Sto male ma non riesco a piangere

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non riesco a piangere
“Sto male ma non riesco a piangere perché per lungo tempo mi è stata negata la possibilità di essere me stessa”

Il mondo si divide in due macrocategoria: chi vorrebbe, ma proprio non riesce a trattenere le lacrime e chi, invece, non riesce a piangere e vorrebbe concedersi quel pianto liberatorio che non arriva mai. Sono poche le persone che si sentono in armonia e a proprio agio con le lacrime. Vediamo perché il rapporto che abbiamo con il pianto è così controverso è difficile da regolare.

L’uomo che piange e l’educazione emotiva

C’è chi si commuove davanti a uno spot pubblicitario, chi piange solo per un lutto e chi, invece, brama un pianto liberatorio pensando “sto male ma non riesco a piangere”. Sono diversi i fattori che giocano un ruolo nella propensione al pianto di un individuo. Perché non riesco a piangere? La cultura e l’educazione emotiva ricevuta sono alla base della risposta. Per dimostrarlo basta riportare la differenza della frequenza di pianto tra uomo e donna.

Gli studi sull’argomento giungono tutti alla stessa conclusione: le donne piangono più degli uomini. Uno studio condotto da Lauren Bylsma, PhD, dell’Università di Pittsburgh (Journal of Research in Personality , 2011), ha evidenziato che le donne piangono in media 5,3 volte al mese mentre gli uomini hanno una frequenza di 1,3 volte.

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Gli scienziati hanno dato una duplice spiegazione a questa inibizione del pianto negli uomini. Da un lato agirebbe l’educazione, con un condizionamento sociale (ricordiamo frasi come “i veri uomini non piangono!” oppure “Frigni come una femminuccia…”), e dall’altro il testosterone, un ormone che sembrerebbe inibire il pianto.

La libertà di espressione emotiva

Il realtà l’inibizione causata dal testosterone sembrerebbe scomparire completamente in alcune comunità. L’uomo che piange non è una creatura mitologica ma una persona che è più a stretto contatto con le sue emozioni. Il desiderio di piangere può essere maschile quanto femminile. Uno studio condotto su un campione proveniente da 35 Nazioni ha scoperto che la differenza di genere si annulla in quelle comunità che promuovono una maggiore libertà di espressione emotiva tra gli uomini.

In paesi come il Ghana, Nigeria e Nepal, la frequenza di pianto nell’uomo e nella donna non vede forti divari (Cross-Cultural Research, 2011).

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Le donne che durante l’infanzia hanno ricevuto un’educazione austera, atta a condannare qualsiasi espressione di tristezza più estrema come il pianto, da adulte potrebbero avere problemi a lasciarsi andare al pianto.

Se è vero che gli uomini sono sottoposti a frasi fortemente inibenti, è anche vero che molte donne devono affrontare il ricatto emotivo e l’amore condizionato. Frasi come “se piangi fai stare male la mamma” e simili, inducono il bambino a inibire qualsiasi reazione emotiva per il timore di deludere o far del male il proprio genitore. E’ durante la prima infanzia che viene piantato il seme dell’inibizione del pianto (e non solo).

L’apprendimento

L’incapacità di piangere può anche svilupparsi come comportamento appreso. Se i familiari e le persone a te care, in passato, non hanno mai pianto, potresti non aver imparato mai a vedere il pianto come una forma naturale di espressione emotiva.

Perché non riesco a piangere?

Soffro ma non riesco a piangere“. Alcune persone, in realtà, non hanno problemi solo con il pianto ma con qualsiasi emozione intensa. A questo punto bisogna porsi una domanda: è solo il pianto che non riesco a esprimere o anche altre emozioni forti come l’intensa gioia e la felicità?

Alcune persone, infatti, tendono a ridimensionare qualsiasi emozione. Sono quelle che anche di fronte a un evento tragico, tendono a minimizzarne l’impatto. Prendiamo l’esempio di Lucia (nome di fantasia). Dopo un incidente potenzialmente mortale, avendo riportato diverse fratture, continua ad affermare di “stare bene…” minimizzando ciò che ha vissuto.

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Riportiamo l’esempio di Catia (altro nome di fantasia), che dopo aver ricevuto una grossa delusione sul lavoro ed aver scoperto di essere stata tradita dalla sua migliore amica, ha affermato “certo, ci sono rimasta un po’ male….”. Luisa che non è riuscita a gioire per la sua laurea, rinunciando così a un senso di piena soddisfazione.

Purtroppo non tutti abbiamo ricevuto una buona educazione emotiva. A molti di noi manca proprio l’alfabetizzazione delle emozioni. Le emozioni più che a viverle, siamo stati addestrati a ridimensionarle per poi ignorarle.

Questo avviene perché nei nostri genitori non siamo stati in grado di trovare un vero supporto. La conclusione a cui si arriva è questa: “sto male ma non riesco a piangere perché in passato nessuno mi ha concesso la possibilità di essere pienamente me stesso.

Lo sviluppo emotivo

Quando veniamo al mondo non sappiamo nulla dell’ambiente che ci circonda e ciò che impariamo è viziato dalla visione genitoriale. Veniamo alla luce programmati per stringere un legame significativo e il nostro scopo è preservare quel legame a tutti i costi (teoria etologica, teoria dell’attaccamento nella concezione Bowlbiana, 1979).

