Come le coppie di oggi vivono le relazioni

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Mai come in questi tempi ambigui, accelerati e alienanti è difficile costruire l’amore; ma il paradosso è che proprio per questo, mai come oggi l’individuo sente il bisogno della relazione d’amore. Essa gli è naturale e necessaria.

Una relazione in cui sia possibile costruire e vivere la dimensione della fiducia, dell’affidamento, una sana interdipendenza (non codipendenza), tolleranza, desiderio di guardare il volto dell’altro e di lasciarsene guardare. Rimane il segreto bisogno di una relazione d’amore in cui il coraggio di amare e di lasciarsi amare renda possibile che emerga e prenda piede nella relazione quello che Nicola Ghezzani chiama il potere sovversivo dell’amore.

Come scrivono Cantelmi e Barchiesi nel libro «Amori difficili» (2007):

«L’amore non è mai stato più complicato di oggi. Stiamo costruendo una civiltà che ci costringe a logiche disumane e ci affoga nella solitudine. Le richieste ambientali, le incredibili accelerazioni dei nostri tempi, le pressioni, i bisogni impropri suscitati dai modelli mediatici, insomma questa società vorace e impietosa che impone ritmi, competitività e ambizioni impatta con la nostra fragilità. Ed ecco che ci troviamo a fare i conti con un malessere, che forse nono diventa mai una vera e propria patologia, ma che serpeggia ed è diffuso molto di più delle già numerose malattie mentali: siamo l’esercito dei malati «normali», un po’ depressi, un po’ ansiosi, un po’ compulsivi, che ogni mattina si alzano per andare al lavoro o da qualunque altra parte, sperando in sollievi vaghi e indefiniti e che alla sera tornano a casa malinconici e soli. La crisi della relazione interpersonale diventa allora emblema di questa società, sottofondo dell’esistere

Per comprendere meglio la crisi della relazione, della fiducia e della capacità di vivere i sentimenti che caratterizza questi tempi, non possiamo fare a meno di affrontare i temi dell’anestesia affettiva, del narcisismo, dell’ambiguità e della continua ricerca di sensazioni forti. Questi temi sono centrali nella fenomenologia delle relazioni disfunzionali, ma non solo; sono centrali in quanto innegabili elementi causali nelle manifestazioni patologiche che caratterizzano questo momento storico e sociale: depressione, ansia, dipendenze.

Anestesia Affettiva

Nel suo libro “La paura di amare”, Nicola Ghezzani parla di una tendenza psicologica sempre più comune oggigiorno, in quanto corollario al tema centrale dell’individualismo, al punto di diventare una caratteristica accettabile e anzi auspicabile dell’individuo: l’anestesia affettiva, l’incapacità di vivere – o meglio la volontà di espellere dalla propria vita – l’esperienza dei sentimenti profondi.

Questo termine fa riferimento ad una sorta di ideologia dei rapporti che “promuove stili di vita e di rapporto incentrati sull’anestesia affettiva e che quindi difende da ogni forma di coinvolgimento amoroso”.

L’anestesia affettiva viene vissuta come una difesa nei confronti del potere dell’amore e del contatto profondo con l’altro; un contatto dal quale si può uscire trasformati ma anche, a volte, feriti.

Perché l’amore ha il potere di entrare nelle nostre vite come un ciclone in grado di sconvolgere gli equilibri e rendere necessario un nuovo ordine, un nuovo assestamento ed una nuova armonia in cui l’altro rappresenta l’ignoto, il diverso e il necessario.

Nella relazione d’amore, l’altro è il portatore, a mio avviso, di tre istanze complementari:

1)  La passione

2)  Il bisogno: di vicinanza e condivisione, di appartenenza ed accoglimento, di scambio profondo, riconoscimento e interdipendenza

3)  La minaccia: della sovversione e della perdita di sé, del tradimento, della delusione, della dipendenza e della rinuncia, o della sopraffazione e della sottomissione.

Dunque in questa ottica non è difficile comprendere come l’anestesia affettiva possa rappresentare l’ultimo baluardo contro la paura e il primo indispensabile strumento che permette di poter realizzare quell’individualismo – con tutto ciò che esso rappresenta e richiede – che è ormai il vero mito moderno, in nome del quale tutto diventa sacrificabile.

LE SPINTE NARCISISTICHE

L’autrice americana Ramani Durvasula, Psicologo clinico e professore di psicologia presso la California State University, nel suo libro “Should I stay or should I go” parla di una vera e propria epidemia di narcisismo. Del resto anche Alexander Lowen, nel suo libro profetico testo intitolato «  Il narcisismo» (1983), scriveva di come questo tipo di personalità stesse drammaticamente prendendo piede nella civiltà occidentale.

Si tratta di aspetti che esaltano l’individualità e l’autoaffermazione fino all’estremo, allo sfruttamento dell’altro e al successo a tutti i costi. I media esaltano queste caratteristiche, mostrando e celebrando atteggiamenti egocentrici, arroganti, superficiali e competitivi, basati sull’esaltazione dell’apparenza e sulla svalutazione aggressiva dell’altro. Propongono insistentemente l’esaltazione del mito del successo e della realizzazione individuale a discapito, se necessario, di chiunque altro.

