Le frasi dei genitori che insegnano ai figli a non fidarsi delle proprie emozioni

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Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi. Scrittrice e fondatore di Psicoadvisor

Ogni genitore desidera proteggere il proprio figlio dal dolore. È un impulso naturale, quasi istintivo. Quando un bambino piange, ha paura, si arrabbia o si vergogna, molti adulti sentono il bisogno di intervenire subito per calmare la situazione, rassicurare, minimizzare ciò che è accaduto. Ma proprio in questi momenti si gioca una delle partite più importanti dello sviluppo emotivo.

Nei primi anni di vita le emozioni non sono ancora esperienze psicologiche chiaramente distinte come lo saranno nell’età adulta. Per il bambino sono soprattutto esperienze somatosensoriali. Sensazioni che attraversano il corpo: tensione allo stomaco, nodo alla gola, accelerazione del battito, agitazione, calore, rigidità.

Un bambino piccolo non distingue chiaramente tra paura e mal di pancia

Non separa ancora ciò che è fisico da ciò che è emotivo. Sente soltanto che qualcosa nel corpo sta accadendo. Con il tempo e grazie alla relazione con gli adulti, il cervello impara a dare un nome a queste sensazioni e a comprenderne il significato.

È qui che entra in gioco anche la cultura

Nella nostra società siamo stati educati a prestare grande attenzione ai segnali fisici del corpo. Se un bambino ha la febbre, un dolore allo stomaco o una ferita, interveniamo immediatamente. Lo curiamo, lo consoliamo, gli diamo spazio per stare male. Quando invece il bambino prova paura, vergogna o tristezza, spesso reagiamo in modo molto diverso. Gli diciamo:

“Non piangere.”
“Non è niente.”
“Non c’è motivo di avere paura.”
“Non fare così.”

È come se il dolore fisico fosse considerato legittimo, mentre quello emotivo dovesse essere rapidamente corretto o eliminato. Ma questa distinzione è sbagliata. Il cervello non separa nettamente le esperienze corporee da quelle emotive. Le emozioni sono processi profondamente incarnati che coinvolgono il sistema nervoso, il corpo e la relazione con l’ambiente.

Quando un bambino prova paura, vergogna o rabbia, il suo organismo sta vivendo un’esperienza reale quanto una febbre o un dolore allo stomaco. E il modo in cui gli adulti reagiscono a queste esperienze contribuisce a insegnare al bambino qualcosa di fondamentale: se ciò che sente ha diritto di esistere oppure no.

Dove impariamo cosa fare con ciò che sentiamo

Ogni bambino nasce con un sistema nervoso capace di provare emozioni, ma non nasce sapendo cosa farne. In effetti, quando arriva la paura, quando esplode la rabbia, quando compare la vergogna o quando qualcosa accende l’entusiasmo, il bambino guarda l’adulto. Non lo fa solo con gli occhi, lo fa con il proprio sistema nervoso.

Cerca segnali! Cerca qualcuno che gli mostri se ciò che sente è accettabile, se può essere espresso, se può essere compreso. Per interderci, è nella relazione che il bambino impara qualcosa di fondamentale: se le emozioni sono alleate da ascoltare o problemi da nascondere. E spesso questa lezione non passa attraverso grandi discorsi educativi. Passa attraverso frasi quotidiane, dette in fretta, magari senza pensarci; frasi che, nel tempo, possono insegnare al bambino a fidarsi delle proprie emozioni oppure a dubitarne.

Come nasce l’alfabetizzazione emotiva nel cervello

I bambini non nascono sapendo riconoscere le emozioni. Non sanno distinguere chiaramente paura, rabbia, vergogna o tristezza. Queste differenze emergono gradualmente attraverso un processo che gli psicologi chiamano alfabetizzazione emotiva.

All’inizio il bambino percepisce soprattutto cambiamenti nel corpo: tensione, agitazione, calore, accelerazione del battito, nodo allo stomaco. Sono segnali che provengono dai sistemi somatosensoriali e interocettivi, cioè dai circuiti cerebrali che monitorano continuamente lo stato interno dell’organismo.

Per il bambino queste sensazioni non hanno ancora un nome preciso

È l’interazione con gli adulti che progressivamente dà loro significato. Quando un genitore dice:

“Hai paura.”
“Ti senti arrabbiato.”
“Ti sei spaventato.”

sta facendo qualcosa di molto importante per lo sviluppo del cervello del bambino. Sta collegando un’esperienza corporea a un significato emotivo.

6 frasi dei genitori che insegnano ai figli a non fidarsi delle proprie emozioni

Questo processo di alfabetizzazione coinvolge diverse aree cerebrali. Le regioni limbiche, come l’amigdala, rilevano ciò che è emotivamente rilevante. L’insula e le aree somatosensoriali registrano le sensazioni corporee. La corteccia prefrontale, che maturerà lentamente negli anni, aiuta a organizzare queste esperienze in categorie comprensibili.

