La netta differenza tra l’asociale e l’introverso

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Dott.ssa in biologia e psicologia. Esperta in genetica del comportamento e neurobiologia. Scrittrice e founder di Psicoadvisor

In tempi di pandemia, essere asociali sembrerebbe più una forza che una debolezza; in questo particolare periodo l’asocialità esprime la massima forma di adattamento all’ambiente (in termini di sopravvivenza della specie): limitando i rapporti umani ci si tiene al sicuro, si evita il contagio… ma non è sempre così, l’altro è anche una risorsa dall’inestimabile valore. Contaminazione e contagio a parte, parliamo dell’asocialità, correlazioni con disturbi di personalità e differenza con l’introversione.

Chi è asociale è un disadattato?

Qualcuno potrebbe pensare che non vi è alcuna differenza tra essere asociale o disadattato. L’uomo, per sua natura, è un animale sociale e per buttare giù un sillogismo spicciolo, essere asociale sarebbe dunque contro l’innata natura dell’uomo. Ma è proprio così? Chi è asociale è un disadattato?

Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM V), nella sua quinta edizione, ha proposto dei criteri dimensionali (che si aggiungono alla classificazione categoriale dei disturbi) dando così ulteriore importanza ai rapporti interpersonali.

Nel suo approccio dimensionale, il DSM V ha esaminato i tratti di personalità patologici e il livello del funzionamento della personalità: la modalità di interazione è un tema caldo per entrambi i parametri impiegati nel DSM V.

Siamo esseri umani e in quanto tali, esseri sociali; abbiamo bisogno “dell’altro” per essere. Da un punto di vista evolutivo è assolutamente così, nasciamo con un programma innato che ci conduce a stringere il legame con l’altro importante (figura di attaccamento).

Impariamo da subito a distinguere l’odore e il sapore del latte materno. Prensione, vagiti e sorriso sono armi che usiamo per costruire il nostro primo legame.

Se questo primo legame ci insegna “a regola d’arte” cosa sono fiducia, accudimento, condivisione, espressione di sé, sicurezza e… amore, allora fidarci degli altri e stringere dei legami stabili non sarà un problema per noi. Sempre seguendo questa stessa logica, chi è asociale potrebbe aver appreso qualcosa di anomalo dal primo legame di attaccamento.

Prima di proseguire con l’articolo, riporta la definizione di “disadattato”.

In psicologia e in pedagogia, di persona che non ha compiuto il normale processo di adattamento all’ambiente socio-culturale circostante e di conseguenza si trova in un conflitto più o meno cosciente con esso.

Chi è asociale si trova in conflitto con l’ambiente (gli altri) oppure pur conoscendo profondamente fiducia, stima e reciprocità… ha deciso di rinunciarci?

Il mantenere le distanze dagli altri sembrerebbe una caratteristica saliente in diversi disturbi di personalità:

  • Disturbo ossessivo compulsivo
    Per evitare le contaminazioni
  • Disturbo paranoide di personalità
    Per la profonda sfiducia nell’altro
  • Disturbo narcisistico di personalità
    Nella classe che Millon definisce “compensatoria” e Gabbard “Ipervifile” il narcisismo assume una connotazione difensiva
  • Disturbo evitante di personalità
    Per evitare a monte ogni esposizione sociale

In questi casi, la persona in questione non è un “semplice asociale”. Lo stesso vale per disturbi con matrice ansiosa quali: fobia sociale, disturbo da panico, agorafobia e ansia generalizzata.

La zona di comfort e l’asocialità

La zona di comfort è qualcosa di molto complesso che incorpora luoghi, modi di fare, abitudini, modelli relazionali… quando affrontiamo qualcosa di nuovo, non sempre lo facciamo con uno spirito propositivo.

Quando i dubbi e la paura predominano, è molto più facile pensare che quel “qualcosa” non funzionerà, che non fa per noi… insomma, che non ne vale la pena! Quindi, se i legami non fanno per noi, perché investire tante energie per costruirli?

Se preferisci tenere gli auricolari alle orecchie per evitare conversazione (anche se sono spenti!) sei asociale, se poi mantieni anche lo sguardo nel vuoto per evitare il contatto visivo, la situazione è molto più seria di ciò che immagini.

Molte persone, al giorno d’oggi, si autoproclamano asociali. Beh, spesso chi si autoproclama asociale ha la tendenza spasmodica a criticare a dismisura se stesso e il prossimo, ad analizzare le interazioni sociali che ha e può finire con il rimuginare.

La differenza tra una persona asociale e una socievole è nell’immagine che ha di sé stessa. Le persone socievoli si concentrano sulle qualità positive di sé e degli altri. Le persone asociali inciampano continuamente in bias (errori cognitivi) che forniscono false conferme su quanto il mondo sia sbagliato!

Differenze tra asociale e introverso

Anche in questo caso userò una definizione tratta dal dizionario.

