Perché tutti dovrebbero leggere il libro “Se ascolti il tuo corpo accadono cose meravigliose”

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Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi. Scrittrice e fondatore di Psicoadvisor

C’è qualcosa di sorprendente nel modo in cui siamo stati educati a pensare a noi stessi: conosciamo il nome di moltissime emozioni, sappiamo dire quando siamo stressati, ansiosi, arrabbiati, innamorati o sopraffatti, eppure quasi nessuno ci ha insegnato che cosa accade biologicamente al nostro corpo mentre proviamo tutto questo.

Sappiamo che cosa significa essere preoccupati. Molto meno che cosa significa, per l’organismo, vivere per mesi aspettandosi che qualcosa possa andare storto. Sappiamo riconoscere la tristezza, ma raramente ci domandiamo che cosa succeda al sonno, al tono muscolare, all’appetito, alla digestione, alla disponibilità energetica quando quella tristezza dura a lungo. Sappiamo dire «sono sotto pressione», senza sapere davvero quante funzioni corporee debbano modificarsi per permetterci di sostenere quella pressione.

Forse è proprio questo il grande equivoco che il nostro nuovo libro “Se ascolti il tuo corpo accadono cose meravigliose” prova a correggere: le emozioni non accadono soltanto nella mente. Accadono nel corpo. E comprenderlo potrebbe cambiare profondamente il modo in cui cresciamo i bambini, curiamo le persone, insegniamo, lavoriamo, costruiamo relazioni e interpretiamo perfino noi stessi.

Non hai soltanto una storia psicologica. Hai una storia biologica

Quando pensiamo alle esperienze che abbiamo vissuto, tendiamo a cercarle nei ricordi. Ma ciò che viviamo non lascia soltanto ricordi. Lascia apprendimenti.

Il nostro organismo impara continuamente dall’ambiente. Impara quali situazioni richiedono attenzione, quali persone sono affidabili, quanto è possibile rilassarsi, quando conviene trattenersi, quando bisogna accelerare, combattere, adattarsi, aspettare. Impara perfino ciò che è necessario fare per mantenere un legame.

Ed è qui che psicologia e biologia smettono di essere due territori separati.

Perché se per anni hai dovuto prevedere l’umore di qualcuno prima di entrare in una stanza, quella non è soltanto una storia relazionale. Se hai imparato a essere sempre efficiente perché fermarti significava sentirti inutile, non è soltanto una convinzione. Se da bambino dovevi controllare continuamente ciò che dicevi, quanto chiedevi, quanto disturbavi o quanto spazio occupavi, il tuo organismo ha partecipato a quell’apprendimento.

Il cervello non registra soltanto ciò che accade: impara che cosa aspettarsi.

Ed è forse una delle idee più importanti di questo libro: il nostro organismo non reagisce soltanto a ciò che sta accadendo. Reagisce anche a ciò che, attraverso l’esperienza, ha imparato ad aspettarsi.

Ecco perché a volte sappiamo perfettamente, con la parte più razionale di noi, che non c’è nulla da temere eppure il cuore accelera.

Sappiamo che potremmo fermarci e tuttavia non riusciamo a farlo. Sappiamo che quella relazione non ci fa bene eppure la separazione sembra insostenibile. Sappiamo che dovremmo dormire ma continuiamo a sentirci vigili. Sappiamo che possiamo dire di no, ma appena l’altro mostra delusione tutto il corpo sembra spingerci a tornare indietro. Non significa che il corpo sia irrazionale. Significa che ha una storia.

Le emozioni sono eventi biologici

Per troppo tempo abbiamo parlato delle emozioni come se fossero qualcosa di etereo, quasi un commento mentale agli avvenimenti della vita. Non è così!

Quando hai paura, il tuo organismo deve prepararsi. Quando sei sotto pressione, deve redistribuire risorse. Quando anticipi un pericolo, cambia il livello di vigilanza. Quando ti senti al sicuro, altre funzioni possono finalmente ricevere maggiore disponibilità. Quando uno stato di attivazione si prolunga, ciò che inizialmente era una risposta utile può diventare costoso.

