Ridefinire i confini fra sé e gli altri per difendersi da manipolazione e dipendenza affettiva

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Ridefinire i confini fra sé e gli altri. Una strategia possibile per difendersi dalle dipendenze affettive e dalle manipolazioni. I confini rappresentano la possibilità più autentica per differenziare sé dagli altri. Senza confini non avremmo spazi definiti e tutto sarebbe identificabile come un insieme invischiato indifferenziato.

Differenziare significa porre l’attenzione fra sé e non sé, tra ciò che mi appartiene e ciò che appartiene ad altri. I confini sono, anche da un punto di vista geografico, ciò che delimita una realtà da un’altra, all’interno delle quali vigono forze e dinamiche che sono specifiche ed uniche di quello spazio delimitante.

Confini, definizione di sé e identità personale

Il confine è di natura fisica e psicologica insieme, è una membrana semipermeabile che consente il passaggio selezionato di ciò che deve entrare e di ciò che riteniamo utile far uscire. Se i confini geografici rappresentano qualcosa di facilmente monitorabile e controllabile, lo stesso non possiamo dire per quelli umani, infatti, i rapporti interpersonali obbediscono a leggi così complesse e a variabili relazionali così ampie che spesso è difficile riuscire a controllare e talvolta a riconoscere i propri confini da quelli altrui.

Pensiamo ai tanti ruoli che ognuno di noi riveste nella quotidianità: genitori, lavoratori, membri di una squadra o di un’associazione, ecc. A seconda dei contesti ci troviamo in diverse posizioni di potere, immersi in dinamiche dove agiscono forze che sono frutto di vissuti e trascorsi particolari che in qualche modo possono attivare sensi di colpa, frustrazioni, senso di impotenza, incapacità di reagire o, all’opposto, aggressività e pretese.

Oltre alle situazioni e alle dinamiche relazionali intervengono anche le variabili legate alle diverse strutture caratteriali delle persone coinvolte, rendendo la questione dei confini una realtà complessa e di difficile lettura.

Questa premessa è utile per non banalizzare il tema del confine personale, tuttavia, è importante focalizzare l’attenzione sull’importanza dei propri “paletti di delimitazione” perché in assenza di essi si rischia di perdere l’identità personale e, soprattutto, di considerare “normale” che siano gli altri a decidere per noi, che il nostro benessere sia soltanto la concessione momentanea del nostro datore di lavoro o che il nostro appagamento affettivo derivi unicamente dall’aver soddisfatto le richieste del partner.

Molte persone non si rendono conto di avere perso, con il tempo, il senso del confine fra sé e gli altri; spesso il desiderio di essere accettati dal gruppo dei pari o dai colleghi di lavoro fa scendere a compromessi che rischiano in qualche modo di obnubilare i propri desideri o i bisogni di realizzazione pur di soddisfare le richieste di chi abbiamo intorno. Capita spesso di avere a che fare con persone che debordano da propri confini per invadere quelli altrui, ritenendo normale manipolare e piegare la realtà intorno al proprio personale volere.

Invadere i confini altrui significa manipolare l’altro

Invadere i confini altrui significa non rispettare i bisogni di chi si ha davanti, ovvero non riconoscere l’altro come individuo, come limite, come confine appunto, ma come entità da manipolare per ottenere vantaggi di qualche tipo.

Si crea quindi una sorta di gioco di ruolo in cui l’invasore ritiene normale che l’altro funga da strumento, da mezzo per realizzare i propri scopi e l’invaso invece, progressivamente inizia a vivere in funzione delle aspettative altrui, cercando di fare del proprio meglio per riuscire a soddisfare le sue aspettative. Il benessere personale è quindi, per l’invaso, non un qualcosa di autodeterminato ma di derivato. Mi posso sentire in pace con me stesso solo se riesco a soddisfare i tuoi bisogni.

Nel tempo l’invasore cercherà di occupare sempre più spazio possibile, vedendo nell’altro l’opportunità per prendere e richiedere sempre di più. L’invaso lentamente vivrà in funzione dell’altro e delle sue richieste, smettendo di riconoscere i propri bisogni perché sostituiti da quelli dell’altro.

L’invaso inizia a mettersi tra parentesi, a non riconoscere più la dimensione personale del piacere perché progressivamente inizierà a smettere di desiderare. Il desiderio nasce dal pathos della distanza e quando si è invasi si vive in una sorta di invischiamento, di fusionalità in cui le barriere si dissolvono e non si distingue più ciò che ci appartiene, in termini di sentire soggettivo, da ciò che non lo è.

Se poniamo attenzione a questo aspetto, ovvero alle barriere personali, ai confini che ci delimitano e, allo stesso tempo, ci definiscono, sarà facile rendersi conto di quante siano le occasioni quotidiane in cui facciamo prevalere le volontà altrui a discapito del sentire personale.

  • Quante volte ci siamo messi da parte nei confronti di un figlio estremamente richiestivo?
  • Quante volte ci siamo involontariamente sottomessi a un partner manipolativo?
  • Quante, invece, abbiamo eliminato i nostri confini di fronte a genitori che, facendo leva sul senso di colpa, lentamente ci hanno fatto realizzare ciò che loro desideravano pagando per questo il caro prezzo della nostra felicità?

