6 segnali che tuo figlio è vittima di bullismo

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Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi. Scrittrice e fondatore di Psicoadvisor

Il bullismo non lascia sempre lividi visibili. A volte entra nella vita di un bambino attraverso un mal di pancia che compare ogni mattina prima di scuola, un amico di cui improvvisamente non parla più, una richiesta insolita di essere accompagnato, un telefono che viene controllato con apprensione oppure spento appena arriva una notifica. E c’è una ragione ancora più importante per cui può rimanere a lungo invisibile agli adulti: a volte non viene riconosciuto pienamente neppure dal bambino o dal ragazzo che lo sta subendo.

Noi adulti immaginiamo facilmente una vittima che pensa: «Mi stanno facendo del male, ma ho paura di dirlo»

Può certamente accadere. Un figlio può tacere perché teme ritorsioni, perché si vergogna, perché pensa che coinvolgere gli adulti peggiorerà la situazione o perché ha paura di essere considerato debole. Ma esiste anche una dinamica più sottile e, per certi versi, ancora più dolorosa: può non essere arrivato alla conclusione che quello che gli stanno facendo sia ingiusto. Può pensare che essere preso in giro, escluso, umiliato o trattato come quello “sbagliato” del gruppo sia semplicemente ciò che capita a uno come lui.

Tiziano Ferro, parlando del bullismo vissuto durante la crescita, ha raccontato qualcosa che descrive con grande chiarezza questo processo: da ragazzo, ha spiegato, per lui certe forme di degradazione erano diventate normali. In un’altra intervista ha detto: «a un certo punto ti abitui e ti senti in difetto». La sua è naturalmente una testimonianza personale, ma coglie un fenomeno psicologico importante: quando l’ambiente restituisce ripetutamente la stessa rappresentazione svalutante, può diventare difficile continuare a pensare loro mi stanno trattando male. Progressivamente può insinuarsi un’altra conclusione: mi trattano così perché io sono così.

È qui che la vittimizzazione può cominciare a trasformarsi in autoattribuzione

Il problema non rimane più confinato al comportamento degli altri, ma entra nella rappresentazione che il ragazzo costruisce di sé. La ricerca sulla vittimizzazione tra pari mostra infatti associazioni significative con una minore autostima e con problemi internalizzanti; già gli studi sull’attribuzione hanno rilevato come alcune vittime possano sviluppare forme di self-blame, attribuendo a caratteristiche personali la ragione di ciò che subiscono.

Questo passaggio è particolarmente importante durante l’età evolutiva perché l’identità si costruisce anche attraverso lo sguardo dei pari

Se ogni giorno un gruppo prende di mira il corpo, il modo di parlare, la timidezza, gli interessi, il rendimento scolastico, il modo di vestire o qualsiasi altra caratteristica, non è scontato che un bambino possieda già la distanza psicologica necessaria per pensare: il loro comportamento non definisce il mio valore. Può accadere il contrario: la svalutazione proveniente dall’esterno viene progressivamente incorporata nella percezione di sé.

Ecco perché alcune delle frasi che dovrebbero mettere in allerta un genitore non sono necessariamente «mi fanno bullismo» o «mi prendono di mira». Possono essere molto più ambigue: «Scherzano», «Fanno così perché sono grasso», «Sono strano io», «Me la prendo troppo», «Nessuno vuole stare con me perché sono noioso». Il bambino sta raccontando un fatto, ma contemporaneamente può aver già cominciato a fornirne una spiegazione contro se stesso. Quando qualcosa accade abbastanza spesso, ciò che è abituale rischia di essere scambiato per ciò che è normale.

Prima di osservare i segnali, però, serve una precisazione essenziale

Non ogni litigio tra coetanei è bullismo e non ogni comportamento sgradevole, per quanto doloroso, appartiene automaticamente a questa categoria. Il bullismo implica tipicamente intenzionalità aggressiva, ripetizione nel tempo e uno squilibrio di potere che rende difficile alla vittima difendersi adeguatamente. Quel potere non deve essere necessariamente fisico: può derivare dalla popolarità, dal numero, dalla capacità di controllare l’appartenenza al gruppo, dal possesso di informazioni o immagini, dall’influenza sugli altri compagni o dalla possibilità di umiliare qualcuno davanti a un pubblico. È anche ciò che distingue il bullismo da molti conflitti fisiologici tra pari.

