Le relazioni possono farci ammalare?

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Dott.ssa in biologia e psicologia. Esperta in genetica del comportamento e neurobiologia. Scrittrice e founder di Psicoadvisor
Cosa accade davvero nell’organismo quando amici, colleghi e familiari ci rimandano emozioni che ci sovraccaricano
Cosa accade davvero nell’organismo quando amici, colleghi e familiari ci rimandano emozioni che ci sovraccaricano

Dalle infiammazioni alle difese immunitarie, dalla pressione sanguigna alla guarigione delle ferite: la ricerca scientifica rivela quanto profondamente le nostre relazioni possano influenzare il funzionamento del corpo.

Il nostro organismo registra tutto ciò che accade nelle relazioni che intratteniamo. E lo fa attraverso meccanismi molto concreti: il sistema nervoso, gli ormoni, la circolazione sanguigna, il sistema immunitario e i processi infiammatori. Tutti queste attività biologiche, infatti, risentono dei nostri stati emotivi. Ne dipendono. Eppure, la fisiologia delle emozioni sembra essere una materia così distante da noi, mentre viviamo tutto ciò, in modo inconsapevole, nel nostro quotidiano.

La ricerca scientifica è riuscita persino a documentare che le interazioni disfunzionali tra partner possono rallentare la guarigione dei tessuti! Sembra incredibile, ma è proprio da qui che possiamo iniziare a comprendere il legame tra relazioni e salute globale.

Una ferita può guarire più lentamente quando viviamo una relazione conflittuale

 

Una delle scoperte più interessanti riguarda proprio la capacità dell’organismo di riparare i tessuti danneggiati.

Alcuni ricercatori hanno confrontato la guarigione di piccole ferite sperimentali in persone che vivevano rapporti di coppia caratterizzati da differenti livelli di ostilità. Il risultato è stato sorprendente: nelle coppie maggiormente ostili, le ferite guarivano a una velocità pari soltanto al 60% di quella osservata nelle coppie meno ostili.

In altre parole, la velocità di guarigione risultava inferiore del 40%. E non era tutto. Anche una discussione conflittuale, rispetto a un’interazione di sostegno reciproco, era associata a una riparazione più lenta.

Pensiamoci un momento. Quando ci tagliamo un dito, il nostro corpo avvia una serie di operazioni straordinarie: arresta il sanguinamento, richiama cellule immunitarie, elimina i materiali danneggiati, produce nuove cellule e ricostruisce il tessuto.

Noi non dobbiamo ordinargli di fare nulla. Il processo avviene autonomamente, attraverso una precisa collaborazione tra cellule, proteine e segnali chimici. Quello del dito ferito è solo un esempio, pensiamo a un’ulcera gastrica, un’esofagite legata al reflusso, pensiamo alle infiammazioni intestinali o a un banalissimo raffreddore che ci ha irritato le vie aeree! L’esperimento, infatti, ci mostra qualcosa di molto interessante: i processi di riparazione non sono separati dalla nostra esperienza di vita.

Il cervello non reagisce soltanto ai pericoli fisici

 

Quando pensiamo a una minaccia, immaginiamo generalmente un incidente, un’aggressione, un pericolo alla nostra incolumità fisica. Ma il cervello umano è sensibile anche alle minacce sociali: essere umiliati, respinti, svalutati, esclusi o vivere nell’incertezza delle reazioni di qualcuno da cui dipendiamo affettivamente.

Se una persona importante ci tratta ripetutamente con disprezzo, ci esclude, ci scredita, ci fa sentire non considerati, il nostro organismo può rispondere attivando gli stessi sistemi che utilizza per prepararci ad affrontare avversità fisiche.

Entrano in gioco adrenalina e noradrenalina, sostanze che contribuiscono ad aumentare la vigilanza, accelerare il battito cardiaco e mobilitare energia. Può attivarsi anche l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, uno dei principali sistemi che regolano la risposta allo stress attraverso ormoni come il cortisolo. Questa risposta non è un difetto. Al contrario, è una delle ragioni per cui siamo sopravvissuti come specie.