Eppure riconoscere i confini personali non è così semplice e spesso i nostri paletti vengono lentamente sradicati o sostituiti da quelli altrui senza che neanche ce ne accorgiamo. Magari lo sentiamo successivamente, quando avvertiamo cioè il peso della tristezza e della mancanza di piacere nella nostra vita.

Questi campanelli di allarme possono farci capire che forse siamo stati in qualche modo invasi, manipolati e, lentamente, divenuti dipendenti delle aspettative altrui, anche in termini affettivi.

La terapia gestuale offre alcuni spunti corporei che possono aiutare a visualizzare, ampliare e fortificare i propri confini, anche attraverso le visualizzazioni guidate.

Il paragrafo che segue fa riferimento ai principi della terapia gestuale e della bioenergetica, sintetizzati dal dottor Andrea Guerrini nell’articolo: La terapia gestuale, alleggerire i pesi emotivi mediante i movimenti del corpo.

La terapia gestuale per definire i propri confini

All’interno di un gruppo di lavoro è possibile, in un primo momento, in posizione seduta iniziare a visualizzare il proprio spazio personale, sia quello più intimo che quello fisico, attraverso la respirazione e la percezione del proprio schema corporeo.

Successivamente è possibile rappresentare all’interno di grandi fogli di carta ciò che siamo andati a recuperare con la visualizzazione, utilizzando diversi colori. Sarà interessante notare come per alcuni il proprio spazio sia percepito come estremamente ridotto e grigio mentre per altri esageratamente grandi e quasi invasivi degli spazi altrui. Qualcuno inevitabilmente andrà addirittura con il proprio foglio ad invadere lo spazio altrui durante il lavoro.

Successivamente in piedi ognuno comincia a girare negli spazi altrui e a soffermarcisi. Qui è importante lavorare sul vissuto personale nel vedere gli altri che hanno occupato il proprio spazio e, allo stesso tempo, ad interrogarsi sulla sensazione che ci dà aver preso possesso proprio di quel foglio.

  • Ho occupato uno spazio più grande o più piccolo rispetto a quello che ho rappresentato?
  • Che emozione mi suscita vedere l’altro che si è preso il mio spazio?
  • Riesco a contattare la rabbia per il fatto che qualcuno si sia preso il mio territorio?
  • Provo invidia per gli spazi altrui?

Successivamente, camminando sui fogli inizio ad incrociare gli sguardi altrui.

  • Sono sguardi minacciosi?
  • Come mi sento se, oltre ad uno spazio fisico viene invaso anche il mio spazio psicologico attraverso lo sguardo?
  • Il mio sguardo è invasivo o mi sento invadere?
  • Riesco a tenere fermo lo sguardo negli occhi dell’altro?
  • Rischio di perdere qualcosa che mi appartiene?

Dopo essersi soffermati ognuno nel proprio confine, ad occhi chiusi e in piedi con le mani sulla pancia inizia la fase di ricentramento, di ritorno in sé e di ascolto del proprio respiro. La fase successiva è una pratica a coppie ripresa in parte dal “Tui-Shou” del Tai Chi Chuan.

Si tratta di tenere le mani incollate alle braccia del compagno ed iniziare un lavoro di spinta e di trazione. Lo scopo non è, come nella disciplina marziale, di sbilanciare l’avversario ma di provare a lavorare sulle sensazioni personali che derivano dal sentirsi spinti e tirati. Lavorando lentamente ognuno può sentire fino a che punto può reggere l’invasione dell’altro e come vi reagisce. Alcuni tenderanno ad irrigidirsi, altri a farsi schiacciare come fossero collassati, altri ancora ad accogliere la forza esterna fino ad un certo punto per poi deviarla e restituirla.

La corazza caratteriale: ognuno reagirà in base alle proprie difese

Insomma, ognuno reagirà alle perturbazioni esterne in sintonia con i propri vissuti e la propria corazza caratteriale. Le difese caratteriali personali predisporranno reazioni tipiche per ognuno e sarà interessante per i partecipanti che tendono ad irrigidirsi provare ad allentare le tensioni in modo da rendere più funzionali le reazioni o, all’opposto, chi tende a collassare iniziare a rispondere agli stimoli e a sperimentare gli effetti delle proprie reazioni.

Insomma, lo scopo del lavoro è quello di sperimentare a livello corporeo cosa significhi invadere (spingere-tirare) e sentirsi invasi (essere spinti e tirati) in modo da attivare reazioni che riflettono il nostro modo di sentire e di agire. Una volta presa la consapevolezza di come ci muoviamo e sentiamo in queste situazioni, è possibile iniziare ad attivare delle modifiche che consentono di sentire realmente il momento in cui veniamo invasi per reagire in maniera funzionale, restituendo ed annullando le forze esterne per ristabilire il proprio equilibrio.

Dopo il lavoro a coppie inizia la fase finale di lavoro individuale in piedi di radicamento. Espirando è possibile colpire a terra con i piedi in maniera alternata e, successivamente, con le gambe aperte alla larghezza delle spalle, inspirare aprendo le braccia e sollevandole e successivamente espirare e schiacciare con le mani verso il pavimento piegando le ginocchia. Lo scopo del lavoro è quello di riprendere il contatto con il terreno, con il proprio presente arricchito di una nuova consapevolezza di sé e dei propri confini.

A cura di Andrea Guerrini, psicologo e pedagogista
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