Respirazione, frequenza cardiaca, pressione arteriosa, tono muscolare, metabolismo, digestione, sonno, secrezioni ormonali, attività immunitaria e disponibilità energetica non appartengono a un mondo separato dalle nostre esperienze.

Per questo nel libro diciamo qualcosa che dovrebbe sembrare ovvio e che, invece, culturalmente non lo è ancora abbastanza: il corpo vive tutto ciò che tu senti. Non perché ogni malattia sia causata dalle emozioni. Non perché un dolore possa essere ridotto a un conflitto psicologico. Non perché basti “pensare positivo” per modificare un processo patologico. Questa sarebbe una semplificazione pericolosa.

Il punto è molto più interessante: salute e malattia emergono dentro organismi complessi, attraversati contemporaneamente da genetica, ambiente, esposizioni, sonno, movimento, alimentazione, condizioni sociali, farmaci, relazioni, esperienze e stress. La nostra biologia non vive fuori dalla nostra biografia!

Per questo dovrebbero leggerlo anche i genitori

Un genitore non insegna a un bambino soltanto parole, regole e comportamenti. Gli insegna, giorno dopo giorno, che cosa fare di ciò che sente.

Un bambino che piange e incontra qualcuno capace di accoglierlo vive un’esperienza diversa da un bambino che viene sistematicamente deriso, ignorato o rimproverato per ciò che prova. Non perché una singola risposta determini il suo futuro, ma perché è attraverso migliaia di interazioni ripetute che impariamo progressivamente come regolare l’attivazione.

  • Prima di saperci calmare da soli, siamo stati calmati.
  • Prima di saper dare un nome a ciò che succede dentro di noi, qualcuno dovrebbe averci aiutato a farlo.
  • Prima dell’autoregolazione c’è  la coregolazione.

Leggere questo libro da genitore significa allora comprendere che frasi apparentemente innocue come «non è successo niente», «smettila di piangere», «non hai motivo di avere paura» non intervengono soltanto sul comportamento visibile del bambino. Gli stanno insegnando qualcosa sul rapporto con le proprie sensazioni interne.

Ma significa anche liberarsi da un’idea impossibile di genitorialità: non servono genitori perfetti. Serve la possibilità di riparare, riconoscere, tornare in relazione.

Dovrebbero leggerlo i figli, anche quando ormai sono adulti

Perché alcuni comportamenti che oggi giudichiamo come difetti personali potrebbero essere stati, un tempo, soluzioni adattive.

Essere sempre allerta. Non riuscire a chiedere aiuto. Occuparsi di tutti. Sentirsi in colpa quando ci si riposa. Interpretare immediatamente il silenzio dell’altro come un segnale di pericolo. Avere bisogno di controllare. Sopportare troppo. Accorgersi di avere fame solo quando si è affamati, di essere stanchi solo quando si è esausti, di essere arrabbiati soltanto quando si esplode.

A volte il problema non è che non sappiamo ascoltarci. È che per molto tempo ascoltarci non era la priorità. Magari bisognava prima ascoltare l’umore degli adulti. Anticiparne le reazioni. Essere bravi. Non creare problemi. Essere utili. Resistere. Diventare adulti significa anche poter guardare questi apprendimenti senza trasformarli in una condanna: ciò che abbiamo imparato ci ha portati fin qui, ma non è detto che debba portarci anche domani.

Dovrebbero leggerlo gli insegnanti

Perché davanti a loro non ci sono soltanto cervelli che devono apprendere. Ci sono organismi. Il bambino che non riesce a stare fermo, quello che sembra assente, quello che reagisce in modo sproporzionato a una correzione, quello che non tollera l’errore, quello che controlla continuamente ciò che fanno gli altri, quello che appare svogliato possono avere storie e ragioni diversissime.