Il problema non è attivarsi. Il problema è doverlo fare continuamente, senza avere sufficienti occasioni per recuperare.

Immaginiamo una persona che trascorre la giornata lavorativa con un superiore imprevedibile, torna a casa dove deve affrontare un partner svalutante e, prima di addormentarsi, ripensa a tutto quello che avrebbe potuto dire o fare diversamente.

Il conflitto può essere terminato da ore, ma il suo organismo potrebbe non aver ancora completato la “risposta di stress”. Potrebbe essersi addormentato in pieno sovraccarico. E sai una cosa? La gran parte dei processi di riparazione del nostro organismo avvengono proprio durante la notte. Ecco allora che il corpo invecchia più facilmente, le cellule fanno più fatica ad accedere ai naturali processi riparativi. Le energie scarseggiano. E, se il giorno successivo la routine non cambia, abbiamo meno energie da investire anche nelle attività di base come la digestione, l’assorbimento dei nutrienti e la regolazione delle risposte immunitarie.

Per il sistema nervoso, inoltre, non conta soltanto ciò che sta accadendo: contano anche ciò su cui rimuginiamo, ciò che ricordiamo e il significato che attribuiamo alle esperienze. Ecco perché talvolta basta sentire una chiave nella serratura, leggere un nome sullo schermo del telefono o riconoscere un particolare tono di voce per avvertire immediatamente una stretta allo stomaco.

Il cervello ha imparato ad associare determinati segnali alla possibilità di una situazione avversa e predispone il corpo a reagire ancora prima che quella situazione si verifichi.

Le citochine: i messaggi che collegano stress e infiammazione

 

Per capire quanto le relazioni possano influenzare la nostra biologia, dobbiamo conoscere alcune protagoniste: le citochine. Piccole proteine che permettono alle cellule di comunicare, soprattutto quando l’organismo deve difendersi, rispondere a un’infezione o riparare un tessuto.

Immaginiamo che nel nostro corpo esista una rete di comunicazione attraverso la quale le cellule si scambiano informazioni e istruzioni. Quando stiamo male o ci feriamo, alcune citochine contribuiscono a segnalare dove è necessario intervenire, richiamano cellule immunitarie e coordinano le prime fasi della riparazione.

Tra queste troviamo l’interleuchina-6, conosciuta come IL-6, l’interleuchina-1 beta e il TNF-alfa. Sono nomi tecnici, ma ciò che conta è comprenderne la funzione: partecipano alla regolazione dell’infiammazione. E qui dobbiamo chiarire un equivoco molto diffuso. L’infiammazione non è sempre qualcosa da combattere. È anche una delle risposte più importanti che il nostro organismo utilizza per proteggerci e guarire.

Quando ci procuriamo una ferita, una risposta infiammatoria iniziale è necessaria per avviare la riparazione. Ma deve manifestarsi nel luogo giusto, con l’intensità appropriata e per il tempo necessario. Una risposta troppo debole può ostacolare la guarigione. Una risposta eccessiva o persistente può, invece, contribuire al danneggiamento dei tessuti.

Il benessere biologico non dipende quindi dall’assenza di infiammazione, ma dalla capacità dell’organismo di regolarla. Ed è proprio questo equilibrio che risente dei sovraccarichi emotivi.

Nelle ricerche sulle interazioni di coppia ostili, per esempio, è stato osservato un fenomeno particolarmente interessante: dopo i conflitti, alcuni segnali infiammatori diminuivano localmente, proprio nel punto in cui una ferita avrebbe avuto bisogno di avviare la riparazione. Contemporaneamente, per, nel sangue aumentavano altre risposte infiammatorie!

Questo significa che l’organismo può presentare una maggiore attivazione infiammatoria generale e, nello stesso tempo, una risposta meno efficace dove è necessario riparare un tessuto.

