No contact tra genitori e figli: un vuoto incolmabile

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Dott.ssa in biologia e psicologia. Esperta in genetica del comportamento e neurobiologia. Scrittrice e founder di Psicoadvisor

Era il 2016 quando, per la prima volta, iniziai a parlare pubblicamente di un tema allora considerato quasi indicibile: l’interruzione volontaria dei rapporti tra genitori e figli adulti. Se ne discuteva poco, quasi sempre sottovoce, e raramente con uno sguardo psicologico capace di andare oltre il giudizio morale.

Da allora, il dibattito ha assunto dimensioni sempre più ampie. Non necessariamente perché il fenomeno sia nuovo, ma perché ha finalmente iniziato a essere nominato. Nelle ultime settimane, poi, complice anche l’allontanamento di Brooklyn Beckham dalla famiglia famiglia Beckham, il tema ha iniziato a occupare le cronache e i social. Sembra che sia necessario un personaggio famoso per accendere i riflettori su una realtà che esiste da sempre. Come se un fenomeno diventasse legittimo solo quando riguarda una famiglia “in vista”… e la verità è che non vedevamo l’ora di poterne parlare apertamente!

Allora il caso dei Beckam è diventato un pretesto, un varco. Un’occasione per un pubblico che fino a poco tempo fa non aveva strumenti, parole o autorizzazione culturale per mettere in discussione il mito della famiglia intoccabile. Allora, quando quello spiraglio si è aperto, le voci sono uscite tutte insieme. Con urgenza. Con intensità. Come accade ogni volta che un tema resta a lungo silenziato.

Eppure, ciò di cui stiamo parlando non è una moda, né un capriccio generazionale, né tantomeno una ribellione improvvisa.

In ambito internazionale esiste da tempo un termine preciso: estrangement.
Con questa parola si indica la rottura o la forte riduzione del contatto relazionale tra un figlio adulto e uno o entrambi i genitori, una distanza che non nasce dall’impulsività, ma da una storia lunga, spesso silenziosa, quasi sempre dolorosa.

L’estraniamento familiare non è sinonimo di conflitto acceso. Al contrario, molto spesso è l’esito finale di anni di adattamento, di tentativi di mediazione, di richieste non ascoltate. È una scelta che arriva quando il legame, così com’è, diventa incompatibile con la salute psicologica di chi lo vive.

Fino a qualche decennio fa, però, non avevamo parole per dirlo. Nella mia piccola provincia, chi si allontanava dalla famiglia di origine veniva etichettato come “scappato di casa”. E degli “scappati di casa” bisognava diffidare. Erano persone da evitare, portatrici di una colpa mai chiarita ma data per certa.

Quel linguaggio racconta molto più della cultura dell’epoca che delle persone coinvolte. Racconta una società in cui la famiglia era considerata intoccabile per definizione, e in cui il legame di sangue giustificava tutto: abusi, ricatti, violenze, svalutazioni, intrusioni, mancanze e le più sottili strumentalizzazioni.

Oggi, finalmente, iniziamo a distinguere tra famiglia come valore fittizio e famiglia come esperienza vissuta. E iniziamo a riconoscere che non tutte le relazioni nutrono, e a talvolta, a violarti di più, sono quei legami che più di tutti avrebbero dovuto garantirti protezione!

Di recente ho partecipato a un’intervista per Il Post proprio su questo tema. Molto di ciò che avevo condiviso non è stato riportato, probabilmente perché non facilmente riducibile a una contrapposizione netta tra “figli ingrati” o “figli giusti”, e “genitori vittime” o “genitori carnefici”. È un tema molto complesso.

Ed è per questo che sento il bisogno di parlarne ancora. Con più spazio. Con più complessità. E soprattutto senza scorciatoie morali. Perché l’estrangement non è una fuga. È, molto più spesso, un atto estremo di autoconservazione. Ma proseguiamo per gradi e vediamo perché affermo che non è un fenomeno nuovo.

Stando ai dati derivati dal National Longitudinal Survey of Youth 1979 (NLSY79) e dal suo supplemento Child and Young Adult, che include figli di genitori nati tra il 1957 e il 1964, il “No contact” tra genitori e figli non è una roba da generazione Z, ma riguardava già le generazioni X e Mi. In particolare:

  • Circa 6% degli adulti ha riportato esperienze di no contact da madri; età media dell’evento a circa 26 anni.
  • Circa 26% ha riportato no contact con la figura paterna, con età media intorno ai 23 anni.

Eccoci nel cuore: il no contact sembra un fenomeno nuovo ma, se pensiamo alla frase “Non parlo più con mio padre”, ci rendiamo conto che si tratta di qualcosa che conosciamo da sempre. Una frase che abbiamo sentito pronunciare, magari a bassa voce, magari come dettaglio marginale di una storia più grande, senza che nessuno si fermasse davvero a chiedere cosa ci fosse dietro.

Per decenni è esistita senza nome, senza cornice, senza diritto di approfondimento. Era una distanza data per scontata, normalizzata, spesso giustificata con il carattere, con il conflitto, con l’idea che “con i padri è diverso”. Nessuno la chiamava estrangement, nessuno la considerava una scelta complessa. Oggi, finalmente, possiamo parlare a gran voce del no contact con il genitore disfunzionale, madre o padre che sia. E soprattutto, possiamo e dobbiamo chiederci perché si verifica.

Il paradosso del no contact per il figlio

Contrariamente a quanto si pensa, a praticare l’estrangement non è chi è emotivamente libero dal genitore, ma molto spesso chi ha con lui o con lei un legame di forte dipendenza affettiva. Il no contact non nasce dall’indifferenza, né da una posizione di forza. Nasce dal tentativo, spesso estremo, di interrompere una dinamica di subordinazione emotiva che non si riesce a gestire con confini più morbidi.

