L’invidioso finge bene: 7 segnali per smascherarlo

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Dott.ssa in biologia e psicologia. Esperta in genetica del comportamento e neurobiologia. Scrittrice e founder di Psicoadvisor

Comincio a scrivere questo articolo con un’affermazione shock: l’invidia è un sentimento sano e può essere il presupposto di un’elaborazione o di una motivazione. Solo quando non riconosciuta e proiettata si trasforma in una trappola che distrugge tutto: se stesso e l’altro. Vediamo insieme che cos’è davvero l’invidia, perché è naturale provarla e come, invece, spesso diventa patologica e pericolosa (e qui, faresti bene a guardartene!).

Che cos’è l’invidia?

L’invidia è un’emozione complessa e spesso spiacevole che nasce quando confrontiamo noi stessi con qualcun altro e percepiamo che quella persona possiede qualcosa che vorremmo avere anche noi — può essere un bene materiale, una qualità, un talento, una relazione o uno status.

Ecco alcuni aspetti chiave:

  • C’è il confronto sociale:
    l’invidia nasce dal paragone, reale o immaginato, con gli altri.
  • C’è una componente di desiderio mista a frustrazione:
    non solo desideriamo ciò che l’altro ha, ma proviamo anche disagio perché noi non lo abbiamo e, intimamente, facciamo questa valutazione “per me sarà difficilissimo ottenerlo” o peggio, non posso averlo”. E ci fa sentire impotenti.
  • L’invidia è un’emozione relazionale:
    coinvolge sempre almeno due persone.

Può essere distruttiva o costruttiva: l’invidia “maligna” può portarci a voler danneggiare o sminuire l’altro, ci fa ristagnare e ci tiene bloccati nella vita. Quella sana, invece, può gettare le basi di complessi processi elaborativi (come l’elaborazione di un profondo dolore) o motivarci a migliorare noi stessi.

È un ottimo indicatore

Pertanto l’invidia è emblematica perché ci dice esattamente che tipo di rapporto abbiamo con noi stessi. L’invidia patologica, per esempio, ci dice che abbiamo iniziato a mentirci tanti anni fa, che siamo sovrastrutturati e che viviamo una vita poco autentica. Quella sana, al contrario, ci racconta che abbiamo un buon rapporto con noi stessi. Questo sentimento complesso, infatti, è un segnale del nostro rapporto con i desideri, l’immagine che abbiamo di noi e il rapporto che stringiamo con gli altri.

Il vero invidioso, non sa di esserlo

Prima di parlare di invidia sana, più facile da descrivere, mi soffermerò sulle varie forme che assume l’invidia quando chi la prova la nega finanche a se stesso. Il vero invidioso, infatti, non sa di esserlo: è così abile a camuffare questo sentimento perché da sempre, riesce a distorcerlo benissimo anche dentro se stesso. Allora ecco dei segnali per riconoscere l’invidia (in se o negli altri).

1) Minimizza costantemente i successi altrui

L’invidioso non elogia, ma ridimensiona. Non dice “Hai fatto un ottimo lavoro”, dice:

  • “Vabbè, non era poi così difficile.”

  • “Sì, ma hai avuto fortuna.”

  • “Vediamo quanto ti dura.”

Ridurre l’altro serve a ridurre il dolore del confronto. Non riesce a riconoscere il valore dell’altro perché significherebbe riconoscere ciò che gli manca. È abilissimo a trovare pagliuzze negli occhi degli altri e non vede la trave che è nei suoi.

2) Svaluta ciò che desidererebbe avere

Non dice “Lo vorrei anche io”, dice:

  • “A me tutte queste cose non interessano.”

  • “Il successo non cambia la vita.”

  • “Sono cose superficiali.”

  • “Contento lui, a me non fa ne’ caldo ne’ freddo”.

Assume dei comportamenti irriverenti e parla male di ciò che gli piace, perché ammetterlo farebbe male. Il disprezzo diventa una difesa identitaria.