6 segnali che tuo figlio è vittima di bullismo

Nessuno dei segnali che seguono, preso isolatamente, dimostra che tuo figlio sia vittima di bullismo. Questo è importante dirlo con chiarezza: mal di pancia, irritabilità, isolamento, un brutto voto o un oggetto perso possono avere moltissime spiegazioni. Ciò che deve attirare maggiormente l’attenzione è la deviazione dalla linea di base, cioè un cambiamento rispetto al modo abituale di essere di quel bambino o ragazzo, soprattutto quando persiste, compare in più aree della sua vita e sembra concentrarsi intorno a determinate persone, luoghi o momenti della giornata. Non stiamo cercando una prova: stiamo cercando una configurazione.

1. Il corpo comincia a stare male soprattutto quando deve affrontare determinati contesti

Mal di pancia, nausea, mal di testa, difficoltà ad addormentarsi, risvegli notturni, perdita di appetito, stanchezza o un generico «non mi sento bene» possono diventare più frequenti in un bambino sottoposto a forte stress relazionale. Questo non significa che tali sintomi debbano essere interpretati automaticamente come psicologici, né tantomeno che vadano trascurati dal punto di vista medico. Significa piuttosto che vale la pena osservare quando compaiono. Una recente revisione dedicata proprio alle conseguenze fisiche del bullismo evidenzia un’associazione consistente tra vittimizzazione e maggiore presenza di sintomi somatici nei bambini e negli adolescenti.

A volte è la distribuzione temporale del sintomo a raccontare più del sintomo stesso

Il mal di pancia aumenta la domenica sera? Il mal di testa compare soprattutto nelle mattine di scuola? Il bambino sta meglio durante le vacanze e peggiora quando deve rientrare? Ha nausea nei giorni di educazione fisica oppure quando deve prendere l’autobus? Un singolo episodio dice poco; una mappa situazionale ricorrente merita invece attenzione.

Questo accade perché il nostro organismo non reagisce soltanto a ciò che sta avvenendo nel presente. Impara anche ad anticipare ciò che potrebbe accadere. Se un ragazzo ha imparato che l’intervallo significa prese in giro o che lo spogliatoio può diventare il luogo dell’umiliazione, l’attivazione può iniziare molto prima dell’episodio. Il corpo si prepara a una situazione che ha imparato a considerare minacciosa. In questo senso il problema non è soltanto l’aggressione: può diventarlo anche l’anticipazione dell’aggressione.

2. Comincia a evitare la scuola, ma soprattutto alcuni luoghi, persone o momenti

Un improvviso «non voglio andare a scuola» merita attenzione, ma ancora più interessante è capire che cosa esattamente tuo figlio sta cercando di evitare. Può chiedere di essere accompagnato invece di prendere l’autobus, voler arrivare poco prima dell’inizio delle lezioni, rifiutare la mensa, non voler più partecipare a educazione fisica, abbandonare uno sport che amava oppure cercare continuamente una ragione per non partecipare a gite, feste e attività extrascolastiche.

Non bisogna allora fermarsi alla domanda «Ti piace ancora la scuola?». Può essere molto più informativo chiedere: «Qual è il momento della giornata che ti piace meno?», «Con chi stai durante l’intervallo?», «Dove vai quando avete un’ora libera?», «C’è qualche momento in cui preferiresti che ci fosse un adulto vicino?». Sono domande che esplorano l’esperienza senza suggerire già una risposta.

Anche un calo del rendimento può inserirsi in questo quadro

Non perché il bullismo produca necessariamente brutti voti, ma perché essere costantemente impegnati a prevedere dove sia un determinato compagno, evitare uno sguardo, controllare chi sta ridendo, cercare un posto sicuro o ripensare a ciò che è appena accaduto comporta un enorme costo attentivo. Una parte delle risorse cognitive non è più disponibile per seguire una spiegazione o concentrarsi su un compito: viene utilizzata per monitorare l’ambiente. Per questo, prima di concludere «non si impegna più», può essere utile chiedersi dove sta andando la sua attenzione.

