Il dolore silenzioso di molti papà: quando un padre diventa invisibile nella sua stessa famiglia

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Dott.ssa in biologia e psicologia. Esperta in genetica del comportamento e neurobiologia. Scrittrice e founder di Psicoadvisor

I papà non dovrebbero vivere all’ombra della mamma. Eppure, in molte famiglie, finiscono per essere trattati come tali. Non succede all’improvviso, spesso è un processo lento, quasi impercettibile, che si costruisce nel tempo. Senza accorgercene, il padre viene gradualmente spinto verso i margini della vita affettiva di un figlio. E quando quella distanza diventa evidente, non è raro che gli venga attribuita la responsabilità della sua assenza o, peggio ancora, del suo presunto disinteresse.

Accade così che molti uomini vengano descritti come poco presenti, poco empatici, poco partecipi. Ma raramente ci fermiamo a chiederci se alcune di queste tendenze non siano anche il risultato di dinamiche che, in parte, la stessa famiglia e la società contribuisce a creare.

Prima che qualcuno scatti sulla difensiva, però, è importante chiarire una premessa. Quando si parla di relazioni familiari e di questi equilibri delicati, l’ovvio va sempre ricordato: esistono persone (uomini o donne che siano), profondamente presenti, attente, premurose, capaci di costruire legami vivi e partecipati. E ne esistono altre che, invece, faticano a stare nella relazione, sono realmente disinteressate. Questo articolo non vuole essere l’ennesimo giudizio frettoloso ma un invito alla riflessione per uomini e donne e… per i figli, che spesso si sentono non amati” da papà che avrebbero voluto farlo ma a cui non gli è stata concessa l’opportunità.

Esatto, questo articolo vuole tendere la mano a quegli uomini che, frase dopo frase, esclusione dopo esclusione, invalidazione dopo invalidazione, hanno smesso di esprimersi e hanno iniziato a usare il distacco come uno scudo. E, vi assicuro, che non è mai una scusa.

Perché un papà non ha soltanto doveri economici o materiali. Non dovrebbe essere chiamato in causa solo quando c’è da risolvere qualcosa, aggiustare, sostenere, provvedere. Non è uno strumento a servizio della famiglia. Un papà si emoziona, si lega, si ferisce. Prova gioia, orgoglio, paura, tristezza. Un padre non è e non dovrebbe essere un ruolo di sfondo nella vita affettiva di un figlio eppure, troppo spesso lo diventa. Finisce per desiderare profondamente di esserci per i figli per poi arrendersi e convincersi col tempo, che ormai non ci sia più spazio per lui. E qui che scatta il distacco, non per scelta deliberata ma per mancanza di una reale alternativa.

La dinamica che vorrei descrivere è sottilissima e non è affatto semplice da esporre. Per aiutarmi sfrutterò la teoria delle “spirali del silenzio”. Si tratta di un concetto provato in diversi ambiti sociali, dalla politica alla tv. La spirale del silenzio è quel fenomeno per il quale molte persone, quando percepiscono che il proprio punto di vista o modo di fare non è accolto, condiviso o legittimato, finiscono per tacere sempre di più. Per paura del conflitto, del giudizio, dell’irrilevanza o dell’esclusione, smettono di esporsi. È un fenomeno esistente, descritto in dettaglio nella letteratura scientifica.

Dopo una certa dose di invalidazione, le persone cambiano, non si esprimono, non si espongono. Non perché non abbiano più nulla da dire, ma perché hanno imparato che ciò che sentono non troverà ascolto. Applicata alla vita familiare, questa dinamica può diventare devastante. Quando un uomo prova più volte a esprimere un dubbio, un bisogno, una fragilità, una proposta educativa, e dall’altra parte trova correzione, derisione, svalutazione o un’immediata riappropriazione del controllo, pian piano può iniziare a zittire intere parti di sé. E così, il papà, si allontana.

Per esempio. All’inizio prova a dire: “Secondo me, nostro figlio adesso ha bisogno di un ambiente più calmo”. Ma gli viene risposto che lui non capisce, che minimizza, che tanto con i figli certe cose le sa fare solo la madre. Un’altra volta cerca di consolare il bambino a modo suo, ma viene interrotto: “Lascia stare, faccio io”. Prova a partecipare a una decisione, ma scopre che è già stata presa. Prova a esprimere un dispiacere, ma viene liquidato con frasi come: “Adesso non farne un dramma” oppure “Tu non puoi capire” o peggio, “Ma che ne sai tu di come si cresce un figlio”.

Magari, sempre all’inizio, prova a dire che ci è rimasto male, che si è sentito escluso, ma viene deriso, percepito come infantile, fragile, eccessivo. Così, lentamente, ciò che era partecipazione inizia a ritirarsi. Ciò che era slancio diventa cautela. Ciò che era desiderio di esserci si trasforma in una presenza sempre più muta, più timida, più periferica… Fino a diventare distacco.

È così che tanti papà vengono “silenziati”. Nella ripetizione quotidiana di piccoli messaggi che insegnano a una persona che il suo ruolo o peggio, il suo modo di sentire non è legittimo. E quando questo accade dentro una famiglia, la conseguenza non è solo il silenzio. È il modellamento progressivo di una figura paterna ridotta a funzione strumentale. Un padre che… nel migliore dei casi, resta in qualche modo presente: porta, accompagna, provvede, firma, lavora, sistema, ma che viene estromesso dalla regia emotiva. Come se l’alfabeto degli affetti appartenesse naturalmente alla madre, e l’uomo dovesse limitarsi a una partecipazione secondaria, operativa, accessoria. Talvolta, però, tutto questo può essere insostenibile: quando il modellamento si trasforma in un conflitto quotidiano, la persona si ribella e si sottrae dal ruolo strumentale e tutto ciò che porta in famiglia è… distacco.