3) Non riesce a gioire per i successi degli altri

La felicità altrui mette a disagio. Di facciata, può sorridere, complimentarsi ma dentro c’è tensione che si riflette all’esterno allora: cambia discorso, rimane freddo, si defila. Lo fa quando non può minimizzare perché l’altro può “tornargli utile”. Sì, purtroppo le persone invidiose non avendo un rapporto autentico con sé, costruiscono rapporti falsi anche con gli altri e l’opportunismo è una leva spesso attiva. In caso di successi altrui, se proprio non può sminuirli, può reagire così:

  • “Bravo! (pausa) … e tu quando hai intenzione di fare qualcosa?”

  • Adesso bisogna vedere se riuscirai a reggere tutte quelle responsabilità
  • Sposterà il focus sugli aspetti negativi e se non ce ne sono, li inventerà con la fantasia!
  • Oppure resta in silenzio.

Il suo corpo non riesce ad allinearsi alle parole, quindi un buon osservatore noterà tante incongruenze tra ciò che professa e i suoi atteggiamenti.

4) Si irrita quando l’altro riceve attenzioni

Le attenzioni non devono andare a qualcun altro. Anche se non vuole quell’attenzione, ne soffre che vada altrove.

  • All’ufficio: se un collega viene lodato, si chiude.

  • In famiglia o tra amici: se qualcuno viene elogiato, dopo un po’, diventa competitivo.

Attenzione a non confonderla con la gelosia!! L’invidia è una reazione alla sensazione di perdita di valore personale. Facciamo uno schemino per chiarire:

5) Trasforma le lodi in critiche travestite

Esempio classico:

  • “Be’, con tutto il tempo libero che hai, è normale che ottieni quei risultati” (per sminuire la dedizione, l’impegno… riduce tutto a un “non ha nulla da fare”).

  • “Sì, hai avuto un buon punteggio… ma lì è un po’ come becchi la commissione, come stanno con la testa!”

  • “Bello il tuo nuovo lavoro, ma chissà quanta ansia ti farà venire!”

Non riesce a riconoscere apertamente ciò che ammira, quindi lo denigra indirettamente.

6) Ha una falsa indifferenza verso ciò che ammira o desidera

L’invidioso che nega questo sentimento, nega tantissime altre cose e arriva a simulare indifferenza verso ciò che desidera o ammira.

  • “Mai e poi mai farei un lavoro del genere!”

  • “Non sopporto chi si mette in mostra in quel modo.” (ma vorrebbe visibilità)

  • “Quel sito è diventato troppo commerciale, troppo popolare” (ma soffre a non avere quella popolarità e quel riscontro)

 L’indifferenza è una maschera: protegge dal dolore del desiderio non ammesso.

7) La proiezione è il suo meccanismo di difesa ricorrente

Lo abbiamo detto: chi soffre di invidia patologica non la riconosce! Finge così bene con gli altri perché prima è abile a fingere con sé. Ricorre a un meccanismo di difesa primitivo: la proiezione. Cioè, tende ad attribuire agli altri ciò che non riesce a riconoscere dentro di sé.

Non pensa “io invidio”, ma crede sinceramente che gli altri provino invidia verso di lui.

Per questo può dire:

  • “Tutti mi copiano”, quando è lui a essere carente di originalità, prendere idee, stile, scelte e persino frasi dagli altri! Per poi, ovviamente, accusare tutti gli altri sfidando persino la logica (es.: ordine cronologico di pubblicazione).

  • “Sono tutti invidiosi di me e di quello che faccio”, e questo diventa il suo mantra di vita. “Mi stai invidiando” – “Tutti mi invidiano”. “Mi invidiano? Come dargli torto? Sono così al top”

  • “Mi criticano perché mi invidiano”, anche quando riceve un feedback normale o perfino costruttivo, lo interpreta come una minaccia perché egli stesso, per primo, è incapace di fare osservazioni costruttive. Insomma, si aspetta dagli altri ciò che egli dà agli altri. Ops… perdonatemi il gioco di parole.

  • “Mi temono”, quando in realtà nessuno lo considera una minaccia.

Trasforma il suo ruolo da “invidioso” a “invidiato”

La proiezione gli permette di non sentire la propria inferiorità. Attribuendo all’altro l’invidia, evita di confrontarsi con il proprio disagio, trasformando il ruolo: da “invidioso” a “invidiato”. È un rovesciamento psicologico che lo preserva dall’ammettere una verità troppo dolorosa: la sua sofferenza nasce da ciò che sente di non avere.