3. Il suo mondo sociale si restringe o cambia improvvisamente

Un bambino che prima nominava continuamente alcuni amici e improvvisamente smette di farlo, che non viene più invitato, che rinuncia alle feste, che trascorre gli intervalli da solo o che sembra ossessionato dal tentativo di rientrare in un gruppo può stare attraversando una forma di aggressione che non lascia segni sul corpo ma può essere psicologicamente molto pesante.

Il bullismo, infatti, non consiste soltanto in pugni o insulti. Esiste una aggressività relazionale che utilizza come arma proprio il bisogno di appartenenza: esclusioni intenzionali, diffusione di voci, derisione davanti agli altri, alleanze costruite contro una persona, inviti fatti e poi ritirati, silenzi collettivi, minacce del tipo «se stai con lui, non staremo più con te». In questi casi il mezzo attraverso cui si esercita il potere è il gruppo stesso.

Qui i genitori possono commettere un errore comprensibile: «Ma se ti trattano così, perché continui a cercarli?».

Perché per un adolescente allontanarsi dal gruppo può significare perdere contemporaneamente gli aggressori e l’unico luogo di appartenenza disponibile. Non sempre la vittima vuole semplicemente scappare. A volte cerca disperatamente di essere riammessa, modifica il proprio comportamento, accetta umiliazioni o ride insieme agli altri delle battute rivolte contro di lei pur di non essere espulsa definitivamente.

Per questo non basta chiedere «Hai degli amici?». È molto più utile domandarsi: come si sente tuo figlio quando è con i suoi amici? Può dissentire? Può dire di no? Può essere se stesso senza temere conseguenze? Oppure passa il tempo a calibrare parole, vestiti, interessi e comportamenti per non diventare nuovamente il bersaglio?

4. Compaiono lividi, oggetti rotti, soldi mancanti o spiegazioni che non convincono

Vestiti strappati, materiale scolastico danneggiato, cuffiette continuamente rotte, oggetti che “spariscono”, richieste insolite di denaro o lividi di cui il bambino non vuole spiegare l’origine sono tra i segnali più intuitivi. Ma anche qui bisogna evitare il salto logico: un bambino perde oggetti, cade, rompe cose. È la ripetitività, soprattutto se accompagnata da evasività o cambiamenti emotivi, a rendere il quadro più significativo.

Può inoltre accadere che il ragazzo non racconti la dinamica per intero. «Mi è caduto», «L’ho perso», «Abbiamo giocato», «Non è niente» possono essere spiegazioni vere oppure modi per chiudere rapidamente un argomento che mette in difficoltà. La strategia migliore non consiste nel cercare di coglierlo in contraddizione, ma nel lasciare aperto uno spazio: «Va bene. Se però dietro questa cosa c’è qualcosa che ti mette in difficoltà, puoi dirmelo anche più avanti. Non ti metterai nei guai per avermelo raccontato».

Questo ultimo messaggio è importante

Alcuni ragazzi tacciono perché temono non soltanto il bullo, ma le conseguenze della rivelazione: la telefonata furiosa ai genitori dell’altro ragazzo, la convocazione pubblica, il confronto davanti alla classe, l’essere identificati come quelli che hanno parlato. Per questo proteggerli significa anche non sottrarre loro completamente il senso di controllo su ciò che accadrà dopo.

5. Il rapporto con il telefono cambia improvvisamente

Il cyberbullismo presenta una caratteristica particolare: può rendere più difficile trovare un luogo nel quale l’esposizione cessi davvero. Un contenuto può essere condiviso rapidamente, raggiungere molte persone e continuare a circolare oltre il momento in cui è stato pubblicato. L’Istituto Superiore di Sanità sottolinea proprio la maggiore pervasività dell’ambiente digitale, nel quale l’esposizione della vittima può protrarsi e allargarsi a un pubblico più vasto.

Non esiste un unico comportamento da osservare

Alcuni ragazzi controllano continuamente lo smartphone perché temono che stia accadendo qualcosa senza di loro; altri lo evitano. Alcuni cancellano improvvisamente un account, escono da gruppi, cambiano numero, diventano estremamente protettivi rispetto allo schermo oppure cambiano espressione ogni volta che arriva una notifica. Ciò che conta, ancora una volta, non è quanto usano il telefono, ma come è cambiato il loro rapporto con esso.