Il papà strumentale e la madre totale

Il papà finisce sullo sfondo sopratutto quando nel sistema familiare c’è lei: la madre totale. Una donna che non si limita a essere presente, non si limita a essere una madre coinvolta ma… occupa tutti gli spazi in famiglia, tutto il campo simbolico e relazionale. È lei che sa, che interpreta, che traduce, che decide finanche cosa prova il figlio, cosa gli serve, cosa è giusto per lui, chi lo capisce davvero, chi invece lo turba, chi può avvicinarsi e chi no. In questa configurazione la madre scandisce l’identità del figlio e… il tutto avviene in modo implicito. Mediato da frasi come “lo faccio per il tuo bene”, intanto, però, quella figura si sostituisce alla prole in ogni scena. Il padre, non viene necessariamente escluso in modo dichiarato. Spesso viene inglobato, neutralizzato, corretto, reso marginale senza che nessuno nomini apertamente ciò che sta accadendo. E proprio per questo che il processo è ancora più difficile da vedere.

La madre totale non sempre agisce con intenzionalità. A volte è mossa dall’ansia, da ferite antiche, da un bisogno di controllo che confonde la fusione con l’amore. A volte è mossa da un bisogno identitario. Altre, crede sinceramente di proteggere il figlio, di fare il meglio. Ma quando una sola figura impugna tutto: l’educazione, la vita emotiva e persino la definizione dei vissuti del bambino, il rischio è enorme; il padre smette di essere riconosciuto come soggetto affettivo, il bambino vive in funzione materna. Il papà, a dispetto delle sue intenzioni, dei suoi desideri… si trasforma in una presenza tollerata finché non interferisce con la narrazione dominante.

E allora accade qualcosa di profondamente doloroso. Il padre non perde solo spazio pratico. Perde legittimità interiore. Inizia a dubitare del proprio sentire, della propria competenza emotiva, perfino del proprio diritto a esserci. Comincia a fare un passo indietro prima ancora che glielo si chieda. Si autocensura. Si dice che è meglio evitare discussioni. Che forse davvero non è capace. Che forse il bambino preferisce la madre. Che forse il suo dolore non conta poi così tanto. E così la spirale del silenzio non produce soltanto un uomo più taciturno. Produce un uomo che, a forza di non essere riconosciuto, rischia di diventare estraneo alla famiglia e a se stesso.

Viviamo in una società di papà silenziati

Questa tendenza ci colpisce su più livelli. Ci colpisce nella cultura, perché continuiamo a pensare la madre come luogo naturale del sentire e il padre come figura complementare. Ci colpisce nel linguaggio, perché quando una madre soffre parliamo subito di ferita, mentre quando soffre un padre spesso cambiamo registro: parliamo di responsabilità, di tenuta, di azione… Ci colpisce nell’immaginario collettivo, perché siamo ancora profondamente ipnotizzati dal mito materno. Qualche tempo fa mi sono trovata ad assistere a una scena che, a pensarci bene, dice molto più di tante analisi sociologiche. Marzo è il mese della donna e anche quello della festa del papà. Per quest’anno mi è stato chiesto di fare da madrina a un’importante rassegna socioculturale intitolata “Donne. Ribelli. Resilienti. Libere.”. Ho partecipato con grande piacere (a proposito, il 29 marzo, la giornata di chiusura, terrò il mio intervento al Museo di Castellana Grotte, Bari). Durante un incontro, sul palco c’erano Lella Fazio e suo marito Pinuccio. Genitori di Michele, ucciso giovanissimo in una sparatoria di camorra. Da anni i due portano avanti un impegno civile forte, instancabile, impegnandosi contro la criminalità organizzata.

Durante l’incontro non ho potuto fare a meno di notare una cosa. Giornalisti, pubblico e addetti stampa si rivolgevano a lei chiamandola “la mamma di Michele”. A lui, chiamandolo “Pinuccio”. Agli occhi dei presenti, Lella aveva perso la sua identità personale, Pinuccio era stato deprivato del suo ruolo affettivo. Si parlava del dolore di una madre e dell’impegno di Pinuccio. Dello strazio di lei. Delle iniziative di lui; mai si è parlato del dolore del padre.

Mai sono state fatte domande sulla vita interiore di Pinuccio. Cosa pensa? Cosa sente? Cosa ha provato? Tutti quesiti posti a Lella. A lui hanno chiesto piuttosto quante volte è dovuto recarsi in questura. Siamo sotto l’incantesimo sociale del mito materno, dal sacrificio della madre… e non ci accorgiamo delle sofferenze di un padre anche quando è sotto i riflettori, su un palco, sotto gli occhi di tutti! Allora, quei papà più silenziosi che sono nelle nostre case, chi li noterà?

Forse, prima di chiederci perché certi padri sembrano distanti, dovremmo iniziare a domandarci quante volte quella distanza è stata costruita nel tempo. Quante volte il loro sentire è stato corretto, ridimensionato, ridicolizzato o semplicemente ignorato. Quante volte li abbiamo voluti forti, utili, stabili, ma non pienamente umani. Perché anche da qui passa l’educazione emotiva: dalla capacità di restituire dignità affettiva a tutte le figure che abitano la famiglia.

Se ti va di fare un regalo al papà che fa bene a lui e a tutta la famiglia, ti suggerisco di scegliere il mio libro «il mondo con i tuoi occhi», qui su amazon e in tutte le librerie.

Con affetto,
Anna

Anna De Simone
dott.ssa in psicologia e biologia
Parlo di relazioni intime e, soprattutto, del corpo!