Quando l’adulto rispecchia e nomina l’emozione, il cervello del bambino costruisce collegamenti tra queste aree. Con il tempo il bambino impara non solo a riconoscere ciò che prova, ma anche a regolarlo. Quando invece l’emozione viene negata, minimizzata o ridicolizzata, questo processo diventa più difficile. Il bambino non impara a dare un nome a ciò che sente, impara piuttosto a mettere in dubbio le proprie sensazioni. Ed è proprio da qui che spesso nascono molte difficoltà emotive dell’età adulta.

1. “Non piangere, vedrai che all’asilo ti divertirai con gli amichetti”

Questa frase nasce quasi sempre da un intento rassicurante. Il genitore vuole calmare il bambino e convincerlo che andrà tutto bene ma dal punto di vista emotivo il bambino sta vivendo qualcosa di molto concreto: ansia da separazione.

Il suo sistema nervoso interpreta il distacco dalla figura di attaccamento come una possibile minaccia; non è un capriccio, è una risposta biologica radicata nei sistemi di attaccamento. Dire “non piangere” comunica implicitamente che quell’emozione è sbagliata o eccessiva. Inoltre il bambino piccolo non possiede ancora la capacità cognitiva di immaginare il futuro come fa un adulto. Sapere che “si divertirà con gli amichetti” non elimina l’attivazione emotiva che sta vivendo in quel momento.

Ciò di cui il bambino ha bisogno è co-regolazione. Prima di poter regolare le emozioni da solo, deve imparare a farlo insieme a qualcuno. Una risposta più sintonizzata potrebbe essere: lo so che sei un po’ spaventato. Quando si va in un posto nuovo è normale sentirsi così.”

2. “Sei il solito imbranato”

Tra tutte le frasi che un bambino può ascoltare, questa è una delle più pericolose dato che nei primi anni di vita il pensiero è assolutistico. Infatti, i bambini non distinguono facilmente tra comportamento e identità. E quando un adulto dice “sei imbranato”, il bambino non interpreta la frase come una descrizione momentanea di un errore, la interpreta come una definizione di sé.

Le parole degli adulti diventano specchi identitari attraverso cui il bambino costruisce la propria immagine interna. Se questo tipo di messaggi si ripete nel tempo, il bambino può interiorizzare l’idea di essere incapace o inadeguato.

3. “Non c’è niente di cui vergognarsi”

La vergogna è una delle emozioni più delicate dello sviluppo umano. È legata al bisogno di appartenenza e al timore di perdere l’accettazione degli altri. Quando un bambino prova vergogna, il suo corpo lo manifesta chiaramente: abbassa lo sguardo, si ritrae, arrossisce.

Molti adulti reagiscono cercando di cancellare quell’emozione con frasi come: “Non c’è niente di cui vergognarsi.”

Il rischio è quello di negare l’esperienza emotiva del bambino. Una risposta più utile è aiutare il bambino a riconoscere l’emozione: “Ti senti un po’ in imbarazzo, vero?”

4. “Non è successo niente”

Questa è una delle frasi più automatiche che molti adulti pronunciano quando un bambino si spaventa o scoppia a piangere. Ma per il bambino qualcosa è successo… il suo corpo lo sta vivendo.

Quando sente dire che non è successo nulla, riceve un messaggio implicito molto forte: ciò che senti non è reale oppure è esagerato. Questo può creare una dissonanza interna. Da una parte il corpo segnala un’emozione, dall’altra l’adulto afferma che quell’esperienza non esiste o non ha importanza. Una risposta più sintonizzata potrebbe essere:

  • “Hai preso uno spavento.”
  • “Ti sei fatto male.”
  • “Ti sei spaventato, vero?”

5. “Non arrabbiarti per queste sciocchezze”

La rabbia nei bambini spaventa molti adulti. Viene spesso interpretata come un capriccio, una sfida all’autorità o un comportamento da correggere rapidamente.

In realtà la rabbia ha una funzione evolutiva molto importante. È un’emozione che segnala che un confine è stato violato o un bisogno è stato frustrato. Quando un adulto dice al bambino “non arrabbiarti per queste sciocchezze”, il messaggio implicito è che quell’emozione non dovrebbe esistere oppure che è esagerata.

Ma per il bambino non è una sciocchezza. In quel momento qualcosa nel suo sistema interno sta segnalando una frustrazione reale. Può trattarsi di situazioni molto semplici: un gioco che gli viene tolto, un premio che non arriva, un limite imposto dall’adulto, un desiderio che non può essere soddisfatto. Per il cervello adulto queste situazioni sono facilmente ridimensionabili. Per il cervello di un bambino, invece, sono esperienze emotive molto intense.