Se emerge un episodio online, sarebbe bene non reagire cancellando immediatamente tutto o confiscando il telefono come prima soluzione. Screenshot, messaggi, nomi degli account, date, link e immagini possono essere utili per documentare ciò che è accaduto. Inoltre, togliere improvvisamente l’accesso al dispositivo può essere vissuto dal ragazzo come una conseguenza negativa dell’aver raccontato: «Sono loro a farmi questo e alla fine sono io che resto senza telefono e senza amici».

In Italia esistono anche strumenti specifici di tutela: per i contenuti riconducibili al cyberbullismo può essere richiesta la rimozione o il blocco al gestore del servizio; il minore che abbia più di 14 anni può avanzare direttamente la richiesta e, se non viene accolta, è possibile rivolgersi al Garante per la protezione dei dati personali.

6. Cambia il modo in cui parla di sé

Questo è forse il segnale più delicato. Il bullismo non fa soltanto male mentre avviene: quando persiste, può modificare il modo in cui una persona interpreta se stessa. Un figlio che comincia a dire «faccio schifo», «nessuno mi vuole», «sono ridicolo», «è colpa mia se mi trattano così» oppure che svaluta improvvisamente caratteristiche di sé che prima non sembravano problematiche merita un’attenzione particolare.

È qui che ritroviamo il meccanismo descritto all’inizio. La ripetizione di un messaggio sociale può produrre una sorta di introiezione della svalutazione: ciò che inizialmente apparteneva allo sguardo degli altri viene progressivamente utilizzato come sguardo su se stessi. «Loro dicono che sono sbagliato» rischia di trasformarsi in «io sono sbagliato». Una meta-analisi su oltre 35.000 adolescenti ha rilevato un’associazione tra vittimizzazione tra pari, minore autostima e maggiori problemi internalizzanti.

A volte questo cambiamento non si presenta come tristezza

Può assumere la forma dell’irritabilità, delle esplosioni di rabbia a casa, del bisogno di chiudersi in camera, della perdita di interesse per ciò che prima piaceva o di una sensibilità improvvisa a qualsiasi osservazione. Il ragazzo può aver trascorso molte ore a controllarsi fuori casa e arrivare nell’ambiente sicuro con pochissime risorse regolative disponibili. Questo non significa giustificare qualsiasi comportamento, ma evitare di leggere automaticamente ciò che vediamo come semplice «maleducazione» senza chiederci che cosa sia accaduto prima.

Frasi che esprimono disperazione, desiderio di non esistere, forte autosvalutazione, comportamenti autolesivi o riferimenti alla morte richiedono invece una valutazione tempestiva da parte di un professionista della salute mentale e non devono essere liquidati come drammatizzazioni o tentativi di attirare l’attenzione.

Tuo figlio presenta uno o più di questi segnali: cosa fare?

La prima cosa da evitare è trasformare la preoccupazione in un interrogatorio. Se chiediamo ripetutamente «Chi ti sta facendo del male?», «Perché non me l’hai detto?», «Da quanto succede?», il bambino può percepire immediatamente la necessità di difendersi anche dalle nostre domande. È spesso più efficace partire dall’osservazione e non dall’interpretazione: «Ho notato che ultimamente la domenica sera sei molto agitato e che la mattina fai fatica ad andare a scuola. Vorrei capire se sta succedendo qualcosa». Oppure: «Ho visto che non senti più Marco e gli altri come prima. Non devi raccontarmi niente per forza, ma se c’è qualcosa che ti mette in difficoltà possiamo affrontarla insieme».

Se tuo figlio racconta, la prima risposta conta moltissimo

Prima ancora di cercare soluzioni, dovrebbe potersi accorgere che aver parlato non ha fatto esplodere il mondo. Evita quindi di precipitarti immediatamente al telefono, minacciare il ragazzo coinvolto, scrivere nella chat dei genitori o reagire davanti a lui con una rabbia incontenibile. La rabbia del genitore è comprensibile, ma il bambino potrebbe pensare: Ecco perché non volevo dirglielo. Adesso succederà un casino.