Il contesto sociale in cui sviluppiamo noi stessi è cruciale nella nostra capacità di manifestare emozioni come il pianto.

“Se oggi non riesco a piangere, qualcosa deve essere andato storto nella mia educazione emotiva.”

Un ambiente altamente invalidante manda in tilt la sfera emotiva del bambino. Se emozioni come il pianto, l’angoscia, la tristezza… vengono ammonite con gesti e parole, il bambino imparerà che esprimere le emozioni non porta a nulla di buono. Al contrario, se emozioni come il pianto, l’angoscia e la tristezza, vengono accolte e contenute dal genitore, il bambino imparerà che esprimere emozioni è positivo.

Da bambini, ciò che vogliamo più al mondo, è l’affetto dei nostri genitori, di nostra madre, così siamo disposti a sacrificare tutto per non minacciare quel legame.

Una madre invadente, controllante, opprimente, ben presto sostituirà i suoi bisogni a quelli del figlio. Il bambino crescerà regolando le sue emozioni sulla base di quella che può essere la reazione della madre. Il bambino, dunque, potrebbe arrivare a reprimere completamente determinati stati d’animo.

Alcuni bambini arrivano all’età adulta con l’idea che piangere è sbagliato perché chi piange è un peso agli altri. All’inizio questi bambini hanno trattenuto intenzionalmente le lacrime, per non deludere mamma e papà. Dopodiché si sono ritrovati a non dover fare alcuno sforzo per non piangere perché semplicemente non succede.

“Non riesco a piangere perché ho subito un forte ammutinamento emotivo e non riesco a entrare in contatto con me stesso”.

Per approfondire: dico “sto bene” ma non è vero.

Sto male ma non riesco a piangere

Il pianto richiede un profondo contatto con i propri sentimenti, con la propria interiorità più intima. Se hai passato molti anni ad allontanarti da questa stessa intimità, è naturale non riuscire a piangere.

In questi contesti, piangere non è solo un atto di tristezza ma un modo per esprimere ciò che è difficile da vedere e da sentire. Le emozioni del passato sono ancora vive in ognuno di noi, sono dolorose e profonde. Il primo passo da compiere consiste nell’accoglierle così da evitare problemi psicosomatici, blocchi emotivi, disturbi depressivi e altri silenziosi malesseri.

Se ti stai chiedendo come piangere, sappi che il modo migliore per farlo è imparare ad entrare in contatto con la tua interiorità. L’introspezione è l’arma migliore per chi vive una costante repressione emotiva.

Chi ha imparato a reprimere le proprie lacrime è sicuramente cresciuto in un ambiente difficile. La “chiusura emotiva” è una sorta di meccanismo di difesa per rendersi invulnerabili. Il problema dei meccanismi di difesa è che a lungo andare diventano trappole.

Inizia a lavorare su te stesso, impara a conoscerti e capire chi sei davvero e cosa vuoi. Prova ad attivare un dialogo interiore costruttivo, privo di giudizi e ricco di amore di sé. Per esplorare la tua interiorità, scegli dei giorni in cui ti senti relativamente sereno, mettiti comodo e dialoga con te stesso.

Non sai da dove iniziare?
Prova questo esercizio, preceduto da una sessione di respirazione diaframmatica. Si tratta di una tecnica di visualizzazione che può aiutarti a elaborare dei vissuti dolorosi.

Immagina che per anni hai sigillato tutte le tue emozioni in delle scatole che poi hai chiuso in un armadio. In ogni scatola c’è un ricordo doloroso, un episodio in cui ti sei sentito sbagliato, inadeguato o giudicato.

Adesso immagina di aprire quell’armadio che hai creato dentro di te, di allungare una mano e afferrare una scatola. Siediti e aspetta per qualche istante. Immagina di avere quella scatola tra le mani.

Ricorda che adesso sei adulto, non sei impotente, puoi proteggerti da solo da qualsiasi ingiustizia. Prima di aprirla, ricorda che nessuno ti giudicherà, che hai tutte le risorse necessarie per aprire quella scatola.

Quando ti senti pronto, fallo, apri la tua scatola e accogli la tua reazione nell’affrontare il ricordo doloroso. Lascia che l’emozione istintiva ti attraversi. Sarà certamente difficile ma l’obiettivo è dare un significato a quel dolore per rielaborarlo senza nessuna invalidazione.

Non c’è nessuna vergogna nell’aprire quelle scatole, non c’è nessun giudizio ma solo amore incondizionato, solo accettazione. Dopo aver aperto ogni scatola, congratulati con te stesso.

Se l’esercizio della scatola non ha alcun effetto, prima di farlo, prova a rievocare la tua infanzia sfogliando un album di ricordi o vedendo dei film o cartoni animati ai quali eri legato da bambino. Potrebbe essere utile anche disegnare la propria famiglia d’origine e se stesso da bambino. In questo contesto, sappi che potresti sperimentare emozioni molto travolgenti, potresti sentirti confuso. Un ottimo punto di partenza per esplorare l’emotività sepolta.

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