Quando la rabbia viene sistematicamente invalidata o rimproverata, il bambino può imparare due strategie opposte.

1. La prima è reprimerla.

Alcuni bambini imparano molto presto che arrabbiarsi non è accettabile. Così iniziano a trattenere quella spinta interna. Non protestano, non alzano la voce, non esprimono disaccordo.

All’apparenza sembrano bambini molto tranquilli e collaborativi. Ma nel tempo questa difficoltà a esprimere la rabbia può trasformarsi in qualcos’altro. Possono diventare adulti che faticano a difendere i propri confini, che hanno paura del conflitto, che accettano situazioni ingiuste pur di non creare tensioni.

Sono quelle persone che spesso dicono:

  • “Non riesco a dire di no.”
  • “Mi arrabbio pochissimo… ma poi accumulo tutto dentro.”
  • “Preferisco stare zitto piuttosto che discutere.”

2. La seconda possibilità è l’estremo opposto.

Se la rabbia non viene riconosciuta e accompagnata, il bambino non sviluppa strumenti per comprenderla e modularla. Così quell’energia emotiva può emergere in modo esplosivo o disorganizzato. Sono bambini che gridano, lanciano oggetti, reagiscono in modo impulsivo. Non perché siano “difficili”, ma perché il loro sistema nervoso non ha ancora imparato come attraversare quell’emozione.

In questi casi la rabbia diventa qualcosa che travolge. La regolazione emotiva non nasce dal reprimere la rabbia, ma dal riconoscerla e darle un significato.

Quando un adulto dice:

  • “Capisco che sei arrabbiato.”
  • “Ti dà fastidio che sia finito il tuo turno.”
  • “Avresti voluto continuare a giocare.”

sta aiutando il bambino a fare qualcosa di fondamentale: collegare l’esperienza emotiva al motivo che l’ha generata. Ed è proprio da questa comprensione che nasce, gradualmente, la capacità di regolare la rabbia senza negarla.

6. “Ma cosa ti agiti così, è solo un regalo!”

Anche le emozioni positive possono essere invalidate. Quando un bambino reagisce con entusiasmo o stupore davanti a qualcosa di inatteso, molti adulti intervengono per ridimensionare. La sorpresa o la gioia però sono emozioni fondamentali; segnalano che il cervello sta aggiornando le proprie aspettative sul mondo e aprono la porta alla curiosità e alla scoperta. Ridimensionarle può insegnare al bambino a contenere anche le emozioni positive.

Quando le emozioni non vengono integrate: la disregolazione emotiva

Quando un bambino cresce in un contesto in cui le emozioni vengono frequentemente negate o minimizzate, può sviluppare difficoltà nella integrazione emotiva. Integrare un’emozione significa riuscire a riconoscerla, darle un nome e comprenderne il significato. Se questo processo non avviene, il sistema nervoso può restare intrappolato in forme di disregolazione emotiva.

Negli anni questo può tradursi in difficoltà a riconoscere ciò che si prova, reazioni emotive molto intense o difficili da regolare e problemi nelle relazioni. Molti adulti che oggi si sentono sopraffatti dalle emozioni non sono troppo sensibili. Spesso semplicemente non hanno avuto l’opportunità di imparare a comprendere ciò che sentivano.

La genitorialità consapevole non significa essere genitori perfetti.

Ciò che davvero fa la differenza è la capacità di diventare consapevoli dell’impatto emotivo delle nostre parole e della nostra presenza. I bambini non imparano a regolare le emozioni attraverso spiegazioni teoriche. Imparano attraverso l’esperienza della relazione… attraverso la co-regolazione.

Quando un adulto resta presente davanti alle emozioni del bambino, senza negarle e senza spaventarsene, il sistema nervoso del bambino impara qualcosa di fondamentale: che quelle emozioni possono essere attraversate senza perdere la connessione con l’altro. Ed è proprio da questa consapevolezza che è nato il bisogno di scrivere il libro “Lascia che la felicità accada” Un manuale prezioso che non parla soltanto di benessere individuale. È anche un manuale utile per chi è genitore o desidera diventarlo.

Perché prima di essere genitori siamo stati tutti figli. E il regalo più grande che un genitore può fare a un figlio non è crescere senza errori, è imparare a stare bene con se stesso, riconoscere le proprie emozioni e costruire una relazione più autentica con il proprio mondo interiore.

Perché i bambini non apprendono solo dalle parole. Apprendono dal modo in cui il sistema nervoso degli adulti si muove accanto al loro. Ed è in quella danza silenziosa tra relazione e regolazione che nasce qualcosa di prezioso: la possibilità di crescere sentendosi visti, compresi e liberi di sentire ciò che sentono. Il libro è disponibile a questo link su Amazon…ti aspetto tra le pagine

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