Conviene raccogliere con calma informazioni concrete: che cosa è successo, quante volte, da quanto tempo, dove accade, chi è presente, chi lo ha visto, se qualche adulto ne è già a conoscenza e che cosa teme possa accadere se la situazione viene segnalata. Questo ultimo punto è prezioso perché permette di costruire un intervento che tenga conto anche della percezione di sicurezza del bambino, invece di agire semplicemente sopra la sua testa.

Coinvolgere la scuola non significa “fare la spia”

Quando esiste un sospetto consistente, il problema non può essere delegato interamente al bambino. È opportuno coinvolgere la scuola e chiedere una valutazione concreta della situazione. Non soltanto «tenetelo d’occhio», ma: in quali momenti avvengono gli episodi? Chi può supervisionare quelle situazioni? A quale adulto può rivolgersi immediatamente il bambino? Che cosa succede negli intervalli, negli spogliatoi o negli spostamenti? Come verrà verificato nelle settimane successive che il problema sia effettivamente cessato?

Dal 2024 la normativa italiana ha rafforzato formalmente il sistema di prevenzione e contrasto: ogni istituto scolastico deve adottare un codice interno contro bullismo e cyberbullismo, istituire un tavolo permanente di monitoraggio e individuare procedure specifiche; quando il dirigente viene a conoscenza di episodi che coinvolgono studenti dell’istituto deve applicare le procedure previste e informare tempestivamente i genitori dei minori coinvolti.

È importante anche documentare gli episodi: date, messaggi, screenshot, eventuali fotografie di oggetti danneggiati o lesioni, nominativi di persone presenti. Non per costruire immediatamente un processo contro qualcuno, ma perché quando gli episodi vengono raccontati separatamente possono sembrare piccole cose; messi in sequenza, invece, può emergere con chiarezza la ripetitività del comportamento.

C’è una frase che un bambino vittima di bullismo non dovrebbe mai sentirsi dire «Devi imparare a difenderti.»

Non perché sia sbagliato aiutare un figlio a sviluppare assertività, autonomia e capacità di proteggersi. Ma perché questa frase, pronunciata nel momento sbagliato, può essere tradotta interiormente in: se continuano a farlo è perché io non sono abbastanza forte.

Il bullismo è, per definizione, una situazione nella quale la possibilità di difendersi è già compromessa da una disparità di potere. Chiedere alla vittima di risolverla semplicemente diventando più forte rischia quindi di aggiungere alla sofferenza una seconda ferita: sentirsi responsabile di non essere riuscita a fermarla.

Molto più importante è trasmettere un’altra esperienza: «Non devi affrontare questa situazione da solo. Capiremo insieme che cosa sta succedendo e troveremo il modo di proteggerti».

E soprattutto: non aspettare la “prova definitiva”

Nessuno dei sei segnali descritti dimostra da solo che un bambino sia vittima di bullismo. Mal di pancia, isolamento, irritabilità, difficoltà scolastiche o cambiamenti nelle amicizie possono comparire per moltissime ragioni. E vale anche l’inverso: alcuni bambini vittime di bullismo non mostrano segnali evidenti.

Il compito del genitore, quindi, non è formulare una diagnosi partendo da una lista. È accorgersi quando qualcosa cambia e avvicinarsi abbastanza da poterlo capire.

I dati italiani della sorveglianza HBSC 2022 mostrano che circa il 15% degli adolescenti intervistati riferiva di aver subito almeno un episodio di bullismo e una percentuale analoga episodi di cyberbullismo, con valori più elevati tra i più giovani. Non è dunque un’esperienza marginale.

E forse la protezione più importante comincia molto prima dell’eventuale racconto. Comincia quando un figlio sa che può tornare a casa con una cosa difficile da dire senza essere giudicato, interrogato o immediatamente privato del controllo su ciò che succederà dopo. Perché chiedere aiuto diventa più facile quando l’adulto non rappresenta soltanto qualcuno che interverrà, ma qualcuno con cui è possibile sentirsi finalmente al sicuro mentre si cerca una soluzione.