Come reagiamo al giudizio altrui in base alla nostra autostima

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Illustrazione: Mario Vega

Il giudizio degli altri può distruggere, sostenere, essere indifferente, o la linfa vitale di una persona.
Perché?

“Mamma, guarda, ho fatto un disegno per te!”, grida correndo Marco, 4 anni, e la madre: “E’ molto bello, grazie!

La madre ha risposto attribuendo un valore al disegno del figlio. Questo sostegno, specialmente se esteso ad altre attività (sport, scuola etc.) e prolungato nel tempo di crescita del figlio, può incidere positivamente sulla percezione che il bambino avrà di sé e delle proprie capacità in futuro.

Tuttavia, a volte, le risposte sono diverse: “Papà, guarda, ho fatto un disegno per te!”, e il padre: “non vedi come sono indaffarato? Adesso non posso e comunque non mi sembra un granché”. In questo caso il disegno cade nel vuoto e se questa mancanza di considerazione si estenderà ad ogni occasione di richiesta di supporto, cresceranno un senso di insicurezza e di svalutazione di sé.

O ancora: “Mamma guarda, ho fatto un disegno per te!”, e la madre: “è meraviglioso! Diventerai un grande artista, il più famoso del mondo!”. In questo caso il figlio viene iper-valutato e se questo atteggiamento si ripeterà per ogni sua attività, egli costruirà un senso di sé grandioso e idealizzato.

L’Autostima: la buona considerazione di sé

L’autostima, ovvero la buona considerazione di sé, si genera a partire dallo sguardo dell’altro.

Gli “altri”, generalmente i genitori, hanno una funzione importante di rispecchiamento fin da quando il figlio è piccolo. Un buon rispecchiamento avviene quando i genitori guardano il figlio e lo riconoscono e amano nella sua natura, ovvero vedono i suoi reali bisogni, le sue emozioni e i desideri, al di là di qualunque aspettativa o immagine che si erano fatti del figlio.

In questo modo il bambino costruisce e sviluppa gradualmente una percezione reale di sé. Ad un buon rispecchiamento da parte del genitore tendenzialmente corrisponde la capacità del bambino di percepirsi e considerarsi ed un buon livello di autostima.

Sopravvalutazione (senso di superiorità) e sottovalutazione (insicurezza)

Le tendenze alla sopravvalutazione o alla sottovalutazione di sé corrispondono a difficoltà da parte di uno o entrambi i genitori nelle fasi di rispecchiamento. Si generano, come negli esempi sopra, dei falsi “Sé” che possono andare nella direzione della propria svalutazione o iper-valutazione, ovvero bambini che avranno difficoltà a darsi un valore e altri che invece vivranno nel senso di superiorità.

Una volta divenuti adulti, anche se in misura diversa, essi saranno esposti al pubblico, al giudizio e alla valutazione degli altri. Ci sono delle professioni che costantemente vivono assoggettate alla critica o ai commenti del pubblico, gli attori di cinema o teatro, gli artisti, i politici, gli scrittori, i musicisti etc., altri che, solo per diletto, talvolta, si affacciano alla finestra dei social, altri ancora, come i lavoratori subordinati, che sono soggetti al continuo giudizio del capo, oppure chi svolge una professione tradizionale che vive una tipologia di valutazione meno diretta, ovvero quella del cliente.

Quanto conta il giudizio degli altri per chi “si sente insicuro”?

L’autostima e la buona considerazione di sé sono caratteristiche fondamentali per affacciarsi al giudizio. E il giudizio degli altri conta per chiunque, soltanto che assume un valore differente.

E allora, il bambino abituato a ricevere le smorfie o le critiche dei genitori di fronte ai suoi disegni, avrà maggiori probabilità di cadere nella dipendenza del giudizio altrui, e di valutare se stesso in base all’opinione dell’altro.

Egli è indebolito, non sa quanto vale oppure si valuta negativamente, per questo ha spesso bisogno della conferma degli altri. Non ha soltanto una necessità di essere sostenuto, ne dipende, proprio perché il supporto gli è mancato.

Vive sulla cresta dell’onda fino a che il pubblico lo supporta e giudica positivamente e poi crolla quando l’audience diminuisce o quando sopraggiungono anche le minime critiche. A quel punto dimentica ogni qualità, capacità o competenza che lo ha caratterizzato fino a quel momento e distrugge con le proprie mani ogni passo compiuto. Si deprime, perde lucidità, capacità di autocritica e anche l’energia e la vitalità che generalmente lo aiutano a “produrre”. Si guarda intorno e fantastica su “altri” sempre migliori di lui.

Vive nel costante bisogno di essere apprezzato, nell’illusione di piacere a tutti ad ogni costo e le sue aspettative sono sempre molto alte, quindi è difficile che si senta soddisfatto perché fra Sé e il suo ideale, c’è un divario molto ampio.

Quanto conta il giudizio degli altri per chi “si sente superiore”?

Chi gode di un’autostima esagerata e di un senso di sé grandioso e idealizzato solo apparentemente vive meglio, tuttavia nutre nel profondo lo stesso bisogno di conferme e approvazione di colui che è stato svalutato.

La differenza sta nella negazione di questa fragilità. Se ne va in giro ostentando un senso di superiorità e sicurezza di sé, ma si sgonfia ed implode come un palloncino appena bucato, appena ha la percezione di perdere anche un solo fra i propri ammiratori.

Quanto conta il giudizio degli altri per chi ha una sana autostima

Chi invece gode di una buona autostima, come il bambino che nell’esempio riceve rinforzi positivi dai genitori, ha migliore capacità di far fronte al giudizio e, pur dandogli un valore, non ne dipende.

Qualora non ottenga eccellenti risultati, sa rassicurarsi e dirsi: “la prossima volta andrà meglio”. Non cade in una rimuginazione ossessiva e ha capacità autocritica: “in quel passaggio forse avrei potuto fare diversamente”.

Accoglie i suggerimenti senza arrabbiarsi, sentirsi ferito o giudicato, non vive gli errori come fallimenti. In generale è più lucido e più sicuro e l’asticella delle aspettative è più vicina alle sue reali possibilità, ovvero la distanza fra il Sé e il suo ideale si accorcia.

Ciascuno di noi ha il proprio modo di muoversi nel mondo, come detto sopra, più o meno sicuro. Tuttavia, quando il giudizio di un estraneo ammutolisce, lo sguardo è focalizzato sull’accumulo di like sui social o le orecchie sono tese solo in attesa dello scroscio di applausi, è bene fermarsi e fare lo sforzo di andare molto indietro nel tempo a recuperare la qualità degli sguardi ricevuti quando abbiamo fatto il primo passo di danza o il primo dei nostri disegni, perché soltanto lì dentro ci sono buone probabilità di avere risposte sul perché e sul come ci sentiamo oggi ad andare nel mondo, con le nostre qualità e le nostre imperfezioni.

Cristina Radif, psicoterapeuta
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