È una distinzione fondamentale. Non si tratta semplicemente di avere «troppa infiammazione», ma di come viene distribuita e regolata l’attività immunitaria.

Significa che la qualità delle nostre interazioni può influenzare processi immunitari misurabili, anche quando all’apparenza stiamo soltanto discutendo con qualcuno, rimuginando su un’ingiustizia subita o trattenendo troppe emozioni!

E se pensiamo a quante volte, nell’arco di una settimana, una persona può sentirsi criticata, minacciata o svalutata, iniziamo a comprendere perché la ripetizione di queste esperienze meriti attenzione. Anzi, attenzioni sanitarie!

Il costo nascosto di vivere costantemente in allarme

 

Il nostro corpo dispone di risorse straordinarie, ma non illimitate. Deve regolare la temperatura, sostenere l’attività cardiaca, digerire, mantenere gli equilibri metabolici, coordinare le difese immunitarie, riparare i tessuti e consentirci di dormire e recuperare.

Quando affrontiamo una situazione stressante, l’organismo modifica temporaneamente le proprie priorità. È come se disponessimo di un bilancio da amministrare. Se emerge un’urgenza, concentriamo attenzione ed energie su ciò che richiede un intervento immediato. L’organismo cerca costantemente di adattarsi alle condizioni che incontra.

Ma ogni adattamento ha un costo. Quando le richieste sono ripetute, eccessive o accompagnate da recupero insufficiente, può verificarsi una sorta di “usura fisiologica” associata all’attivazione prolungata dei sistemi dello stress.

Pensiamo a un motore progettato per accelerare quando serve. Il problema non è l’accelerazione in sé, ma la difficoltà a ridurre i giri quando non è più necessaria.

Nelle relazioni disfunzionali può accadere qualcosa di simile: l’organismo continua ad accelerare, a prepararsi a gestire situazioni difficili, affrontare avversità e, al contempo, non sa più come o quando fermarsi!

E col passare del tempo, tutta questa attivazione fisiologica incide sull’apparato cardiovascolare, sui sistemi digestivi, sullo stato nutrizionale, sull’equilibrio neuroendocrino e sui processi infiammatori.

Perché alcune persone sviluppano sintomi fisici e altre no?

 

Non tutti reagiamo nello stesso modo alle esperienze relazionali difficili.

C’è chi avverte frequenti tensioni muscolari, chi soffre di insonnia, chi manifesta disturbi gastrointestinali e chi apparentemente non presenta sintomi particolari.

Questo accade perché il funzionamento dell’organismo dipende da molti fattori: predisposizione genetica, età, condizioni mediche, esperienze precedenti, comportamenti di salute e disponibilità di sostegno sociale e… Anche la storia personale ha un ruolo importante.

Se durante l’infanzia abbiamo vissuto in un ambiente nel quale l’affetto era accompagnato da frequenti critiche, imprevedibilità o umiliazioni, potremmo aver sviluppato una maggiore sensibilità verso alcuni segnali relazionali.

Un tono di voce, un’espressione del viso o un improvviso silenzio possono acquisire un significato minaccioso perché in passato precedevano esperienze dolorose. Il cervello, infatti, non si limita a ricordare gli eventi: apprende anche quali segnali meritano attenzione e quali risposte possono aiutarci a proteggerci. Questi apprendimenti possono influenzare le nostre reazioni corporee anche da adulti.

Proteggere il corpo scegliendo relazionali sane

 

Siamo cresciuti in una cultura che attribuisce un grande valore alla capacità di resistere, sopportare, comprendere e perdonare. Sono qualità che possono tornarci utile nella vita, ma non dovrebbero trasformarsi nello standard quotidiano! Né dovrebbero condurci indefinitamente a situazioni che ci logorano.

Una relazione può essere lunga senza essere nutriente. Può addirittura essere sostenuta da un legame di sangue senza per questo essere sana. Può offrirci compagnia e, contemporaneamente, esporci a continui stati di tensione.

