Modelli operativi interni: la teoria di Bowlby

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modelli operativi interni
Illustrazione Elliana Esquivel – society6.com/elesq

Come può il primo legame di attaccamento, influenzare le relazioni d’amore successive? Per rispondere a questa domanda dobbiamo parlare dei modelli operativi interni.

Con i suoi studi sull’attaccamento, Bowlby osservò come le precoci esperienze del bambino vengono codificate formando dei modelli che guidano il comportamento, i modelli operativi interni (working model).

Quando si parla di Bowlby, tutti conoscono a grandi linee la teoria sull’attaccamento. Teoria che è stata rielaborata tante volte e rimaneggiata da diversi autori. Parliamo spesso di attaccamento ansioso, evitante, sicuro e ambivalente (insicuro-resistente), disorganizzato… ma pochi si soffermano sul modello operativo interno, quello che può essere la “chiave di volta” per sottrarsi al classico copione affettivo.

In psicologia i Modelli Operativi Interni (MOI) sono estremamente importanti perché consentono di prevedere e spiegare reazioni, comportamenti e i rapporti con le persone significative. I Modelli operativi interni possono essere modificati. Come? La psicoterapia serve anche a questo.

Che cosa sono i modelli operativi interni?

Possiamo definirli come una “bussola cognitiva” che ci guida nel mondo influenzando comportamenti, scelte e aspettative.

Le precoci esperienze del bambino vengono interiorizzate in un modello cognitivouna sorta di mappa che guida il comportamento del bambino prima e dell’adulto poi, e che genera aspettative riguardo al mondo.

I modelli operativi interni, dunque, non solo “regolano” il comportamento ma influenzano anche il modo in cui vediamo il mondo.

Per citare Bowlby (1988), i modelli operativi interni:

“Si sviluppano nei primissimi anni di vita e si stabiliscono come influenti strutture cognitive” (…) “Una volta costruiti questi modelli del genitore e del sé in interazione tendono a persistere e vengono dati così per scontati che tendono ad operare a livello inconscio”.

I modelli operativi interni sono rappresentazioni mentali che lavorano a livello inconscio e che ci guidano nella vita. Questi modelli ci forniscono tutte le informazioni sull’immagine del mondo che abbiamo costruito nel tempo.

L’influenza delle prime relazioni di attaccamento su quelle successive è spiegata proprio tramite questi modelli che guidano anche in termini di serenità e sicurezza di una persona.

La gran parte delle informazioni che abbiamo su chi siamo, come funziona la vita, come funzionano i rapporti sociali e i legami, sono state codificate mediante le prime relazioni d’attaccamento.

I MOI influenzano come vediamo noi stessi e il mondo

L’idea che abbiamo di noi stessi è il riflesso delle informazioni che abbiamo ricevuto, fin dall’infanzia, dalla persona che si è occupata di noi. In termini concreti: chi fin da piccolo è trattato male, penserà di non meritarsi di meglio. Come premesso, tali modelli possono essere cambiati sia con un percorso psicoterapeutico, sia spontaneamente con esperienze significative.

“Nel modello operativo del mondo che ciascuno si costruisce, una caratteristica chiave è il concetto di chi siano le figure di attaccamento, di dove le si possa trovare, e del modo in cui si può aspettare che reagiscano.

Analogamente, nel modello operativo dell’Io che ciascuno costruisce, una caratteristica chiave è il concetto di quanto egli stesso sia accettabile o inaccettabile aglio occhi delle sue figure di attaccamento (…). 

Probabilmente il modello della figura di attaccamento e il modello dell’Io si sviluppano in moda da essere complementari e da confermarsi a vicenda. Così è facile che un bambino che non è stato desiderato non solo non si senta voluto dai genitori, ma pensi anche di essere sostanzialmente poco desiderabile, cioè di essere non voluto da tutti.

Inversamente, un bambino molto amato crescerà facilmente non solo avendo fiducia nell’affetto dei suoi genitori, ma anche fiducioso che pure tutti gli altri lo troveranno amabile” (Bowlby, 1979; traduzione italiana 1982).

La stabilità dei MOI nel corso della vita

I modelli operativi interni sono pronti a emergere con forza soprattutto nei momenti di vulnerabilità. I riflessi dei MOI si possono evidenziare osservando il bambino nel suo ambiente (come interagisce con altri bambini, come si comporta con le figure significative) e in tutte le relazioni interpersonali che egli maturerà nella vita. I MOI, infatti, tendono a mantenersi stabili nel tempo.