Comprendere la fisiologia della regolazione non significa diagnosticare gli studenti. Significa acquisire uno sguardo più complesso. Significa sapere che non tutti i comportamenti difficili nascono dalla mancanza di volontà e che nessun cervello apprende indipendentemente dallo stato dell’organismo che lo contiene.

Un insegnante che comprende questo non diventa uno psicologo. Diventa, semplicemente, un adulto con uno strumento in più per leggere ciò che ha davanti.

Dovrebbero leggerlo medici, psicologi e professionisti della cura

Forse soprattutto perché, ancora troppo spesso, siamo costretti a scegliere tra due spiegazioni: «è fisico» oppure «è psicologico». Come se esistessero esseri umani divisi a metà. Riconoscere che le esperienze hanno correlati fisiologici non significa psicologizzare la medicina. Al contrario, significa restituire complessità alla biologia.

Un sintomo deve essere valutato clinicamente. Le patologie devono essere diagnosticate e curate. Un dolore non deve mai essere liquidato come “stress” soltanto perché gli esami iniziali non hanno fornito una spiegazione.

Ma allo stesso tempo un organismo non è soltanto l’organo che stiamo esaminando. È sonno, movimento, storia, farmaci, metabolismo, ambiente, relazioni, stress, esposizioni, risorse e capacità di recupero. E forse la medicina del futuro avrà bisogno sempre meno di chiedersi se qualcosa sia “fisico oppure psicologico” e sempre più di domandarsi quali sistemi stanno interagendo e quale storia biologica ha portato quell’organismo fin lì.

Per un medico di medicina generale questo sguardo può essere particolarmente prezioso, perché è spesso proprio lì che arrivano per primi insonnia, stanchezza persistente, tensioni muscolari, disturbi digestivi, cefalee, palpitazioni, dolore, alterazioni dell’appetito e quella grande categoria di persone che dicono semplicemente: «Non so cosa mi stia succedendo, ma non mi sento più come prima».

Ma soprattutto dovrebbe leggerlo chi pensa di stare bene

Perché abbiamo imparato a conoscere il corpo soprattutto quando si rompe. Misuriamo la pressione quando è alta. Pensiamo alla schiena quando fa male. Al sonno quando non riusciamo più a dormire. Alla digestione quando qualcosa non funziona. Alla stanchezza quando non riusciamo più a recuperare.

Raramente ci viene insegnato a osservare come il corpo cambia mentre viviamo.

Che cosa succede dopo settimane trascorse senza fermarsi? Che cosa cambia quando finalmente ci sentiamo al sicuro? Che cosa accade quando viviamo continuamente in anticipazione? Quanta energia costa trattenere ogni reazione? Che cosa succede quando il ciclo naturale di attivazione, azione, conclusione e recupero viene continuamente interrotto e ricominciato?

La neuroconsapevolezza corporea nasce anche da qui.

Non serve soltanto a riconoscere quale emozione stiamo provando. Serve a comprendere che cosa quell’esperienza sta chiedendo al nostro organismo. È la differenza tra dire «sono stressato» e cominciare a vedere cosa significa quello stress nel sonno, nel respiro, nei muscoli, nella fame, nella digestione, nell’energia, nel modo in cui reagiamo agli altri e nella capacità di recuperare.

E quando impariamo a vedere questi processi, accade qualcosa di importante: smettiamo di considerare il corpo un oggetto che improvvisamente ci tradisce e cominciamo a riconoscerlo come un sistema che, da sempre, prova ad adattarsi alla vita che gli chiediamo di sostenere.

Questo libro, in fondo, parla di una cosa che facciamo tutti: vivere

“Se ascolti il tuo corpo accadono cose meravigliose” nasce da un’idea semplice, ma ancora troppo poco esplorata: quello che sentiamo non resta sospeso nella mente, prende forma nel corpo, ne modifica gli equilibri, orienta risposte, adattamenti e modi di stare al mondo.