Chi è realmente differenziato, chi possiede un buon grado di autonomia emotiva, nella maggior parte dei casi riesce a mantenere una relazione anche complessa senza esserne travolto. Può dire no. Può limitare. Può prendere distanza senza scomparire. Chi ricorre al no contact, invece, spesso non riesce a restare nella relazione senza perdere se stesso.

Il punto non è la presenza o l’assenza del legame. Il punto è il grado di regolazione emotiva possibile all’interno di quel legame.

Il no contact diventa necessario quando:

  • il rapporto attiva emozioni troppo intense e non regolabili
  • i confini vengono sistematicamente violati
  • la persona non riesce a differenziarsi restando in relazione

In modo paradossale, dunque, il no contact è spesso scelto proprio da chi sente di più nel legame. Da chi è ancora profondamente coinvolto. La distanza non nasce dal non provare nulla, ma dall’impossibilità di reggere una relazione che vuole intrappolarti in un ruolo, un legame che, così com’è, continua a destabilizzare.

Il no contact, dunque, è spesso accompagnato da un senso di liberazione. Ma altre volte, è accompagnato da conflittualità, ambivalenze, sensi di colpa.

Attenzione! La carenza di autonomia emotiva che il figlio sperimenta dentro di sé senza esserne consapevole… è la conseguenza diretta di essere cresciuto in una relazione carente. Non è certo una colpa o un difetto individuale. Ecco che un figlio messo alle strette, cercherà di conquistare mediante il “no contact” quell’autonomia mai concessa.

Il paradosso del no contact per il genitore

Nella ricerca sull’estrangement familiare esiste un concetto chiave, spesso trascurato nel dibattito pubblico: la discrepanza narrativa.

Con questa espressione si indica la differenza sistematica tra il modo in cui i figli adulti e i genitori raccontano e interpretano la rottura della relazione. Ed è proprio questa discrepanza, più del conflitto in sé, a mantenere il no contactnel tempo.

Questa discrepanza emerge spesso per un effetto paradossale: il genitore abusante si percepisce come l’unica vittima indiscussa e riconosce nel figlio un carnefice ingrato. In casi più rari (e più recuperabili) emerge semplicemente perché non si riesce a leggere la dinamica relazionale.

Dal punto di vista genitoriale, le intenzioni prendono il posto degli effetti: “Non volevo ferirti” diventa più importante di “ti ho ferito”. E così, la ferita viene banalizzata, sminuita, anzi. Il no contct viene visto come un gesto ingiustificato. Esagerato. Addirittura viene attribuito non a una sofferenza reale ma a qualcosa di esterno: la terapia che “lo ha cambiato”, il partner che “lo ha influenzato”, i social, una moda culturale, una generazione “senza valori”. Qualsiasi spiegazione esterna sembra essere più rassicurante dell’idea di mettersi in discussione.

A volte la spiegazione prende una forma ancora più drammatica: il figlio viene descritto come narcisista, manipolatorio, punitivo, uno che taglia i ponti per far soffrire.

E anche se si volesse considerare, in alcuni casi, la presenza di tratti narcisistici o francamente disfunzionali nel figlio, resta una domanda che non si può ignorare: da dove arrivano quei tratti? I tratti di personalità non compaiono dal nulla. Non si formano per “opera e virtù dello spirito santo”. Si apprendono, si consolidano e si strutturano proprio nelle relazioni primarie che ci hanno costruito. Per questo, ogni volta che ci si affretta a incollare un’etichetta diagnostica al figlio, bisognerebbe avere l’onestà intellettuale di aggiungere un pezzo mancante: quale tipo di esperienza relazionale ha contribuito a quel funzionamento? Chi ha cresciuto quel figlio?

Dalla prospettiva genitoriale esiste poi una lettura più benevola, ma non meno problematica. Molti genitori hanno interiorizzato un’idea di amore fondata sul sacrificio. Un amore che si misura in rinunce, fatica, resistenza. È da qui che nasce il pensiero: “Con tutto quello che ho fatto per te, come puoi farmi questo?”. In questa logica, il dolore del genitore diventa la prova dell’amore, mentre quello del figlio resta, ancora una volta, sullo sfondo.

Ed è qui che la discrepanza narrativa si cristallizza.
Il genitore parla di intenzioni, il figlio di effetti.
Il genitore parla di sacrificio, il figlio di mancanza.
Il genitore chiede riconoscenza, il figlio chiede riconoscimento.

La ricerca mostra con chiarezza un punto cruciale: non è il conflitto a predire il no contact. I conflitti esistono in tutte le famiglie. Ciò che rende il no contact più probabile e più stabile è l’assenza di riconoscimento del danno. Quando il vissuto emotivo del figlio viene minimizzato, negato o attribuito a cause esterne, la ferita si riattiva. Ancora una volta.

In questo senso, il paradosso del no contact per il genitore è profondo: nel tentativo di difendersi dal dolore, finisce spesso per riprodurre esattamente ciò che ha reso necessaria la distanza. La negazione del vissuto del figlio, oggi, è la stessa che il figlio ha sperimentato per anni nella relazione.

E finché questa discrepanza narrativa resta intatta, il ponte non può essere ricostruito.

Nota bene. Ho affrontato il tema dell’emancipazione emotiva e della possibilità di attraversare ben equipaggiati qualsiasi ponte relazionale, nel mio ultimo libro bestseller «lascia che la felicità accada» (Rizzoli, 2025). Il paragrafo “il tuo sangue” del capitolo “TU”, offre prospettive concrete sulle scomode dinamiche che spesso accompagnano la relazione genitore-figlio.