsi

Prima ha bisogno di un adulto che lo aiuti a dare un nome alle sensazioni, a tollerarne l’intensità e a ritrovare una condizione di sicurezza. Solo nel tempo potrà fare propria quella funzione e imparare a restare nelle emozioni senza reprimerle, scaricarle sugli altri o sentirsi travolto.

Nel mio ultimo libro «Lascia che la felicità accada» ho dedicato ampio spazio proprio a questo passaggio: al modo in cui il corpo registra la minaccia, reagisce al sovraccarico e cerca regolazione nella relazione. Parliamo di come riconoscere ciò che accade dentro di noi, perché soltanto un adulto capace di incontrare le proprie emozioni senza esserne dominato può diventare per un figlio una presenza realmente regolante.

Un figlio non ha bisogno di un genitore che elimini ogni paura, ogni rabbia o ogni dolore. Ha bisogno di un adulto che sappia restare accanto a lui abbastanza a lungo da mostrargli che anche le emozioni più intense possono essere sentite, comprese e attraversate senza perdere se stessi e senza perdere il legame. Il libro è disponibile a questo link su Amazon e in tutte le librerie d’Italia…ti aspetto tra le pagine.

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