Ogni esperienza, infatti, chiede qualcosa all’organismo: di attivarsi, rallentare, proteggersi, resistere, recuperare. E quando certe richieste si ripetono nel tempo, il corpo impara, si organizza, costruisce modalità di risposta che possono accompagnarci molto più a lungo dell’esperienza che le ha generate. Il libro nasce proprio dal desiderio di rendere visibile questo intreccio, per comprendere non soltanto che cosa proviamo, ma anche che cosa accade biologicamente mentre viviamo.

È un viaggio dentro la biologia delle nostre esperienze, attraverso ciò che accade quando ci attiviamo, quando dobbiamo agire, quando qualcosa finalmente si conclude e quando il corpo può recuperare. Parla di stress e sicurezza, memoria e previsione, sonno, infiammazione, sistema immunitario, dolore, rigidità e flessibilità, esperienze infantili e ambiente, ma soprattutto prova a ricomporre qualcosa che per troppo tempo abbiamo raccontato come separato: la persona e il suo organismo.

Per questo non è un libro soltanto per chi soffre

È per chi ha un figlio e vuole capire che cosa gli sta insegnando anche senza parlare. Per chi è figlio e vuole comprendere perché alcune reazioni sembrano più antiche delle situazioni che le provocano. Per chi insegna e incontra ogni giorno organismi prima ancora che studenti.

Per chi cura e non vuole perdere di vista la persona mentre osserva il sintomo. Per chi ama qualcuno e vuole capire quanto una relazione possa diventare anche un luogo di regolazione. Per chi continua a chiedersi perché non riesca a fermarsi, perché sia sempre stanco, perché senta tutto così intensamente o perché, al contrario, abbia imparato a non sentire quasi più nulla. E persino per chi non si riconosce in nessuna di queste descrizioni. Perché prima o poi tutti dovremmo conoscere il linguaggio dell’unico corpo dentro il quale trascorreremo tutta la nostra vita.

Forse avremmo dovuto impararlo a scuola. Forse avrebbe dovuto insegnarcelo qualcuno molto prima. Non è successo. Possiamo però cominciare adesso. Non per insegnarti a cercare una causa emotiva dietro ogni sintomo, né per convincerti che il corpo abbia misteriosi messaggi da decifrare. Ma per aiutarti a rispondere a domande molto più concrete: che cosa hanno fatto al tuo organismo gli anni che hai vissuto?

Che cosa ha imparato il tuo corpo dalle tue relazioni? Che prezzo biologico può avere il non fermarsi mai? Che cosa cambia quando finalmente sperimentiamo sicurezza? E quanta parte di ciò che oggi chiami “carattere”, “debolezza”, “pigrizia” o “esagerazione” potrebbe raccontare, invece, una storia di adattamento?

Perché ascoltare il corpo non significa obbedirgli

Significa finalmente smettere di trattarlo come un estraneo e iniziare a comprendere la storia che ha attraversato insieme a noi.

Il corpo è stato lì in ogni paura che abbiamo taciuto, in ogni sforzo che abbiamo sostenuto, in ogni legame che ci ha fatto sentire al sicuro e in ogni momento in cui, invece, ha dovuto imparare a proteggerci. Ha partecipato a tutto, anche quando noi non ce ne accorgevamo. E forse conoscere davvero il proprio corpo significa proprio questo: guardare con occhi nuovi il luogo che ci ha accompagnati per tutta la vita.

Da lì può cambiare il modo in cui ci trattiamo, il modo in cui accogliamo un figlio, il modo in cui insegniamo, curiamo, amiamo. Perché quando impariamo a riconoscere ciò che accade dentro di noi, diventiamo anche più capaci di riconoscere ciò che accade dentro gli altri.

E allora ascoltare il corpo non è più soltanto un gesto rivolto a noi stessi. Può diventare un modo diverso di stare al mondo. Ed è forse proprio da lì che accadono cose meravigliose. Il libro è ora disponibile in preorder su Amazon e in uscita il 13 ottobre 2026…ti aspetto tra le pagine

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