Un successo esteriore che sia misurabile attraverso la qualità e quantità di beni materiali posseduti e la quantità di conquiste amorose collezionate, o di like raccolti sui social non importa per cosa, fosse anche solo per la foto di un addome scolpito.

Non importa a che prezzo, né importa quanto le persone conquistate siano davvero desiderate. Di certo non amate.

Un narcisismo inteso come atteggiamento di fondo che mitizza ed esalta l’individualismo, il successo a tutti i costi, l’estrema indipendenza da qualsivoglia legame e responsabilità in quanto considerati potenziali ostacoli e segni di debolezza, da nascondere e decostruire:

Secondo la logica narcisista, l’individuo che si scopra a vivere un sentimento di affetto, di amore, di dedizione nei confronti di un altro, quindi di dipendenza, deve averne paura e disgusto, perché si tratta di un indizio di cedimento al “troppo umano”, ossia all’asservimento da parte dell’altro” (N. Ghezzani).

IL SENSATION SEEKING

Questo aspetto, insieme al novelty seeking e al low harm-avoidance rappresenta un tratto temperamentale frequentemente associato alla tendenza a sviluppare dipendenze da sostanza o comportamentali.

Psicoadvisor ne ha parlato in questo articolo: perché mi piacciono le emozioni forti?

La ricerca costante e forsennata di sensazioni nuove, eccitanti e a volte estreme sta diventando l’unico modo per «sentirci», per avere una sorta di contatto interiore che sia piacevole e che esorcizzi la paura profonda di non essere, di non valere, in fondo di «non esistere davvero».

Questa «mitologia dell’estremo e dell’avventura», come la definisce Cantelmi, sta ulteriormente orientando il senso della nostra esistenza nella direzione della ricerca di continue stimolazioni e novità ma, cosa ancor più preoccupante, in direzione delle proprie e soggettive sensazioni di benessere, piacevolezza, eccitamento. In questa ottica rimane ben poco spazio per accogliere e rispettare l’altro nella sua diversità e singolarità. Per accettare l’insostituibile e potente silenzio dell’ascolto, dell’attesa e della riflessione intesa anche come autoriflessività, strumento indispensabile per una sana relazione con se stessi ed una vita in cui vi sia autodeterminazione, scelta di senso e vero nutrimento.

Intimità e impegno

Così diventa difficile, se non addirittura impossibile, la costruzione di quegli aspetti fondamentali all’amore, necessari per la solidità e la sopravvivenza della coppia: L’INTIMITÀ e l’IMPEGNO, aspetti fondamentali nel rapporto amoroso sano, come spiega Sternberg nella sua teoria triangolare dell’amore.

Come può esservi impegno o intimità quando tutto, dall’esterno della coppia, funziona come una irresistibile forza centrifuga che attira e «spara» l’individuo fuori di essa, verso lo sperimentare sensazioni sempre nuove e intense.

Verso una dimensione di leggerezza che è solamente superficialità e l’incessante, illimitato soddisfacimento di ogni fuggevole pseudo-bisogno che compare all’orizzonte dei sensi e della mente.

Basti pensare ai numerosissimi siti di incontri e di sesso on line: da quelli che promettono avventure sessuali senza rischio di essere scoperti a quelli che permettono avventure «virtuali», alienanti ma eccitanti, senza che vi sia alcun contatto fisico reale tra i partner.

Ma l’uomo, nonostante tutto, rimane uomo e non può prescindere dall’altro: ha bisogno di relazionarsi con l’altro, di avere il suo sostegno e accoglimento, di condividere con l’altro, di essere in relazione con l’altro.

Il dolore di una solitudine sconosciuta

Ecco dunque che si fa strada il dolore di una solitudine profonda e sconosciuta, che non si calma né si consola con il like sui social o le fugaci avventure sessuali ma che, ben mascherato dietro i selfie sorridenti, non emerge in quanto elemento espulso da sé, incompatibile con il bisogno di indipendenza assoluta. Non ha voce. Viene negato e relegato nelle profondità dell’anima, da dove erode incessantemente e inesorabilmente la capacità di gioire della vita, di godere del momento, di costruire lentamente e solidamente una vita che sia piena di senso e nutriente.

Ecco che ci troviamo dilaniati e scissi tra due spinte potenti: da una parte quella verso un individualismo sfrenato come fonte di piacere e godimento, come strumento e misura del proprio successo.

Dall’altra quella mossa dal bisogno umano di sentirsi parte di qualcosa di più grande: una coppia, una famiglia, un gruppo. Di condividere e partecipare, in un ciclo continuo in cui ci si apre verso l’altro per ricevere e donare e in cui il dolore del tradimento – delle proprie e altrui aspettative – rappresenta l’altra faccia della medaglia, l’altro lato del foglio che non può essere separato dal resto.

Quella del dolore e della paura di esso è, in ogni relazione umana, una sfida che dobbiamo imparare ad accogliere in quanto naturale ed inevitabile, se vogliamo restare aperti al potere trasformativo e vivificante dell’amore.

A cura di Annalisa Barbier, psicoterapeuta 
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