Asociale: insensibile alle esigenze e agli obblighi sociali; inadatto alla convivenza.

In pratica, il profilo dell’asociale si avvicina a quello descritto nell’articolo dedicato alla misantropia. C’è una grossa differenza tra essere asociali ed essere introversi.

Se l’asociale mal si adatta alla società, l’introverso si integra ad essa effettuando un’accurata selezione delle persone da tenere nella propria vita.

L’introverso si caratterizza per un corredo di emozioni molto ampio, associato a un’intelligenza vivace, che insieme comportano un alto livello di empatia per gli stati d’animo propri e altrui.

L’introverso ha una naturale tendenza alla riflessione, che però viene spesso indirizzata verso le proprie problematiche… Anche l’introverso non è svincolato da bias (errori cognitivi) che talvolta lo portano a percepire un senso complessivo di una vita faticosa e a perfino dolorosa.

Diversi autori, nell’introverso hanno evidenziato principi spiccatamente idealistici, in particolare, un forte senso della giustizia, della dignità e la tendenza a creare rapporti interpersonali estremamente corretti e trasparenti.

Quest’ultima qualità comporta una vocazione sociale altamente selettiva, che, per realizzarsi, richiede un elevato grado di affinità con l’altra persona, un’affettività molto intensa e la tendenza a stabilire con pochi individui rapporti molto profondi. Altri attributi dell’introverso, oltre l’orientamento alla riflessione, sono la tendenza all’introspezione e alla fantasia.

La piramide dei bisogni di Maslow

La Piramide dei bisogni di Maslow (1954) scandisce, in ordine gerarchico, una serie di bisogni.

La motivazione di un comportamento nasce dalla tendenza alla soddisfazione di un bisogno. Assumiamo che l’asociale non sente il bisogno di stringere relazioni e pertanto non attiva alcun comportamento pro-sociale.

Stando alla teoria di Maslow, il mancato bisogno di socializzare andrebbe ricercato nella mancata soddisfazione di bisogni prioritari.

Maslow nella sua Piramide scandisce una gerarchia dei bisogni, cioè un ordine di priorità. Solo coloro che avranno soddisfatto i bisogni di sicurezza sentiranno il successivo bisogno di stringere relazioni sociali e crescere psicologicamente.

Per Maslow il rapporto con gli altri è prioritario all’autorealizzazione. In altri termini, chi non soddisfa i propri bisogni sociali non potrà auto-realizzarsi completamente. Le critiche alla Piramide di Maslow sono molteplici: ognuno di noi ha la propria scala di valori e può sentirsi realizzato in modo diverso…. tuttavia non è su questo che voglio focalizzare la tua attenzione.

Facciamo un passo indietro. Parliamo dei bisogni di sicurezza. Stando alla Piramide dei Bisogni di Maslow, per avere la spinta motivazionale alla socializzazione dovremmo aver soddisfatto i bisogni di sicurezza.

Questi bisogni sono posti al secondo gradino della Scala e fanno riferimento al “sentirsi al sicuro” sia in un luogo fisico che in una “dimensione psichica”.

Tornando al DSM V, una persona che si sente al sicuro nella sua identità:

  • Ha una costante e unitaria consapevolezza di sé.
  • Mantiene confini appropriati al ruolo.
  • Ha un’autostima positiva coerente e auto-regolata unita a una corretta valutazione di sé.
  • E’ capace di e percepisce e tollerare una gamma completa di emozioni.
  • Intrattiene numerose relazioni soddisfacenti nella vita privata e sociale.
  • Desidera e si impegna in diverse relazioni affettuose, premurose e reciproche.
  • Si adopera per la collaborazione e per il bene comune e risponde in modo flessibile alla gamma di idee, emozioni e comportamenti degli altri.

In pratica è capace di tollerare il confronto e arricchirsi mediante i rapporti con gli altri. Al contrario, chi è asociale non tollera bene il confronto e soprattutto manifesta una forte rigidità e intolleranza verso il prossimo.

Chi mostra una spiccata asocialità dovrebbe leggere l’articolo dedicato all’accettazione. Alcune persone semplicemente rifiutano la relazione perché non riescono ad entrare in contatto con un mondo che non sia il mondo che riescono a controllare, il loro mondo interno.

In qualche modo, queste persone stringono solo relazione con la propria realtà interna rifiutando ciò che non hanno già “incorporato”. Vivono in una dimensione di fusionalità, di non separazione tra interno ed esterno. (Klein, 1945 e Teorie della Scuola Inglese delle Relazioni oggettuali).

Chi è asociale esprime una forma di disagio. 

NB.: nella scrittura di questo articolo, nessun asociale è stato duramente giudicato! Il testo vuole essere un invito all’introspezione. 🙂 Esprimere un disagio non è affatto una colpa, ne’ qualcosa di cui vergognarsi. Con un’attenta analisi introspettiva la propria misantropia può essere trasformata in qualcos’altro.

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