La domanda che dovremmo porci, allora, non è soltanto quanto amiamo una persona o quanto siamo disposti a fare per conservare un rapporto.

Dovremmo chiederci anche: come sta incidendo sulla biologia del mio corpo? Sta sostenendo i processi di riparazione o li sta ostacolando? Sono disposto a barattare la mia salute per ottenere la compagnia o l’approvazione dell’altro?

Sono domande che, a prima vista, sembrano appartenere più alla medicina che alla psicologia. Eppure, è proprio l’ambiente relazionale uno dei luoghi che influenza il nostro stato di salute fisica. Porsi queste domande, non significa necessariamente cercare relazioni prive di conflitti. Le incomprensioni appartengono a ogni rapporto umano. La differenza è ciò che accade dopo: se possiamo confrontarci, riparare, ritrovare fiducia stabile e duratura oppure se ogni episodio lascia dietro di sé un nuovo motivo di allarme.

Una relazione sana non è quella nella quale non ci attiviamo mai. È quella nella quale possiamo ritrovare condizioni di sicurezza anche dopo esserci attivati.

La salute passa anche dalle condizioni nelle quali viviamo

 

Quando parliamo di prevenzione, pensiamo giustamente all’alimentazione, all’attività fisica, al sonno e ai controlli medici. Molto meno spesso consideriamo l’ambiente relazionale nel quale trascorriamo gran parte della nostra esistenza.

Eppure, le nostre relazioni sono parte dell’ambiente al quale il corpo deve continuamente adattarsi.

Non possiamo scegliere ogni situazione che incontriamo, né interrompere sempre un rapporto difficile. Esistono vincoli familiari, lavorativi, economici e affettivi che rendono alcune circostanze particolarmente complesse. Ma anche qui possiamo agire, non lasciarci continuamente attivare dall’altro. Non lasciarci agganciare.

Possiamo iniziare a riconoscere il costo delle dinamiche che viviamo, ridurre quando possibile l’esposizione ai conflitti distruttivi, costruire confini più protettivi e cercare relazioni nelle quali il sostegno non sia continuamente accompagnato dalla paura. E soprattutto possiamo imparare a riconoscere i segnali corporei che spesso trascuriamo.

Dal sovraccarico alla cura di sé: imparare ad ascoltare il corpo

 

Per troppo tempo abbiamo raccontato le emozioni come qualcosa che accade esclusivamente nella mente. Come se la paura, la rabbia, la tristezza o il bisogno di essere amati fossero esperienze separate dalla nostra fisiologia.

Eppure, ogni esperienza emotiva coinvolge sistemi biologici che regolano il nostro funzionamento. E conoscere questi meccanismi può aiutarci a comprendere meglio ciò che sentiamo, senza colpevolizzarci e senza ridurre tutto a un problema psicologico.

È proprio da questa prospettiva che nasce il nostro nuovo libro, Se ascolti il tuo corpo accadono cose meravigliose, pubblicato da Rizzoli. Disponibile su Amazon (a questo link) e in tutte le librerie.

Un percorso di neuroconsapevolezza corporea nel quale accompagniamo il lettore a scoprire come le emozioni, le esperienze relazionali e le condizioni di vita partecipino agli equilibri (o agli squilibri) dell’organismo.

Attraverso spiegazioni accessibili, evidenze scientifiche ed esercizi terapeutici, esploriamo i meccanismi dello stress, dell’adattamento e del recupero, per imparare a riconoscere gli stati di sovraccarico e costruire condizioni più favorevoli al benessere, anche entro quei vincoli che non possiamo (o non vogliamo) spezzare.

Il nostro corpo ha fatto del suo meglio per adattarsi alla nostra storia. Ora possiamo imparare a offrirgli condizioni migliori.

Anna De Simone, dott.ssa in Biologia e Psicologia
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