Ci guidandoci nel mondo, ci inducono a ricoprire sempre lo stesso ruolo: il ruolo di persona tradita, ferita, sconfitta, abbandonata…. o, al contrario, di persona fiduciosa, di successo e amata. In pratica, da bambini impariamo chi siamo e se abbiamo una rappresentazione mentale di un Sé “perdente”, tenderemo a ricoprire sempre questo ruolo.

Modelli operativi interni dissociati

Sulla scia della teoria di Bowlby, a fine degli anni ’80 (si vedano Mitchell, 1988, 1991a; Aron, 1996; Mitchell, Aron, 1999) si è iniziato a parlare di modelli operativi interni dissociati. Questo termine si riflette in quella che oggi è chiamata “Childhood Emotional Neglet”  o semplicemente “neglet” (negligenza emotiva infantile).

La qualifica di “dissociati” è applicata ai Modelli Operativi Interni che risultano dall’esperienza di crescita in un contesto che disconosce le necessità, i bisogni e la specificità personali. 

I modelli operativi interni dissociati creano discontinuità nell’esperienza soggettiva che genera, a lungo andare, bassa auto-consapevolezza o addirittura senso di vuoto alessitimia.

Un vero paradosso in quanto il bambino vive esperienza senza essere in grado di attribuirne un significato soggettivo pur essendo di importanza cruciale per l’individuo. Non può attribuirgli significati personali perché vive in un contesto estremamente invalidante dove gli è preclusa un’espressività autentica del Sé.

Come si riflettono i modelli operativi dissociati nella vita dell’adulto?

Spesso, chi si reca in psicoterapia può riferire che sente la mancanza di qualcosa, nel legame o nella vita, oppure che vive accompagnato da un senso di vuoto. Quel “qualcosa”, quel “senso di vuoto” potrebbe essere figlio della discontinuità vissuta nell’infanzia (dissociazione tra vissuto e bisogni).

“Al di là dei differenti quadri sindromici che possono presentare, soggettivamente i pazienti riferiscono:

  • un deficit di vitalità in ambiti importanti della loro esistenza, una sorta di sottile senso di agonia e disperazione;
  • un senso di non esserci come persone in grado di vivere da protagonisti le loro relazioni, di perdita di consistenza, di vuoto;
  • un’incapacità di formulare chiaramente una richiesta di aiuto per qualcosa di indefinito e di difficilmente formulabile ma che sta condizionando la loro vita portandoli a costruire relazioni nelle quali non riconoscono se stessi;
  • auto-distruttività o di distruttività nei confronti dei rapporti intimi; (…)
  • deformazione dei propri desideri,
  • un annebbiamento della capacità di riflettere su di sé,
  • un annullamento dello spazio affettivo delle relazioni,
  • un’impossibilità di vivere le relazioni come luogo per esprimere e realizzare le proprie potenzialità; (..)
  • nei casi più gravi, un senso interno di morte, di non vitalità in alcune dimensioni di sé, di non movimento dei pensieri,
  • un senso di non possibilità di regolazione degli affetti, un senso di estraneità dalle proprie esperienze e di assenza di significato.”

(Cesare Albanesi, Utet, Torino 2006).

Come cambiare i MOI?

Imparare cose nuove è molto semplice, soprattutto in tenera età: è molto più difficile dover disimparare qualcosa che ormai fa parte di noi. Per modificare i propri MOI bisogna anzitutto conoscerli ed esplorarsi a fondo: il primo passo da compiere, dunque, consiste in una presa di consapevolezza.

Crescendo, tendiamo a idealizzare il legame materno e le figure genitoriali e questo non fa altro che confermare i nostri modelli interni. Ciò rende più difficile sia il lavoro preliminare di conoscenza sia quello di modifica. Alcuni consigli per rielaborare i propri MOI sono presenti nell’articolo “5 cose da dimenticare per avere relazioni appaganti“, tuttavia nessun consiglio può sostituirsi o essere paragonabile al lavoro realizzato all’interno dello studio del psicoterapeuta.

Altre relazioni significative (come può essere lo stesso legame con il professionista) possono fornire nuove informazioni atte a modificare quelli che sono i modelli interni che hanno condizionato la tua vita fino a oggi.

Libri consigliati: Cesare Albanesi, 2006 Utet, Torino. Attaccamenti traumatici. I Modelli Operativi Interni Dissociati

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