La proiezione è un elemento cardine nell’invidia patologica. È ciò che rende l’invidioso distruttivo. Se solo gli invidiosi riuscissero a essere un po’ sinceri con se stessi, la loro vita sarebbe più facile (e anche la vita di chi gli gravita intorno o di chi, con quella persona, non vorrebbe averci nulla a che fare ma continua a essere attaccato).

La proiezione ha questi effetti collaterali: impedisce l’autocritica, blocca ogni forma di elaborazione, alimenta la convinzione di essere speciale, blocca il cambiamento. Finché l’invidioso resta convinto che “siano gli altri a invidiare lui”, non si chiederà mai che cosa gli è mancato in passato e perché, ancora oggi, gli fa così male non averlo.

L’invidia nasce da una ferita

Tutte le invidie nascono da una ferita. Quando a monte quella ferita non viene riconosciuta, allora l’invidia si trasforma in meschinità, in cattiveria e solo nel migliore dei casi in competizione. Le persone che non riconoscono le proprie ferite e l’invidia che ne deriva mi spaventano perché, pensando di essere nel giusto, sono capaci di gesti molto distruttivi.

Quando l’invidia nasce da una ferita, da una perdita riconosciuta, così come da un desiderio fondamentale non realizzabile, non diventa meschina. Si trasforma in dolore da attraversare, in tristezza da trasformare. Un processo schietto e sincero che parte con un semplice: “Anch’io avrei voluto questo, e mi fa male non averlo.” 

Riconoscere un desiderio non realizzato non ti rende più forte nell’immediato, anzi: ti espone, ti toglie le difese, ti lascia nudo davanti a ciò che non hai potuto ottenere. È molto più facile mentire a sé stessi, sminuire ciò che non si possiede o giudicare chi lo ha. È più comodo dire “non mi interessa” che ammettere “fa male non averlo”. La verità non consola. La verità scuote, spacca, brucia prima di guarire. Eppure, solo questa verità apre una porta: quella dell’evoluzione. Perché non possiamo trasformare ciò che non siamo disposti a sentire.

Il coraggio di guarire

La vita è dura per tutti. Nessuno arriva fin qui senza aver subito perdite, ingiustizie, limitazioni o occasioni negate. C’è chi è cresciuto con poco amore, chi con poche risorse, chi con le emozioni a mille, un corpo fragile e chi nella trascuratezza più totale! È inevitabile: la vita non distribuisce le opportunità in modo equo.
Ed è proprio davanti a queste ingiustizie possiamo fare la differenza.

Chi non riconosce le proprie ferite preferisce puntare il dito sugli altri: è più facile giudicare chi ha qualcosa che noi non abbiamo, invece di guardare ciò che ci è sempre mancato. Gli invidiosi non vedono talenti, impegno o conquiste negli altri: vedono solo lo specchio di ciò che loro non riescono ad affrontare.

La verità è che crescendo, ognuno di noi, ha lasciato in sospeso delle piccole (e a volte grandi) dosi di dolore mai curato. Ma chi riesce a guardare la propria fragilità, chi si mette seduto davanti al proprio dolore senza giudizio, scopre che da lì può nascere molto. La perdita può trasformarsi in evoluzione, la rabbia in autoaccudimento, l’impotenza in crescita consapevole. Non perché la sofferenza diventi improvvisamente giusta, ma perché smette di essere una condanna e diventa un punto di partenza.  È per chi ha ancora voglia di brillare -nonostante invidie celate e cattiverie- che nasce il mio ultimo libro: “lascia che la felicità accada“, lo trovi in tutte le librerie o a questa pagina amazon. È uno strumento che ti consente di trasformare le emozioni più profonde e imparare a prenderci cura di noi in modo nuovo, concreto, corporeo, possibile. Sì, perché la felicità può accadere anche quando tanto ci rema contro. PS.: personalmente, io, lo leggerei per me, condividendolo con chi amo… ma… capisco che può essere un utile regalo da fare agli invidiosi! Affinché si risolvano da soli.

Autore: Anna De Simone, psicologo esperto in psicobiologia
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