“Dottore, ti amo!”: la mitologia del transfert in psicoterapia

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Innamorarsi del proprio terapeuta: un cliché sulla psicoterapia tra i più diffusi e disinformati. In realtà, si tratta di una evenienza piuttosto rara se la relazione tra clinico e paziente si sviluppa all’interno di un contesto strutturato, dotato di regole precise e obiettivi chiari.

Lo stereotipo del/la paziente che perde la testa per la/lo psicologa/o deriva probabilmente da una rappresentazione sociale distorta del processo terapeutico, processo immaginato da molti come una lunga serie di appuntamenti “intimi” ed emotivamente conturbanti in cui “l’analista” sprigionerebbe, insieme a potenti rivelazioni, tutto il suo irresistibile fascino. Sciocchezze.

Le psicoterapie sono interventi sanitari di tipo tecnico, focalizzato sulla psicopatologia e sulla sua risoluzione nel più breve tempo possibile, non certo salotti decadenti dove ci si abbandona a romanticherie e, meno che mai, a fantasie sessuali. Se ciò accade e, ripeto, é fatto estremamente infrequente, può dipendere:

  •  da una gestione disattenta, ingenua o superficiale del paziente da parte del clinico;
  • da un fenomeno tecnicamente chiamato ‘transfert’ che può essere affrontato come parte della terapia e come occasione per favorire nella persona acquisizioni importanti circa il proprio funzionamento affettivo;
  • da attribuzioni erronee del paziente, talvolta di tipo delirante, concernenti uno scambio amoroso col terapeuta in cui quest’ultimo é percepito complice.

Un errore professionale?

Nel primo caso, lo psicoterapeuta fatica a ‘tenere il ruolo’, a garantire il setting e le regole, personalizza eccessivamente la relazione o eccede nel comunicare calore e risonanza emotiva sino a risultare equivocamente ‘seduttivo’ verso la paziente e arrivare così a compromettere la validità dell’intera terapia.

Alcuni terapeuti possono diventare eccessivamente zelanti nei confronti delle persone che aiutano, dimenticando che in questo modo perturbano gravemente il processo terapeutico. In molti casi, fare ‘amicizia’ coi pazienti corrisponde all’arrendersi ai loro problemi e dichiarare impotenza professionale, un’impotenza camuffata da coccole e pacche sulle spalle, o altro.

Indubbiamente, un terapeuta é un essere umano ed é fallibile in quanto soggetto dei propri schemi psicologici … proprio per questo motivo servono un addestramento professionale intenso, una psicoterapia didattica e un’accurata e una supervisione.

E, sebbene sembri scontato, é fondamentale affermare che contatti fisici intimi, sms e telefonate continue o incontri fuori dallo studio rappresentano errori professionali, ancor di più se causati da un qualche coinvolgimento erotico o sentimentale col paziente.

Una fase fisiologica della psicoterapia?

Nel secondo caso, l’innamoramento della persona in terapia verso lo psicologo, può essere interpretato come una “resistenza al cambiamento” e una regressione rispetto agli obiettivi delle sedute.

Il concetto di “transfert”, inteso come spostamento di dinamiche affettive non risolte sulla figura del terapeuta, è nato con la psicoanalisi e continua ad essere ritenuto nelle terapie psicodinamiche un fenomeno intrinseco al processo terapeutico.

In quanto tale si tratta di un fenomeno transitorio, che deve essere oggetto di analisi e di elaborazione congiunta e richiama lo psicoterapeuta alla responsabilità di gestirlo con professionalità e consapevolezza, nel pieno rispetto del paziente e del proprio ruolo.

Tuttavia, l’importanza del “transfert” nella sua accezione psicoanalitica si è notevolmente ridimensionata nelle moderne psicoterapie dove, in effetti, è inusuale che il paziente si innamori del terapeuta perché sono trattamenti che si svolgono in genere entro un tempo limitato, e focalizzati su obiettivi il più possibile chiari e condivisi.

L’espressione di un disturbo della personalità?

Nel terzo caso, l’innamoramento del/della paziente verso la/lo psicoterapeuta è un sintomo che appartiene alla patologia specificamente trattata e, quindi, ha una certa prevedibilità. Alcuni disturbi di personalità, soprattutto il disturbo narcisistico e quello borderline, si esprimono talvolta nella relazione con lo psicoterapeuta attraverso atteggiamenti seduttivi, fantasie e proiezioni a carattere sentimentale o sessuale.

A tratti, la/il paziente può convincersi di ricevere segnali dallo psicologo, allusioni a una possibile lieson e reagire in modo estremamente aggressivo quando lo psicologo lo invita a esaminare nell’ambito della terapia questi suoi sentimenti. Sottolineo nuovamente che sono circostanze non ordinarie nella misura in cui il clinico disegna sin da subito e con sufficiente fermezza il proprio ruolo e i limiti ad esso correlati.

E il/la terapeuta si innamora delle/dei pazienti? In linea di principio no. La relazione psicoterapeuta/paziente è talmente sbilanciata e asimmetrica in termini di potere e di ruoli che un rapporto sentimentale, anche una volta interrotta la psicoterapia, rimane un nodo problematico e una questione etica molto seria.

Infatti, considerata la “posizione” di influenzamento che il terapeuta indiscutibilmente instaura col paziente, il fatto che possa cercare tra i propri pazienti un’intimità sessuale o sentimentale è piuttosto inquietante e, se si verificasse, getterebbe ombre sull’equilibrio emotivo del professionista e sulla sua reale preparazione psicologica.

Autore: Enrico Maria Secci,psicoterapeuta
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